OPINIONI

È il momento di costruire relazioni transnazionali

Qualche giorno fa Emanuele Braga invitava ad aprire un dibattito a partire da quanto sta succedendo in Ucraina in una prospettiva di profonda trasformazione delle relazioni internazionali.
Un invito da prendere sul serio e a cui vorrei provare a dare un contributo

Non voglio entrare nel merito delle sue analisi riguardo le trasformazioni delle relazioni internazionali e la crescita di un multipolarismo che non porta necessariamente a una migliore situazione mondiale e che ripropone la necessità di un’analisi dell’imperialismo come sistema e non come identificazione in uno specifico paese o blocco politico-militare.

Condivido in generale la sua convinzione di un progressivo arretramento dell’alleanza occidentale, una perdita di egemonia che è in corso da anni e che avviene insieme alla crescita della presenza internazionale della Cina e del ruolo ancora determinante della Russia nella sua zona influenza e non solo.

In questo senso condivido – tra l’altro – la critica alla semplificazione dello slogan “né con Putin né con la Nato”. A parte che una versione più corretta dovrebbe essere “contro Putin e contro la Nato” (e non è la stessa cosa…), ma in questo momento spesso è un alibi per non riconoscere nell’aggressione russa la responsabilità diretta e ingiustificabile di questa concreta guerra contro la popolazione ucraina. E se vuole invece giustamente essere l’inizio di un programma di demilitarizzazione del continente, può essere fatto solo insieme a chi oggi resiste alla guerra.

Questa crisi di lunga durata dell’egemonia occidentale ha prodotto diversi sismi a livello planetario nei quali hanno spesso provato a inserirsi anche movimenti di liberazione e per la giustizia sociale.

Partirei da qui. L’errore più imperdonabile che abbiamo fatto negli ultimi 20 anni è stato quello di non riconoscere nei tentativi rivoluzionari nella regione araba e in diverse altre regioni (penso per esempio alla rivolta popolare e giovanile a Hong Kong) qualcosa con cui entrare in relazione. Non solo sostenere e provare ad appoggiare politicamente e materialmente, ma considerarla una soggettività con cui costruire relazioni stabili e quindi anche una discussione aperta e onesta.

Non voglio riferirmi a quella parte di “sinistra” che altri hanno definito “tankies” (in Italia li chiamavamo carristi ai tempi dell’intervento russo in Ungheria e poi in Afghanistan…), estremamente dannosa ma anche abbastanza ininfluente, per fortuna.

Penso piuttosto alla parte più consapevole dei movimenti antagonisti – che hanno saputo riconoscere le novità rappresentate dal* zapatist@s e dal movimento curdo ma hanno voltato spesso la testa di fronte a quanto stava accadendo in Egitto o in Siria, per fare alcuni esempi. Penso per esempio alla coraggiosa e fantastica esperienza dei Comitati di coordinamento locale costruiti dalla gioventù progressista in Siria, schiacciati dalla repressione del dittatore Assai e dalla crescita dei gruppi armati islamisti.

Questa non è in alcun modo una recriminazione o un’accusa a qualcun altr*, ma una riflessione sulle mancanze di tutt* noi.

Questo errore è sicuramente fortemente intrecciato con una crisi manifesta dei movimenti sociali, che negli ultimi anni sono riapparsi soprattutto su temi fondamentali – come i diritti civili/sociali e il cambiamento climatico – giustamente senza porsi la questione di costruire legami transnazionali al di là dello “specifico” su cui si muovono.

L’aggressione russa dell’Ucraina ci ripropone questa necessità e ci troviamo fortemente spiazzat*. Non perché non ci siano esperienze di relazioni continentali (penso a coordinamenti NoBorders o di sciopero transnazionale) ma perché non si sente una voce forte di questi e soprattutto non sembra essere un riferimento così chiaro e evidente al quale – per esempio – possano rivolgersi i settori antagonisti ucraini che oggi resistono all’invasione e/o l’opposizione russa alla guerra e all’autocrazia di Putin e del suo cerchio politico-economico-militare.

Da qui allora ripartirei. Come costruire questa idea e pratica di un Europa alternativa, con chi è possibile farlo? Senza volermi ripetere, il punto di partenza è costruire qui e ora una relazione diretta con settori libertari e antagonisti ucraini e russi, che in questi giorni si stanno mobilitando ovviamente in condizioni diverse e pericolose.

Questo significa aprire una discussione onesta con quei settori che in Ucraina vogliono resistere all’aggressione e lo fanno in forme differenti . Non credo, ancora una volta, possiamo/dobbiamo essere noi a decidere in quale forma debbano/vogliano resistere. Nostro compito è sostenere questa resistenza sociale e civile – anche se non condividiamo la scelta di invio delle armi da parte di quelle istituzioni politico-militari che riteniamo corresponsabili della crescita del militarismo e delle politiche di guerra.

(Parentesi necessaria: questa corresponsabilità non è una forma di comprensione della guerra di Putin. Come ho scritto altrove, «la guerra di aggressione scatenata dal presidente russo Putin contro il territorio dell’Ucraina non ha alcuna giustificazione, alcuna ragione, nessuna possibile comprensione. Come già abbiamo detto in altre occasioni, siamo contro questa guerra senza se e senza ma»).

Discussione onesta significa ascoltare le loro ragioni quando chiedono un sostegno anche militare e spiegare le nostre ragioni, senza alcuna superiorità o “westplaining”.

Personalmente continuo a ritenere estremamente pericoloso e sbagliato l’invio di armi da parte di Nato e Unione europea per due motivi: il primo è che non mi pare ci siano le condizioni per una sconfitta militare della Russia per quanto sia armata la popolazione ucraina – a meno di un intervento massiccio della Nato che non mi pare né probabile né auspicabile; il secondo è di prospettiva, perché l’invio di armi è intimamente legato al processo di riarmo e rilancio delle spese militari.

Ma questo va discusso con quei settori ucraini, mentre ci mobilitiamo contro la guerra e per sostenere in ogni modo la popolazione che fugge e quella che resta in Ucraina.

Questa stessa relazione va costruita con l’opposizione russa alla guerra e all’autocrazia. Naturalmente questo è più semplice perché è in qualche modo nelle nostre corde il sostegno a chi rifiuta guerra e militarizzazione del proprio stesso paese. Ma è urgente e necessario stabilire relazioni con loro ed essere ponte in una diretta relazione continentale che comprenda loro e l* Ucrain*.

Volendo provare a tracciare alcune linee di un possibile nuovo internazionalismo, o meglio nuove relazioni transnazionali, dovremmo dichiarare fin dal principio alcune questioni “non negoziabili”, dalle quali partire per costruire relazioni e pratiche sociali.

Mi sentirei di delinearne alcune, sicuramente non esaustive ma che mi sembrano irrinunciabili:

– una ferma posizione contro ogni dittatura, autoritarismo, ogni volontà egemonica imperialista, ogni interventismo militare, ogni interesse geopolitico imposto a popoli e soggetti sociali;

– un approccio caratterizzato dalla capacità dell’analisi e della ricerca condivisa, la curiosità per esperienze nuove, il riconoscimento di soggettività altre;

– pratiche di solidarietà umana/umanitaria come forma di com-partecipazione di fronte a disastri “naturali” e sociali;

– mutuo soccorso e relazioni dal basso con esperienze autogestite, autonome da organizzazioni politiche, radicali. In particolare vanno ricercate relazioni con le nuove soggettività femministe, migranti, comunarde, “fuori mercato” (sovranità alimentare, recupero fabbriche e terre ecc.);

– il mondo qui da noi: autorganizzazione migrante, lotta alle frontiere, “ritorno a casa” come cooperazione con i luoghi di origine;

– favorire (e partecipare a) una rete di relazioni politiche tra persone, esperienza politico sociali progressiste e rivoluzionarie, organizzazioni e così via.

Queste settimane –  mentre ci mobilitiamo contro la guerra reale, quella scatenata da Putin contro l’Ucraina, contro ogni volontà bellicista e sosteniamo in ogni modo la popolazione che subisce la guerra e resiste alla guerra – possono essere anche un’occasione per non ripetere errori del passato e fare qualche passo nella direzione di nuove relazioni tra soggettività che vogliono riconoscersi.

Immagine di copertina da Wikipedia