approfondimenti
EUROPA
Dalla rivolta antirazzista all’irruzione municipale. La sfida dei contropoteri
Le ultime elezioni comunali francesi mostrano l’emergere di forme di contropotere territoriale costruite nei quartieri popolari, tra le componenti più giovani e razzializzate della società. A partire da questi risultati, il gruppo animatore di Progetto Commoning riflette sulla traiettoria di France Insoumise, sempre più partito-ombrello delle lotte sociali
Saint-Denis, Ile-de-France, marzo 2026. All’annuncio della vittoria al primo turno di Bally Bagayoko – candidato sindaco del movimento La France Insoumise, sostenuto anche dal Partito Comunista – una nutrita folla, riunita nella hall della mairie, esplode in urla di gioia. Risuonano i cori più diffusi delle manifestazioni degli ultimi anni: Siamo tutti antifascisti (in italiano) e, soprattutto, Nous sommes tous des enfants de Gaza (“Siamo tutti bambini di Gaza”). Poco distante, nel comune di La Courneuve, il neoeletto Ali Diouara e i suoi compagni fanno lo stesso. Scene simili accompagnano la vittoria di candidati insoumis in altri comuni popolari delle periferie metropolitane e in alcune città segnate dalla deindustrializzazione: a Roubaix, alla frontiera con il Belgio; a Creil, poco a nord di Parigi; a Vénissieux, Vaulx-en-Velin e Saint-Fons, nella cintura urbana e periurbana di Lione.
Il giorno dopo
La reazione non si fa attendere: l’indomani, durante un’intervista televisiva, un giornalista, scandalizzato, incalza Bagayoko: «non le pare curioso scandire cori del genere dopo una vittoria alle elezioni municipali?». Il neosindaco si mostra sorpreso: «curioso? Questo significa non comprendere nulla della situazione attuale. Con il genocidio in corso a Gaza c’è un termometro diverso in territori come Saint-Denis». Perché «si tratta di uomini e donne eredi dell’immigrazione, che si identificano con la situazione della Palestina; ma non solo, anche a quella del Congo e di tanti altri paesi». «Saint-Denis –, conclude – è da sempre un territorio di resistenza contro l’imperialismo e il neocolonialismo».
Le tendenze più recenti del lungo ciclo di lotte di classe francese di questi anni sono racchiuse in questa sequenza di immagini. Anzitutto, l’estensione dello scontro politico al piano istituzionale. Sarebbe in effetti riduttivo leggere la conquista da parte della France Insoumise dei suoi primi comuni nei termini di un mero successo elettorale.
Frutto di un’ampia mobilitazione delle classi popolari, capace di coinvolgere i francesi di seconda e terza generazione, queste vittorie sono il sintomo della tensione, potenzialmente esplosiva, tra “costituzione materiale” e “costituzione formale” della Quinta Repubblica – tra la composizione sociale che vive e produce i suoi territori e le forme politico-istituzionali supposte rappresentarla.
Non è secondario, in questo senso, che l’epicentro di questo processo politico si trovi nella Seine-Saint-Denis: il dipartimento più giovane della Francia metropolitana, nel quale circa il 35% della popolazione ha meno di venticinque anni. Ma anche il dipartimento con la più alta percentuale di popolazione immigrata. Nei suoi comuni si concentrano alcune delle più importanti genealogie postcoloniali della Francia contemporanea, ma anche tassi elevati di povertà e disoccupazione e una quota rilevante di quella forza-lavoro del terziario – dei trasporti, del commercio, della logistica, ma anche dei servizi di cura – che assicura quotidianamente il funzionamento del lavoro essenziale della metropoli parigina.
Se la partecipazione al voto municipale di fasce della popolazione in cui l’affluenza è tradizionalmente bassa costituisce in sé una controtendenza alla torsione autoritaria della repubblica presidenziale, essa delinea soprattutto una nuova, più avanzata figura delle lotte.
Dalla sollevazione dei Gilet Gialli al movimento della Palestina Globale, passando per l’insurrezione delle banlieues seguita all’omicidio poliziesco di Nahel Marzouk, nel comune di Nanterre, è un nuovo assetto territoriale del contropotere ad affermarsi e, ora, a esprimersi nelle urne. Lungi dal costituire eventi isolati, queste ondate vanno lette come tappe successive di un processo di soggettivazione politica che ha interessato soprattutto un’intera generazione di francesi razzializzati, racisés, di cui i sindaci insoumis costituiscono una prima sedimentazione.
Coerentemente con questo assetto territoriale delle lotte, le elezioni di marzo delineano i contorni di una nuova strategia municipalista – o “comunalista”, per usare la formula privilegiata in Francia, riecheggiando la Comune di Parigi – che potremmo provvisoriamente definire come costruzione di avamposti insieme difensivi e offensivi contro l’avanzata fascista, la svolta autoritaria dello Stato e il razzismo strutturale della République. Sono molte le affinità che, al netto delle differenze, sembrano legare queste esperienze alla vittoria di Zohran Mamdani – candidato DSA (Democratic Socialists of America), appoggiato dai sindacati autonomi degli inquilini e dal movimento per la Palestina – nella città di New York. Delle analogie che disegnano forse i contorni di una nuova ondata internazionale di neomunicipalismi in cui la composizione sociale immigrata e la lotta contro la violenza neocoloniale assumono un ruolo centrale.

Una nuova stagione “comunalista”
Questi nuovi esperimenti sembrano segnare uno scarto rispetto all’ultima grande stagione municipalista, rappresentata dalle esperienze spagnole e italiane dei primi anni Dieci. Se, in effetti, quel municipalismo designava anzitutto il tentativo di «occupare le istituzioni locali» – per riprendere la formula resa celebre da Barcelona en Comú – di utilizzarle come leva per avviare un processo di riforme radicali, il comunalismo introduce un’esigenza ulteriore: mantenere aperto il campo di tensione tra il governo municipale e il suo “fuori”, vale a dire le assemblee, le associazioni, i collettivi e i contropoteri territoriali capaci di controllarne l’operato, criticarlo, spingerlo più avanti e radicalizzarlo.
Esso non si concretizza solo nella conquista delle municipalità, ma anche nella costruzione di istituzioni porose rispetto ai conflitti sociali e nel fare delle città dei punti di appoggio per una dinamica politica che le oltrepassi. Sarà la riflessione su queste differenze, e sulle virtù e i limiti dell’autogoverno di città come Napoli e Barcellona, che si potranno individuare gli assi programmatici intorno ai quali costruire lotte capaci di estendere il processo e radicalizzare blocco degli sfratti abitativi, accesso alla casa e ai servizi pubblici, smilitarizzazione dei territori (a partire dal disarmo della polizia municipale, come annunciato a Saint-Denis), ecologia sociale e popolare, antirazzismo politico e internazionalismo.
Questa esperienza in formazione aggiunge un capitolo sostanzialmente nuovo al ciclo lungo delle lotte francesi di questi ultimi dieci anni, costituendo più in particolare un’evoluzione del modo in cui si è articolato in esse il rapporto tra movimenti e partito.
Non si tratta solo di riconoscere una dialettica virtuosa tra La France Insoumise e diverse anime del movimento francese, ma di comprendere questo rapporto come una articolazione espansiva tra lotte e piattaforma elettorale. Articolazione, più che dialettica, perché LFI non si è rapportata ai movimenti con una logica egemonica; non ha agito secondo il principio della cooptazione dei suoi portavoce; né si è accontentata di assicurare una traduzione del movimento in consenso. Si tratta, piuttosto, di un meccanismo circolare di risonanza, nel quale il riferimento politico amplifica la forza delle lotte, senza con ciò intaccarne l’autonomia.
L’elemento di novità del nascente municipalismo insoumis risiede nel fatto che esso costituisce una prima materializzazione di un ecosistema trasformativo – composto da movimenti, collettivi, associazioni, basi sindacali, ma anche istituti culturali, seminari di ricerca militante, percorsi di educazione popolare e gruppi di lettura – nel quale il partito esercita una funzione di “leadership provvisoria” (cfr. Rodrigo Nunes, Né verticale né orizzontale: una teoria dell’organizzazione politica, Alegre, Roma, 2025). D’altronde, molti dei neosindaci insoumis provengono da un ricco tessuto di associazionismo e collettivi di democrazia partecipativa, come On s’en mêle. Le vittorie insoumis alle elezioni municipali testimoniano del loro radicamento e costituiscono, al tempo stesso, un salto di qualità che impone nuovi equilibri di (contro)potere territoriale, in parte eredi delle occupazioni delle rotatorie di movimenti dei Gilet Gialli e della sua densa rete di assemblee locali. Equilibri di cui andranno esplorate tutte le potenzialità.
Da questo punto di vista, la traiettoria insoumise si distingue ormai sempre più da quella spagnola di Podemos. Il confronto richiede cautela, poiché le congiunture nazionali, le strutture istituzionali e le temporalità non sono sovrapponibili. Una differenza appare tuttavia rilevante. Nel quadro aperto delle lotte degli indignados del 2011, Podemos ha tentato di costruire un partito-movimento: una forma organizzativa capace di tradurre sul terreno istituzionale la forza delle piazze occupate del 15M, mantenendo aperta una relazione con i movimenti dai quali era emersa. La progressiva integrazione nelle logiche della competizione elettorale e del governo, accompagnata da una crescente centralizzazione e da conflitti interni particolarmente distruttivi, ha tuttavia indebolito questa ambizione iniziale.
La France insoumise sembra muoversi secondo una traiettoria in parte diversa. Più che configurarsi come un partito-movimento, essa tende a delineare la forma anfibia – e certo contraddittoria, ma forse proprio per questo dinamica ed efficace? – di un movimento-partito.
Non si tratta semplicemente di un’organizzazione che rappresenta le mobilitazioni sociali, ma di una forma politica ibrida che tenta di proteggere sotto il suo ombrello – “parti-parapluie” (partito-ombrello) è uno dei concetti utilizzati per descriverne la struttura – e di combinare una pluralità di campagne, lotte territoriali, collettivi, associazioni e soggetti politici all’interno di un dispositivo comune, capace anche di intervenire sul terreno elettorale e istituzionale.
Questa ipotesi non elimina le contraddizioni evidenti della forma insoumise, tra le quali la più importante resta l’ambivalenza tra una struttura partitica decentrata e di piattaforma per le lotte e le istanze che provengono dai territori, e una classe dirigente fortemente centralizzata intorno alla figura carismatica di Jean-Luc Mélenchon. Né tantomeno può interamente supplire alla necessità di un movimento sociale ampio e costituente che sostenga, accompagni e contribuisca a radicalizzare la campagna presidenziale insoumise, per esempio sugli effetti della guerra in termini di carovita e impoverimento, proprio nei mesi centrali della campagna elettorale. Essa permette tuttavia di cogliere la sfida che le recenti elezioni municipali hanno reso più visibile: la possibilità che il partito non si limiti a captare elettoralmente la forza delle lotte territoriali, ma venga utilizzato da esse come uno strumento tattico per costruire nuove forme di contropotere istituzionale. Una sfida determinante per impedire l’arrivo dell’estrema destra all’Eliseo e attivare il processo costituente – creolo e popolare – della “Nuova Francia”.
Immagine di copertina e interna all’articolo sono della France Insoumise dal comizio a Saint-Denis del 7 giugno 2026
Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione.
Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580

