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MONDO
Accelerazionismo Incel tra misoginia radicale, stragismo scolastico e terrorismo nero
L’odio verso le donne non è un’aberrazione del sistema: ne è una componente strutturale, radicata in decenni di cultura patriarcale e sempre più amplificata dagli ecosistemi digitali. Dall’odio organizzato della manosphere al nichilismo armato degli incel, fino alla logica del collasso accelerazionista delle ultradestre, prende forma una violenza sistemica, alimentata da reti di radicalizzazione misogina e dal suprematismo bianco
Il 23 maggio 2014 in California, vicino al campus dell’Università di Santa Barbara, Elliot Rodger, 22 anni, uccide, in un attacco stragista, sei persone e ne ferisce quattordici. Prima dell’attacco carica su YouTube un “video manifesto” in cui spiega le motivazioni del gesto e invia alla famiglia un documento giustificazionista di 137 pagine, nel quale accusa le donne di averlo rifiutato, descrivendo la propria vendetta come inevitabile. Successivamente all’attentato emerge la sua presenza attiva all’interno di forum online legati alla manosphere, tra cui PUAHate.com e ForeverAlone.com, dove si identifica apertamente come Incel — involuntary celibate, “celibe involontario” — trovando terreno fertile per agganciare il proprio odio individuale alla più diffusa realtà misogina del ventunesimo secolo: la Manosphere.
L’ODIO ORGANIZZATO: COME NASCE E SI DIFFONDE LA MANOSPHERE
La manosphere è un ecosistema vasto e differenziato di comunità online antifemministe, praticamente del tutto composte da uomini cis bianchi etero, che si muovono su diverse piattaforme: da Reddit e Telegram a YouTube e TikTok. Tutte condividono delle basi comuni: il privilegio delle donne derivante dal gynocentrism, antifemminismo e anti-cultura woke, razzismo, cultura dello stupro, mascolinità egemone, determinismo biologico e false accuse da parte delle donne relativamente alle violenze di genere.
L’inizio del fenomeno si può ricondurre alla pubblicazione da parte di Neil Strauss, nel 2005, di The Game: la bibbia dell’artista del rimorchio. Il libro è, neanche a dirlo, un successo. Definito da alcuni “critici letterari” “un libro eccellente”, non è altro che un libretto su come rimorchiare le donne e vincere la competizione con gli altri uomini che è riuscito a intercettare il più antico dei bisogni maschili: quello di ottenere potere e che ha dato i natali a un ecosistema mutante misogino di proporzioni mondiali al cui interno convivono svariate correnti.
Ci sono i Pick-up artist (PUA) appunto, che credono di poter “apprendere” tecniche di seduzione per conquistare donne che in autonomia non riuscirebbero neanche ad avvicinare; i Men’s Rights Activists (MRA) che ritengono, tra le altre cose, che tutte le accuse di violenza sessuale da parte delle donne siano false; i Men Going Their Own Way (MGTOW), che scelgono il ritiro volontario dalle relazioni con le donne. E poi ci sono gli INCEL, che si ritengono brutti e che per questo privi di vita sessuale.

Immagine dalla ricerca “A framework for understanding the Manosphere” Cecilia Rollano
Tutti questi gruppi condividono un substrato ideologico comune. La chiamano The Red Pill (TRP) ed è il fondamento della manosphere. Gli uomini sono le vere vittime di un sistema femminista ingiusto che privilegia solo le donne, che li opprime e contro cui bisogna lottare e vincere.
Ma come è possibile che un’ideologia così apertamente misogina abbia travalicato i confini identitari e sia diventata mainstream?
Secondo un articolo pubblicato quest’anno dal titolo A Framework for Understanding the Manosphere, la principale ragione è da ricondurre alla quarta ondata del femminismo che, partendo dal 2010, si distingue dalle precedenti per il massiccio uso dei social media e per un chiaro indirizzo intersezionale. La nascita e lo sviluppo di realtà come il MeToo e Ni una menos hanno unificato e interconnesso le lotte a un livello globale mai raggiunto prima; dal Sud America agli Stati Uniti, da Non una di Meno in Italia alle Pussy Riot in Russia, da Donna, Vita, Libertà in Iran a FEMEN in Ucraina, i movimenti femministi e transfemministi contemporanei sono fortissimi; veicolano idee sui social e muovono corpi nelle piazze e nelle strade, inarrestabili, fieri e senza paura.
In sostanza le cose sono cambiate e gli uomini hanno capito che il privilegiato mondo in cui per secoli hanno vissuto, è finito. Lo hanno capito i boomer, cresciuti a pane appena sfornato e potere immeritato, e lo stanno capendo quelli cresciuti negli anni ’80, ’90 e negli ultimi decenni, a cui è stato insegnato dai mass media e dai propri padri che tutto potevano e tutto meritavano. Le cose sono cambiate e continueranno a cambiare.
MANOSPHERE: UN ECOSISTEMA MUTANTE
Per spiegare ancora meglio come un libretto da due soldi e delle teorie cospirazioniste antifemministe si siano trasformate in una delle ideologie più pericolose del nostro secolo, è necessario fare un’analisi sociologica e psicologica, per quanto semplificata, della questione. Secondo lo studio già citato in precedenza, sono quattro le principali categorie che hanno permesso alla manosphere di diventare quello che è oggi: leadership, accessibilità, identità e pratiche misogine.
La leadership è in mano a figure che dovrebbero essere trattate come ciò che sono: apologeti della violenza di genere, propagandisti dell’odio e, in alcuni casi, criminali condannati.
Dai social media influencer come tiktoker e youtuber, il cui compito è quello di introdurre e “diffondere” l’ideologia attraverso podcast antifemministi o guide al rimorchio, agli infamous, personaggi apertamente misogini come Andrew Tate, pluricondannato per traffico di esseri umani, rapimento e sfruttamento della prostituzione, che nei suoi libri e pagine social promuove la disumanizzazione delle donne e la cultura dello stupro. A seguire i moderatori — di fatto i leader delle piattaforme su cui opera la manosphere — che decidono le regole e le linee guida; e i key users, i quali, attraverso podcast pseudoscientifici sul comportamento femminile, affinano la propaganda e la diffondono quotidianamente.

Immagine a cura dell’autor*
C’è poi l’accessibilità. Internet necessita solo di una connessione e di null’altro; non esiste, a livello mondiale, nessuna legislazione uniforme su cosa si possa o non si possa fare sul web e le grandi piattaforme come Meta non rispondono praticamente mai di quello che accade sulle proprie piattaforme. A questo si unisce il grande potere di internet: l’anonimato.
Inoltre, le piattaforme social e non solo dipendono da algoritmi il cui obiettivo è solo il profitto; se un topic, un video o un hashtag crea hype, l’algoritmo tenderà a mostrarlo e incentivarlo senza tregua fino a renderlo virale. L’odio vende e muove le persone perfino più dei gattini, e niente crea hype quanto l’odio per le donne, neanche i gattini.
A tutto questo si unisce l’identità. Appartenenza e obbedienza totale, polarizzazione interna e logica del “noi contro loro” li rendono quasi inattaccabili: indottrinati, acritici e arrabbiati, si autogiustificano e si incitano a vicenda anche di fronte a idee che farebbero rabbrividire chiunque. Lo dimostra l’uso sistematico di pratiche misogine volte a danneggiare le donne: il creepshot, diffusione non consensuale di immagini e video intimi; lo slut-shaming, insulti online sull’aspetto fisico e la sessualità femminile; il coordinated harassment, campagne violente concentrate su una singola donna; e infine mockery and memes, la derisione delle donne attraverso immagini “umoristiche”.
CELIBI PER FORZA, VIOLENTI PER IDEOLOGIA: CHI SONO GLI INCEL
Tra tutti i gruppi della manosphere gli incel sono i più attivi: numerosissimi, antifemministi, razzisti, eterosessisti e trasversali geograficamente, oggi sono diffusissimi su TikTok e Instagram oltre che sulle piattaforme criptate. Paradossalmente devono il loro nome a una donna: una studentessa canadese che nel 1997 creò un blog per parlare delle sue difficoltà sentimentali e chiedere supporto emotivo.
Gli INCEL (celibi involontari) odiano le donne — o come vengono da loro definite: Femoid/Foid (femmine umanoidi), NP (non persone), Hole/Extrahole (il buco) — perché li ignorano in quanto non rispondenti ai loro standard. Tutto, nel loro sistema di pensiero, è opportunismo: alla base c’è la teoria LMS, secondo cui ogni relazione uomo/donna non è guidata da sentimenti ma da un calcolo freddo basato su Look, Status e Money. Ogni uomo ottiene un punteggio. Quel punteggio lo determina. Punto.

Immagine da Wired in CC
Per gli incel il problema è la libertà di scelta conquistata dalle donne grazie al femminismo, che permetterebbe loro di sfruttare avvenenza e potere sessuale per “scegliersi un compagno” sempre di livello superiore (Hypergamy), lasciando gli incel soli e privandoli del “diritto al sesso”.
Nel mondo incel tutto ruota attorno all’aspetto estetico, al diritto al sesso e all’odio verso le donne. L’ossessione per i canoni estetici è tale da spingere alcuni a pratiche estreme: dallo “spacco di ossa” fai-da-te per mascolinizzare i tratti del viso a chirurgie costosissime per aumentare altezza e massa muscolare. Sarebbe grottesco se non fosse che i corpi delle donne vengono da secoli sottoposti a ogni tipo di barbara estetica patriarcale pur di essere “maritabili” — quindi, benvenuti nel club.
Come ogni ecosistema parassita che si rispetti, quello che era nato come ideologia RedPill si è ben presto trasformato in qualcosa di ancora più estremo, affondando le radici in forum ora oscurati come PUAHate.com, Sluthate.com e Lookism.net — insieme noti con l’acronimo PSL. Da quel substrato nasce il ramo misogino radicale incel della Black Pill, classificato nel 2019 dal Canadian Security Intelligence Service come minaccia alla sicurezza nazionale.
IL BLACKPILL: DALLA MISERIA AL NICHILISMO ARMATO
Il blackpill è il nucleo ideologico estremista degli ambienti incel più radicalizzati secondo cui la gerarchia sessuale è immutabile, determinata biologicamente e nessuna forma di cambiamento o miglioramento estetico o sociale può modificarla. In altre parole, se secondo i redpillati il sistema è ingiusto ma si può vincere, per l’ideologia della Black Pill nulla si può fare se non distruggere il sistema.
Nel 2023 una ricerca accademica dal titolo The Black Pill Pipeline spiega come gli incel vengano socializzati on-line attraverso una serie di pillole progressivamente sempre più radicali, utilizzate internamente alla subcultura per stabilire il proprio e l’altrui posizionamento all’interno di una pipeline crescente di estremismo ideologico. Si inizia entrando in contatto con l’ideologia Red Pill attraverso contenuti blandi su YouTube e TikTok per poi finire su forum chiusi e piattaforme criptate in cui la solitudine viene trasformata in rabbia e odio, attraverso narrazioni e dinamiche sempre più misogine e violente.
“L’indottrinamento” si basa sulle logiche del proselitismo estremista: il bisogno di appartenenza, la logica della “rivelazione” solo per gli eletti, il nemico esterno, il martirio e la santificazione, il potere e la vittoria, la giustificazione della violenza.
L’esposizione quotidiana e ripetuta a messaggi, video, podcast che incitano alla violenza come unica soluzione, che mitizzano figure di femminicidi e pluricondannati per violenza di genere e che esaltano l’uso delle armi e dello stragismo come soluzione, stanno portando negli Stati Uniti e ormai anche in Europa alla crescita esponenziale di attacchi di massa sempre più estremi.
Siamo di fronte a un percorso di radicalizzazione che trasforma un disagio sociale in una guerra santa — non metaforica ma operativa – con vittime reali. La solitudine diventa ideologia, l’ideologia diventa identità, l’identità diventa violenza. Il punto di non ritorno non è un atto singolo ma un processo: lento, invisibile, algoritmicamente assistito. Quando la società si accorge che qualcuno ha percorso questa strada fino in fondo, è già troppo tardi.
Elliot Rodger non è rimasto un caso isolato. Il GNET (Global Network on Extremism and Technology) ha pubblicato nel 2024 una tabella degli attacchi verificati perpetrati da incel dal 2015 al 2021: 44 vittime, tra cui una bambina di tre anni. In tutti i casi, gli attentatori — giovani uomini — non si limitano ad agire: lasciano testi, video, dichiarazioni. Citano i predecessori. Si inseriscono consapevolmente in una catena che nei forum incel viene esplicitamente coltivata. L’espressione going ER — letteralmente “fare come ER”, le iniziali di Elliot Rodger — è diventata il codice per indicare un attacco di massa.
LO STRAGISMO SCOLASTICO COME RITUALE
Un elemento che emerge dall’analisi comparata di questi casi è la dimensione rituale dello stragismo, in particolare quello scolastico. La data di nascita precisa nella memoria collettiva occidentale è il 20 aprile 1999, quando tredici persone alla Columbine High School di Littleton, Colorado, vennero uccise da due compagni di scuola. Columbine non fu solo una strage: fu un archetipo. I due perpetratori lasciarono diari, registrarono video, trasformarono la propria violenza in narrazione. Nei decenni successivi è diventata il riferimento esplicito di decine di attacchi e piani sventati in tutto il mondo — citata nei manifesti, celebrata nei forum, studiata come manuale operativo. Il termine columbiners indica ancora oggi una subcultura online che glorifica i due attentatori.

Columbine High School 1999
A questa matrice si è sovrapposta, a partire dal 2014, quella incel: Elliot Rodger aggiunge alla logica dello stragismo la dimensione esplicita della guerra sessuale contro le donne, producendo un ibrido ideologico in cui misoginia, nichilismo e desiderio di notorietà si fondono in un unico atto performativo. Non è una sovrapposizione casuale: in quasi tutti gli attacchi documentati gli attentatori hanno preso di mira specificamente le ragazze che li avevano rifiutati, o avevano dichiarato di agire a causa di un rifiuto percepito.
La connessione tra scuola, strage e ideologia incel non è casuale né accessoria: è strutturale. La scuola non è scelta per caso: negli immaginari della manosfera radicalizzata essa rappresenta il luogo originario dell’esclusione, il teatro dove si sono formate le gerarchie sociali e sessuali che gli attentatori vogliono distruggere.
L’atto non è mai solo criminale: è un messaggio. La scuola, in questa logica, non è un target neutro: è il luogo dove la gerarchia si è formata, dove il rifiuto ha avuto origine, dove la ferita è diventata identità. Colpire la scuola significa tornare all’origine del rifiuto e distruggerlo pubblicamente.
Le sparatorie scolastiche possono essere pensate come un modo strumentale per i giovani adolescenti di preservare — se non addirittura rafforzare — la propria percezione di mascolinità. La dimensione performativa è centrale: i manifesti degli attentatori rendono esplicite le loro rimostranze e comunicano non solo la consapevolezza delle proprie azioni, ma anche la disponibilità a spiegarne le motivazioni. L’atto non è mai solo distruttivo: è comunicativo. È un discorso rivolto alla comunità incel che guarda, alla società che ha escluso, e ai futuri emulatori. Nulla, in questi attacchi, è casuale: tutto è simbolico, tutto è messaggio, tutto è rituale.
Tutti questi casi, inclusi quelli europei, confermano quanto strage scolastica sia diventata un rituale transculturale, alimentato da reti digitali che trasmettono modelli, forniscono istruzioni e costruiscono pantheon di martiri da emulare.
In questo scenario già abbastanza drammatico si inserisce a gamba tesa un altro elemento preoccupante: l’estremismo di destra. A marzo di quest’anno è stato arrestato a Perugia un diciassettenne che stava pianificando una strage scolastica, ispirata alla Columbine High School, dopo essersi radicalizzato online attraverso il gruppo Telegram Werwolf Division, appartenente all’associazione suprematista bianca attualmente sotto il nome di Divisione Nuova Alba.
MISOGINIA E NEONAZISMO: UN’ALLEANZA DOCUMENTATA
L’intreccio tra ideologia incel ed estrema destra non è un’ipotesi interpretativa: è un dato. Il punto di contatto non è necessariamente politico — gli incel non hanno un programma elettorale — ma ideologico e psicologico. Entrambe le ideologie condividono tratti imprescindibili: misoginia, narrativa dell’uomo bianco come vittima dell’emancipazione delle donne, paura della “sostituzione”, razzismo, determinismo biologico, elogio della mascolinità bianca, giustificazione della violenza.
L’Anti-Defamation League ha pubblicato già nel 2018 un rapporto dal titolo When Women Are the Enemy: The Intersection of Misogyny and White Supremacy, documentando come la disumanizzazione delle donne funzioni da linguaggio condiviso tra ambienti incel e realtà come l’Alt-Right, movimento politico statunitense ultraconservatore, antisemita, islamofobo, negazionista dell’Olocausto, trumpista e ovviamente antifemminista.
Uno dei suoi esponenti, il neonazista cospirazionista Andrew Anglin, ha dichiarato su DailyStormer.com: «meritano di essere picchiate, violentate e chiuse in una gabbia», «devono ritenersi fortunate ad avere un uomo, qualsiasi uomo». Altra figura di spicco di questa fusione è sicuramente F. Roger Devlin, accademico nazionalista statunitense considerato il teorico della manosphere. Nel 2006 pubblica il saggio Sexual Utopia in Power in cui sostiene che la “liberazione delle donne” abbia attivamente danneggiato la capacità degli uomini bianchi di procreare, perché quando le donne bianche hanno libertà di scelta, hanno meno probabilità di sposarsi, avere figli e perpetuare così la razza bianca.
In sostanza il potere di autodeterminazione delle donne è, nella sua visione, la principale causa dello sconvolgimento dell’ordine naturale delle cose, dell’indebolimento del suprematismo maschile bianco e dell’ascesa al potere delle “razze non pure”.
L’Atomwaffen Division (AWD), rete neonazista fondata nel 2015 negli Stati Uniti e poi diffusasi in Europa, Canada e Argentina, è stata ritenuta responsabile di numerosi omicidi e attacchi pianificati. Già dal 2017 ha iniziato a reclutare giovani uomini nei campus universitari, esortandoli a «unirsi ai nazisti locali», con l’obiettivo di nutrire le fila della rete con giovani maschi alienati ed in cerca di appartenenza per poi formarli all’uso delle armi.
Ciò che emerge da questa convergenza è una zona grigia pericolosa, in cui un giovane può entrare dalla porta della frustrazione sessuale e ritrovarsi, attraverso la pipeline digitale, in contatto con reti neonaziste — senza che nessuno dei passaggi sia stato, dall’esterno, visibile. Non due mondi separati che occasionalmente si toccano dunque, ma un continuum ideologico in cui la misoginia funziona da porta d’ingresso e il suprematismo razziale da approdo inevitabile.
ACCELERARE IL COLLASSO: QUANDO L’ODIO DIVENTA STRATEGIA POLITICA
La convergenza tra manosphere e neonazismo sembra essere un processo naturale e un percorso ideologico lineare, il cui l’approdo finale è la sua forma più compiuta e più pericolosa: la logica del collasso accelerazionista.
La premessa della dottrina accelerazionista di estrema destra è che il sistema politico attuale non offrirà mai ai suprematisti bianchi quello che vogliono — un etno-stato governato secondo il principio della purezza della razza. Ma se il sistema finisse e si frantumasse, allora sarebbe molto più facile per gruppi organizzati in milizie armate imporre la separazione razziale. Il caos, in questa visione, non è un problema: è lo strumento.
L’accelerazionismo militante introduce una serie strategie volte a esacerbare, attraverso la violenza, conflitti sociali latenti per accelerare il collasso sociale. Nella sua variante neonazista si concentra sul contrastare il tema dell’uguaglianza, percepito come una manifestazione del decadimento sociale e una minaccia all’ordine naturale, e cerca di precipitare il crollo delle democrazie liberali attraverso la polarizzazione e la violenza politica.

Foto di Luca Profenna
Il testo che ha dato forma operativa a questa idea è Siege di James Mason, il primo a teorizzare e promuovere il terrorismo individuale tra i militanti neonazisti, codificando il modello del “lupo solitario” che agisce indipendentemente, rendendo il monitoraggio da parte delle forze dell’ordine quasi impossibile. Negli anni Dieci del ventunesimo secolo Siege conosce una clamorosa resurrezione grazie all’Atomwaffen Division, che ne fa testo sacro e fonda attorno a esso una dottrina terroristica denominata Siege culture.
Il nichilismo incel — la convinzione che il sistema sia irrecuperabile e che la violenza sia l’unica risposta coerente — e l’accelerazionismo neonazista condividono la stessa grammatica di fondo: il collasso come obiettivo, la strage come messaggio, il martire come modello. Non è una sovrapposizione accidentale: è una saldatura ideologica.
È questa grammatica che ha prodotto, nel febbraio 2025, l’arresto a Bolzano di un quindicenne che si muoveva in un gruppo online suprematista con connessioni esplicite all’accelerazionismo. Sono tutti casi recenti, documentati e non sono eccezioni. Sono la conferma che la pipeline che va dalla frustrazione sessuale al blackpill, dal blackpill alla manosphere radicalizzata, dalla manosphere all’accelerazionismo neonazista, è reale, è attiva e produce danni concreti anche nel nostro paese.
Riconoscere tutto questo non è un esercizio accademico. È la condizione minima per smettere di trattare ogni strage, ogni femminicidio, ogni piano sventato come una tragedia individuale inspiegabile, e cominciare a vederli per quello che sono: gli esiti prevedibili di un sistema culturale misogino, digitale e politico che produce odio su scala industriale e non viene ancora preso abbastanza sul serio.
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