ROMA
Erre Push: «Per fare antifascismo non basta una cosa sola. Serve tutto»
A vent’anni dall’assassinio di Renato Biagetti, l’illustratore e fumettista Erre Push ripercorre il lavoro costruito attorno alla sua memoria, dai primi fumetti con Zerocalcare fino alla pubblicazione di “Storie per Renato”. Un racconto di antifascismo, responsabilità politica, linguaggi e trasmissione generazionale, che tiene insieme la storia di Renato, il contesto di allora e le forme che l’antifascismo assume oggi
Vent’anni dopo l’assassinio di Renato Biagetti, il suo ricordo passa ancora attraverso musica, fumetti, incontri, feste e libri. Erre Push segue questa storia fin dai primi anni. Nel 2007 ha realizzato con Zerocalcare La politica non c’entra niente. Dieci anni dopo è arrivato Prossima fermata. Una storia per Renato, pubblicato nel 2016 all’interno della campagna Io non dimentico e oggi rieditato insieme a Cronache Ribelli e Tekio Kairos. Nel 2026 Storie per Renato. Speciale Antifa!nzine allarga ancora il progetto: tante pagine di fumetti, illustrazioni e testi di decine di autori e autrici, costruite attorno alla memoria di Renato e ai linguaggi dell’antifascismo contemporaneo.
Il punto di partenza, per Erre, è Renato stesso. La persona che era, prima che la sua morte lo trasformasse in un nome pubblico: «Abbiamo sempre cercato di evitare la retorica e di non trasformare Renato in una figura mitica, in una specie di eroe». Da questa scelta prende forma il racconto. Renato resta dentro la sua vita quotidiana, nelle relazioni, nei luoghi e nelle persone che lo hanno conosciuto. «Era una persona normalissima. Quello che gli è successo poteva capitare a chiunque di noi, politicizzato o meno, militante o meno».
La memoria, in questi vent’anni, ha preso forme molto diverse. I fumetti rappresentano una parte di questo percorso. La musica, Renoize, gli appuntamenti a Focene e le iniziative pubbliche hanno costruito altri spazi di elaborazione.
Erre descrive questa pratica come un modo per tenere vivo il ricordo attraverso esperienze condivise, lontano da una memoria «asfittica, sterile e retorica».
Dove tutto è potuto succedere
Fin dai primi lavori dedicati a Renato, Erre Push e Zerocalcare hanno spostato lo sguardo sul clima in cui maturò l’omicidio. «Non abbiamo costruito le storie intorno alla figura di Renato. Ci interessava raccontare il contesto che aveva reso possibile tutto questo». Quel contesto, nella lettura di Erre, comprende la crescita delle organizzazioni neofasciste, le aggressioni, gli assalti ai centri sociali, la diffusione di linguaggi razzisti e la progressiva legittimazione pubblica di certe culture politiche. Un «contesto fascistoide», dice Erre, capace di costruire un terreno favorevole alla violenza.
Prossima fermata racconta una violenza che cresce nella quotidianità. Le aggressioni hanno un contesto, una storia e una rete di responsabilità. L’indifferenza occupa un posto preciso in questa catena.
Per Erre, la responsabilità politica di chi “guarda e lascia correre” accompagna da sempre la violenza pubblica. Oggi assume un peso maggiore per la quantità di immagini e testimonianze a disposizione. «Viviamo un genocidio in diretta e vediamo, attraverso i video, la repressione e le violenze della polizia mentre accadono. Abbiamo davanti agli occhi prove immediate di ciò che sta succedendo. In qualche modo non abbiamo più scusanti per essere indifferenti».
Il nodo resta la capacità di riconoscere il processo che precede l’atto. «Una violenza fascista che emerge dentro la quotidianità non viene dal nulla».
È lo stesso principio che guidava La politica non c’entra niente, una breve storia romanzata che denunciava la crescita dei gruppi neofascisti collegandola a una catena di responsabilità politiche e culturali.
Erre richiama gli anni dei governi Berlusconi, lo sdoganamento delle forze postfasciste e il rafforzamento di gruppi come CasaPound e Forza Nuova. Da quel livello istituzionale, sottolinea, certi discorsi scendono nella società, circolano, per poi essere interiorizzati.
Il passaggio successivo riguarda le persone che trasformano quei discorsi in violenza, in un atto concreto.

Una memoria costruita da molte voci
Il racconto pubblico della morte di Renato diventò immediatamente un terreno di conflitto.
Erre ne ricorda i giorni successivi e la necessità, per la comunità che circondava Renato, di reagire alla rappresentazione della «rissa fra balordi».
«In quei giorni ristabilire la verità è stato necessario, fondamentale. Tutt’altro che semplice».
La formula della rissa cancellava la natura politica dell’aggressione e la inseriva dentro una cronaca priva di contesto. La stessa dinamica, ricorda Erre, aveva accompagnato altri episodi avvenuti a Roma. Le aggressioni venivano spesso ridotte a scontri tra gruppi, conflitti personali, episodi di ordine pubblico.
Per la comunità di Renato, definire quella morte un assassinio fascista significava costruire una verità pubblica capace di nominare il contesto e le responsabilità.
Erre chiarisce anche il rapporto con la dimensione giudiziaria.
«Non cercavamo vendetta contro quei due miserabili che hanno ucciso Renato, anche per tenere fede a una promessa che abbiamo mantenuto nel tempo. Quello che volevamo era ristabilire con forza la verità e dire chiaramente che si era trattato di un’aggressione fascista».
La dimensione collettiva era già presente in Prossima fermata. Erre ricorda che il volume raccoglieva le parole di amici, amiche, compagne, compagni e familiari di Renato. La pubblicazione offrì a diverse persone uno spazio pubblico per raccontare ricordi, esperienze e un dolore ancora difficile da esporre pubblicamente. Tra le molteplici voci, c’era quella di Laura, presente la notte dell’aggressione. «Rendere pubblico quel dolore è stato difficile, ma necessario».
Con Storie per Renato questa impostazione assume una forma ancora più stratificata. Il volume coinvolge realtà dell’editoria indipendente, illustratori, illustratrici e autori con percorsi e sensibilità eterogenee. Erre racconta come gli artisti coinvolti abbiano affrontato il lavoro da prospettive autonome. Alcuni hanno lavorato sulla polizia, altri direttamente sulla figura di Renato, altri ancora hanno costruito storie attorno all’antifascismo.
Questa pluralità permette alla memoria di passare da una generazione all’altra senza irrigidirsi in una forma unica. Erre parla di una «catena di memoria», in cui chi ha vissuto direttamente quegli anni mette in circolo racconti, immagini e strumenti che possono arrivare a chi quella storia la incontra oggi per la prima volta. Le scuole hanno un ruolo centrale in questo passaggio, perché sono uno dei luoghi in cui questi racconti possono diventare conoscenza, confronto e presa di posizione.
Il problema, allora, diventa come far arrivare quella storia a chi viene dopo, soprattutto ai più giovani. Nel 2007 Erre e Zerocalcare scelgono il fumetto perché consente di tenere insieme immagini, racconto e contesto politico in una forma immediata. È anche il linguaggio che conoscono meglio.
«Io e Michele facciamo questo mestiere. Avevamo gli strumenti per raccontare la storia di Renato in questo modo».
Quella scelta ha continuato a funzionare negli anni proprio perché ha cambiato forma.
Storie per Renato coinvolge artisti con percorsi diversi, molti dei quali estranei agli ambienti militanti tradizionali. La posizione antifascista resta comune, mentre il linguaggio visivo cambia da autore ad autore.
Per Erre questa varietà ha un valore politico preciso. «Affrontare l’antifascismo da punti di vista diversi aiuta anche a rinnovarne il linguaggio, che negli ambienti militanti è rimasto spesso troppo uguale a se stesso».
«Non basta niente, serve tutto»
Sul piano delle pratiche, Erre rifiuta l’idea di una formula unica. La forza dell’antifascismo, nella sua lettura, nasce dalla combinazione di strumenti diversi: produzione culturale, presenza nelle strade, organizzazione politica, comunicazione, collettivi, letture, incontri, musica.
«Per fare antifascismo non basta una cosa sola. Non basta un fumetto o un libro, non basta leggere, non basta fare una scritta sul muro, non basta stare sulle strade, non basta formare un collettivo. Non basta niente: serve tutto». Usa una parola precisa: attitudine. «Dobbiamo creare e diffondere un’attitudine antifascista, imparare a riconoscere il problema e intervenire subito, senza far finta che non esista».
Anche il linguaggio richiede movimento e la ricerca di forme nuove che sappiano parlare a persone ed esperienze differenti, soprattutto quando il confronto riguarda le nuove generazioni, che rappresentano uno dei terreni principali su cui questa ricerca si misura.
Erre sposta l’attenzione dall’idea di educare i giovani alla necessità di ascoltarli, riconoscendo che chi ha attraversato stagioni politiche precedenti può trasmettere esperienze e strumenti, mentre le generazioni più giovani portano esigenze, codici e linguaggi che chiedono di essere compresi.
«Forse i giovani hanno meno bisogno di essere guidati di quanto pensiamo. Se li ascoltiamo e proviamo a capire le loro esigenze e i loro linguaggi, possiamo imparare qualcosa anche noi».
Il sorriso di Renato
Alla fine del racconto, Erre torna a un ricordo personale.
Conobbe Renato al Cinodromo, dove giocarono insieme qualche torneo di calcetto. Di lui conserva soprattutto un’impressione. «Non credo di romanticizzare, ma ho questo ricordo: lui era un buono. E quel sorriso bellissimo, in fondo, non mentiva. C’è un episodio che gli amici di Renato ricordano spesso: una giorno, un ragazzo lo ferì tirandogli un posacenere in testa e lui calmò gli altri, dicendo di non preoccuparsi perché non era successo niente di grave. Lo racconto perché rende bene l’idea di come fosse Renato, ed è una cosa che gli amici che lo conoscevano da sempre hanno ribadito tante volte».
Dentro questi ricordi torna l’immagine da cui era partito tutto il discorso. Un’impressione rimasta intatta nel tempo di una persona lontana dalla violenza, legata ai luoghi, agli amici e alla musica che hanno segnato la sua vita.
«Ho sempre avuto la sensazione che Renato non avrebbe mai potuto fare del male a nessuno. Ecco, questa cosa me la porto sempre un po’ dentro».
Immagine di copertina di Daniele Napolitano





