ITALIA
Silenziare aborto e lotte: Women on Web, Women Help Women, Autistici/Inventati
La censura esercitata attraverso i provider dei servizi internet colpisce da tempo le organizzazioni che offrono informazioni e consulenza online riguardo l’aborto farmacologico. Le sanzioni imposte dal governo statunitense adAutistici/Inventati impone una riflessione sui possibili sviluppi negativi e sulle tutele da adottare. Oggi venerdì 25 settembre Manifestazione a Roma
Women on Web e Women Help Women sono organizzazioni non governative che dal 2005 (WoW) e dal 2014 (WHW) offrono informazioni e consulenza online riguardo l’aborto farmacologico e l’uso di mifepristone e misoprostolo in contesti dove l’accesso sicuro all’aborto è ostacolato o negato. Operano attraverso help desk multilingue gestiti da volontariə, professionistə sanitarie e attivistə femministe. Da febbraio 2026, entrambi i siti delle due ONG sono oscurati in Italia.
Quello della censura, shadowbanning e deindicizzazione dei risultati sulla salute sessuale e riproduttiva e nello specifico dell’interruzione di gravidanza (IVG) è un tema tutt’altro che nuovo. Le modalità di oscuramento possono derivare da censure legate alle policy delle grandi piattaforme (Google e Meta) o dagli Internet Service Provider (ISP), ovvero i gestori che a livello nazionale forniscono accesso alla rete internet (ad esempio, tra gli altri, Tim, Vodafone, o Wind). Se negli Stati Uniti, dal 2022, l’annullamento della sentenza Roe v. Wade che garantiva a livello federale il diritto all’interruzione di gravidanza ha rinsaldato l’alleanza tra gli oligarchi delle grandi piattaforme e la nuova destra reazionaria al governo, più sottile e meno evidente è la censura esercitata attraverso i provider di servizi internet.
Non solo in Italia
Prima del grande dibattito scaturito a seguito della decisione statunitense del 2022 e delle sue conseguenze, il sito web di Women on Web era stato bloccato in Spagna nel febbraio del 2020, all’inizio della pandemia da Covid-19, a seguito di un provvedimento dell’Agenzia Spagnola dei Medicinali e dei Dispositivi Medici (AEMPS), senza una preventiva autorizzazione giudiziaria formale. A seguito di questo, nel corso degli anni l’organizzazione ha avviato diverse battaglie legali nei tribunali spagnoli. Sebbene alcune sentenze ne abbiano contestato la legittimità, l’accesso al sito risulta tuttora interdetto su molte reti del paese. Nel giugno del 2026, esaurite le vie di ricorso interne con il rigetto della Corte costituzionale, il caso è stato ufficialmente portato davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) per ripristinare l’accesso alle informazioni sicure sull’IVG.
In Italia sta accadendo qualcosa di simile e questa volta i numeri lo confermano con precisione. Un report pubblicato il 28 luglio 2026 da OONI (Open Observatory of Network Interference) – organizzazione no-profit registrata proprio in Italia, che dal 2012 monitora la censura della rete a livello globale – documenta come, a partire da metà febbraio 2026, l’accesso ai domini www.womenonweb.org e www.womenhelp.org sia bloccato su almeno sei provider internet italiani. Il report è stato realizzato in collaborazione diretta con Women on Web e si inserisce in un filone di ricerca che OONI porta avanti dal 2019, quando per la prima volta ha documentato blocchi di Women on Web in Brasile, Iran, Arabia Saudita, Corea del Sud e Turchia, e poi ancora nel 2020 con il caso spagnolo.
Il contesto nazionale
Questo blocco si colloca in un contesto nazionale già segnato da ostacoli concreti all’accesso all’aborto. In Italia l’IVG è regolata dalla Legge 194 del 1978, una legge che negli anni ha mostrato tutte le sue aporie. Questa consente l’interruzione di gravidanza su richiesta entro le prime 12 settimane, ma la possibilità di ottenerla in pratica è tutt’altro che scontata: circa il 67% dei ginecologi italiani si dichiara obiettore di coscienza, con punte del 100% in alcuni ospedali, e chi trova un medico disponibile deve comunque attendere sette giorni tra la richiesta e la procedura; un lasso di tempo che può far scivolare la richiesta oltre il limite delle 12 settimane. Ad aggravare il quadro, nell’aprile 2024 il Parlamento ha approvato una norma che consente alle associazioni antiabortiste di entrare nei consultori pubblici.
In questo scenario, secondo quanto riportato da una portavoce italiana di Women on Web, sempre più persone si rivolgono a servizi come questo, non per mancanza di alternative, ma per scegliere un aborto gestito con calma a casa propria tramite telemedicina – modalità che l’Organizzazione Mondiale della Sanità stessa raccomanda come sicura per interrompere una gravidanza indesiderata.
Non sorprende, dunque, che proprio uno dei Paesi in cui le grandi piattaforme di telemedicina registrano una forte domanda, dovuta alle difficoltà nell’accesso a prestazioni sicure che dovrebbero essere garantite dal SSN, stia intervenendo per censurare quegli spazi che permettono alle persone di esercitare un diritto fondamentale: decidere sul proprio corpo e sul proprio percorso di vita. Un paese che resta inerte di fronte a tassi di obiezione altissimi, che finanzia attivamente gruppi antiabortisti nei percorsi istituzionali di accesso e che trasforma le linee di indirizzo sull’aborto farmacologico in carta straccia agisce ora su uno dei pochi canali alternativi rimasti alle persone gestanti che intendono interrompere la gravidanza e incontrano ostacoli di natura formale o burocratico-amministrativa.
I dati OONI
I dati raccolti da OONI tra il 1° novembre 2025 e il 1° giugno 2026 mostrano un quadro coerente: Fastweb, Vodafone Italia, EOLO, Sky Italia e Iliad/Scaleway bloccano entrambi i siti, mentre INTRED interviene solo su Women on Web e WIND TRE solo su Women Help Women. Il meccanismo usato in tutti i casi è la manipolazione del DNS (DNS tampering), con tecniche che variano da provider a provider.
Questo significa, in pratica, che i server dei provider internet italiani deviano o bloccano la richiesta dell’utente prima che questa possa raggiungere la pagina del sito.
Fastweb e Iliad/Scaleway restituiscono l’indirizzo “bogon” 127.0.0.1 – un indirizzo che in condizioni normali non dovrebbe mai comparire su internet pubblico, essendo riservato alla comunicazione interna di un dispositivo con sé stesso. La stessa tecnica era già stata osservata in Iran, Filippine, Corea del Sud e Spagna per bloccare Women on Web.
Vodafone Italia, EOLO e WIND TRE, invece, fanno comparire un errore NXDOMAIN, che fa credere all’utente che il dominio semplicemente non esista, alimentando confusione sulla reale natura del blocco.
Sky Italia, infine, reindirizza le richieste verso un server che presenta un certificato TLS per l’hostname “blocking.it.isp.sky”, generando un errore di validazione del certificato: la stessa infrastruttura di blocco già utilizzata dal sistema antipirateria Piracy Shield, coinvolto anche nel celebre blocco accidentale di Google Drive nell’ottobre 2024. È un dettaglio non da poco, poichè significa che l’infrastruttura tecnica pensata per bloccare la pirateria online viene impiegata, di fatto, anche per impedire l’accesso a informazioni sanitarie legali.
Nelle conclusioni del proprio report, lə stessə ricercatorə di OONI sottolineano un punto cruciale: la censura delle informazioni sulla salute riproduttiva non è un fenomeno limitato ai Paesi dove l’aborto è illegale, ma riguarda anche paesi europei – Italia e Spagna in testa – dove è formalmente legale ma di fatto difficile da ottenere. E il fatto che le tecniche di blocco via DNS non segnalino esplicitamente all’utente che si tratta di una censura intenzionale, facendola apparire piuttosto come un banale guasto tecnico, rende ancora più urgente una risposta in termini di trasparenza e di responsabilità politica.
Il caso di Autistici/Inventati
Quanto sta succedendo con le piattaforme di Women on Web e Women help Women in Italia non appare come caso isolato ma si inserisce in un più ampio fenomeno di consolidamento delle strategie di controllo digitale. Non possiamo che concludere ricordando quanto in questi giorni sta succedendo al collettivo A/I Autistici Inventati. Siamo arrabbiate e decisamente preoccupate per le sanzioni imposte dal governo statunitense su A/I, che dal 2001 forniva infrastrutture informatiche libere, non proprietarie, costruite attorno alle relazioni e alla condivisione di sapere, utilizzate da chi, come noi, intende portare avanti delle lotte anche contro il controllo pervasivo e strumentale dello spazio digitale.
A/I è stata bollata come “organizzazione terroristica” e da lì si sono innescate una serie di conseguenze a cascata che hanno reso evidente l’intreccio tra spazi fisici e digitali, tra capitale e organizzazione delle infrastrutture, tra controllo e repressione. Nonostante la solidarietà espressa nei giorni immediatamente successivi alla decisione del governo USA, A/I ha comunicato la decisione di chiudere definitivamente il progetto: «Nessuna di noi ha simpatia per i gesti eroici e men che meno per i martiri! – scrive il collettivo in un comunicato – quindi non ne faremo e non ne chiederemo. In questo clima continuare a offrire i nostri servizi è solo un pericolo in più per le nostre utenti e per tutte le persone che fanno parte delle nostre comunità. In un mondo di accuse slegate dai fatti non possiamo che aspettarci un’ulteriore repressione sproporzionata. Questo ci mette di fronte all’impossibilità di mantenere il nostro progetto originario: offrire strumenti sicuri e non mercificati».
Quello che è successo crediamo sia grave, e ci restituisce con ferocia il braccio di ferro che si gioca attorno ai margini dell’organizzazione del dissenso che governi fascisti e sempre più reazionari intendono “tollerare”. Vedere quanto sia stato facile oscurare i progetti di WoW e WHW, e quanto sia stato altrettanto semplice liquidare A/I, ci interroga sui processi decisionali di Stati che millantano di essere democratici.
Come collettiva che ogni giorno accompagna le persone, fisicamente e online, nei loro percorsi abortivi, l’oscuramento di WoW e WHW ci ha colpite: sapere che l’accesso a informazioni e risorse fondamentali per questi stessi percorsi possa essere spento con un provvedimento tecnico, senza dibattito né trasparenza, ci riguarda direttamente.
Come collettiva che ha una propria infrastruttura online da ormai 10 anni, necessaria per le nostre lotte, e che vede quanto poco sia bastato per cancellare l’esistenza di A/I (nessun processo, nessun contraddittorio), ci chiediamo se i movimenti non debbano fare una riflessione seria su cosa potrebbe accadere nei prossimi mesi e anni, su quali tutele collettive adottare e su come contrattaccare.
A questo ci esorta proprio A/I nel suo ultimo comunicato, sottolineando che «se c’è qualcosa che può mettere in difficoltà i nostri avversari, oggi, ieri, sempre, è la nostra capacità di diffondere il virus dell’autogestione e dell’autodeterminazione, di moltiplicare in maniera frattale le infrastrutture del dissenso». Noi cercheremo di farlo, nel nostro piccolo, consapevoli che è la nostra reperibilità nell’online che ci ha permesso di raggiungere persone che altrimenti non avremmo raggiunto mai. Siamo noi ad avere la responsabilità di immaginare un altro modo di utilizzare gli spazi, anche digitali, perché siano risorsa di cura collettiva e organizzazione politica. Per questo, le nostre infrastrutture si stanno riorganizzando.
Il vuoto che lascia A/I è enorme, e vogliamo pubblicamente ringraziare il collettivo per essere stato quello spazio di cura che andavamo cercando. Vogliamo inoltre accogliere un altro degli inviti cui ci esorta il collettivo, sempre nell’ultimo comunicato: sarà importante anche mollare i PC, uscire, lottare e abbracciarci. E noi lo faremo, con la speranza che altre mille A/I possano presto nascere e trovare il modo di alimentare pratiche politiche ispirate a un modo di stare insieme radicalmente diverso.
Oggi Venerdì 25 settembre, a Piazza dei Santi Apostoli a Roma alle 17.30 è stato organizzato il presidio per la campagna Nel Mirino invita ad essere in piazza contro le sanzioni Usa ad Autistici/Inventati, Francesca Albanese, Palestine Action.
la copertina è di Valentina fusco

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