approfondimenti
ITALIA
Educare alle differenze: anticorpi contro isolamento e autocensura a scuola
Con la Legge 104/2026 entrata in vigore a luglio, il governo introduce un regime di controllo sull’educazione sessuo-affettiva. Tra ispezioni ministeriali e autocensura preventiva, il dodicesimo Meeting nazionale di Napoli cerca di costruire una resistenza collettiva
A pochi giorni dall’inizio del nuovo anno scolastico Giuseppe Valditara è tornato a occuparsi con insistenza di educazione affettiva, sessuale e di genere, riproponendo una sequenza che ormai conosciamo bene. Al Meeting di Rimini, il 25 agosto, ha rivendicato il consenso informato come una scelta di «libertà educativa», ha parlato di libri per bambine e bambini che lo avrebbero fatto «rabbrividire», della necessità di non compromettere l’innocenza dell’infanzia e di mettere fine ai «lavaggi del cervello». Il 3 settembre, intervistato da Famiglia Cristiana, è stato ancora più esplicito: con il consenso informato, ha spiegato, si vuole tenere fuori dalla scuola la «cultura woke» e impedire l’insegnamento delle cosiddette teorie gender.
Poi il registro cambia. Quando il discorso torna sui femminicidi, sulla prevenzione e sul ruolo della scuola, Valditara rivendica di avere introdotto per la prima volta tra gli obiettivi di apprendimento l’educazione al rispetto, all’empatia, alle relazioni e alla parità di genere. È la stessa risposta utilizzata in questi giorni di fronte a chi, dopo l’uccisione di Lorena Isceri e l’appello del padre a lavorare nelle scuole, ha chiesto di non arretrare sull’educazione sessuo-affettiva. Ed è anche la linea utilizzata nelle rettifiche a comizi e articoli, come quello pubblicato da Chiara Franceschini su “Domani” alla fine di agosto.
La questione di fondo è questa: se la violenza di genere non è un’emergenza ma un fenomeno strutturale, la prevenzione non può limitarsi a intervenire quando la violenza è già accaduta o a insegnare alle donne a riconoscerla prima, ma deve agire sulle condizioni culturali e sociali che la rendono possibile.
A questa domanda Valditara risponde rivendicando rispetto, empatia e parità tra gli obiettivi della scuola. Ma il rispetto, se viene separato da un lavoro sui rapporti di genere, sugli stereotipi, sul consenso, sulla sessualità e sulle relazioni di potere, rischia di restare un principio astratto, incapace di interrogare i meccanismi che producono la violenza.
Ed è precisamente su quei terreni che il ministro torna, contemporaneamente, a evocare «propaganda gender», cultura woke e bambini da proteggere. Si rivendica dunque la prevenzione della violenza mentre si sottopongono a sospetto alcuni degli strumenti necessari a praticarla. Questa apparente oscillazione consente a Valditara di rivolgersi contemporaneamente a target diversi: da una parte verso chi grida a una scuola invasa dal gender e dal woke; dall’altra una narrazione più rassicurante, destinata anche al mondo docente e alle famiglie che non si riconoscono in un progetto oscurantista e considerano utile e ovvio che la scuola si occupi di prevenzione e relazioni.
I due messaggi non si annullano, si completano. Il primo costruisce e mobilita il nemico; il secondo neutralizza le critiche che quella costruzione produce. Si può rivendicare davanti a un pubblico la vittoria contro il gender e, davanti a un altro, sostenere che nessuno abbia mai voluto limitare l’educazione alle relazioni. La rettifica diventa così parte della stessa operazione politica della dichiarazione che l’ha resa necessaria.
La legge sul consenso informato
È in questa doppia operazione che la Legge 104/2026 diventa ancora più grave.
Entrata in vigore il 7 luglio, la legge non vieta tutte le forme di educazione affettiva, ed è proprio su questo che Valditara costruisce le sue smentite. Ma introduce un regime speciale di sospetto e controllo intorno alla sessualità e alle identità e ruoli di genere. Non serve definire giuridicamente che cosa sia “gender” se il confine viene costruito ogni giorno nel discorso politico.
Il rischio più concreto, a questo punto, è l’autocensura. Una dirigente che rinuncia a un progetto per evitare contestazioni, un collegio che ne riduce i contenuti, un’insegnante che sceglie di non utilizzare un materiale non stanno semplicemente applicando una legge: stanno anticipando un possibile conflitto.
Ed è così che una scuola può restringere il proprio campo d’azione senza che sia necessario vietare formalmente ciò che decide di non fare.
Le ispezioni degli ultimi mesi rafforzano questo meccanismo. Dal liceo Vivona di Roma, dove una lettera su Gaza inviata da un docente a studenti ormai diplomati ha prodotto un accertamento poi concluso senza criticità, alle verifiche intorno ad assemblee con Francesca Albanese e ad altre iniziative considerate politicamente sensibili, il punto non è soltanto l’esito delle singole procedure. Il punto è il messaggio che la loro ripetizione invia all’intero sistema scolastico: alcuni contenuti espongono più di altri all’attenzione del ministero.
È qui che consenso informato e ispezioni, pur essendo strumenti molto diversi, finiscono per incontrarsi. Il primo aumenta il controllo preventivo su alcune attività; le seconde mostrano che su alcuni terreni il controllo può arrivare anche dall’alto.
Tra i due cresce lo spazio dell’autocontrollo: quello in cui scuole, dirigenti e docenti cominciano a selezionare preventivamente ciò su cui conviene esporsi.
Oltre alla legge 104/2026, le nuove Indicazioni nazionali, le battaglie contro il woke e il linguaggio inclusivo, l’enfasi sul primato educativo delle famiglie e il ricorso agli strumenti ispettivi compongono un’idea di scuola nella quale il ministro forza i confini culturali del dicibile, zittisce il corpo studentesco, annichilisce la libertà di insegnamento.
Educare alle differenze a Napoli
È su questo terreno che il dodicesimo Meeting nazionale di Educare alle Differenze, che si terrà a Napoli il 26 e 27 settembre, assume quest’anno un valore politico particolare. Da più di dieci anni il Meeting mette in relazione insegnanti, dirigenti, studenti, associazioni, famiglie, movimenti, sindacati, servizi e amministrazioni locali.
Nel nuovo quadro normativo, però, questa rete può diventare anche un antidoto molto concreto a uno dei principali meccanismi attraverso cui l’autocensura si diffonde: l’isolamento.
Perché, se ogni insegnante deve capire da sola ciò che può fare, se ogni dirigente deve valutare individualmente quanto sia conveniente esporsi, se ogni scuola considera la propria contestazione un caso particolare, la prudenza diventa una risposta perfettamente razionale. Al contrario, conoscere collettivamente la normativa, distinguere i divieti reali dai confini prodotti dalla propaganda politica, costruire strumenti di autotutela, condividere pratiche e mettere in comune i conflitti modifica concretamente le condizioni nelle quali quelle decisioni vengono prese.
È questo il significato che assume quest’anno Fuori controllo, il titolo del Meeting. Non il rifiuto delle responsabilità della scuola, ma il tentativo di sottrarsi al meccanismo per cui è la scuola stessa, per prudenza, a restringere progressivamente il proprio campo d’azione; non la ricerca dell’eroismo individuale, ma la costruzione delle condizioni collettive che permettono di esercitare l’autonomia anche quando il suo esercizio diventa politicamente più costoso.
Un anticorpo all’autocensura, del resto, non si costruisce chiedendo alle persone di essere più coraggiose, ma facendo in modo che non debbano esserlo da sole.
Immagine di copertina di Educare alle differenze
Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione.
Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580

