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MONDO

La guerra e le forme di governance in Iran

A partire dai bombardamenti e da Hormuz, quelle che appaiono come “conseguenze” della guerra sono in realtà parte integrante del suo stesso meccanismo. Luoghi di sfruttamento e resistenza, di emergenza e di interiorizzazione del conflitto. Come immaginare forme stabili di coordinamento

Ciò che si sta svolgendo tra Iran e Stati Uniti non può essere compreso semplicemente come una guerra nel senso classico del termine; ci troviamo piuttosto di fronte a una condizione in cui la guerra, da evento circoscritto, si è trasformata in un dispositivo permanente di regolazione del potere. Non abbiamo più a che fare con inizi e fini chiaramente definiti, bensì con una continuità instabile in cui cessate il fuoco, negoziazioni e minacce non sono momenti contraddittori, ma differenti manifestazioni di una medesima logica. In altre parole, la guerra si è trasformata da “evento” in “condizione”: una condizione in cui la stessa sospensione tra guerra e pace viene attivata e produce un ordine specifico.

Se la guerra ha assunto questa posizione, allora non può più essere limitata al solo livello militare. Ciò che osserviamo è una rete di relazioni che attraversa energia, logistica, media ed economia. In questo quadro, lo Stretto di Hormuz non è soltanto un passaggio geografico, ma uno dei nodi vitali della circolazione globale di capitale ed energia; un punto in cui una perturbazione locale può generare effetti su scala mondiale. La minaccia alla sicurezza di questa rotta non costituisce soltanto un’azione militare, ma un intervento nella circolazione del valore: aumento dei prezzi del petrolio, incremento dei costi di trasporto e disgregazione delle catene di approvvigionamento, i cui effetti si estendono dal Golfo Persico alla vita quotidiana in città lontane. Da questa prospettiva, il controllo o la destabilizzazione di tali strozzature diventa uno strumento per ridefinire le posizioni nell’ordine globale.

Ad esempio, nei periodi di aumento delle tensioni nel Golfo Persico, anche in assenza di conflitti diretti, i mercati globali hanno reagito immediatamente: aumento del prezzo del petrolio, incremento dei premi assicurativi per le navi e deviazione delle rotte commerciali. Queste reazioni mostrano come la “minaccia” stessa operi come un’azione economica e come la possibilità della crisi faccia parte del meccanismo di regolazione del mercato globale.

Tuttavia, questa logica non rimane confinata al livello macro. Ciò che appare come “conseguenza” della guerra — dall’aumento dei prezzi all’instabilità economica fino all’ansia quotidiana – è in realtà parte integrante dello stesso meccanismo. La guerra è scesa al livello della riproduzione della vita e opera proprio lì. L’aumento dei prezzi dei beni essenziali, la diminuzione del potere d’acquisto o la carenza di farmaci non sono più semplici segnali di una crisi esterna, ma modalità attraverso cui questa condizione bellica si radica nell’esperienza vissuta quotidiana.

In queste condizioni, anche la distinzione tra “interno” ed “esterno” si indebolisce. La stessa logica che opera sul piano geopolitico – identificazione della minaccia, contenimento rapido e prevenzione della sua espansione – viene riprodotta all’interno della società. La gestione delle proteste, la securizzazione degli spazi, le restrizioni su internet e il controllo degli assembramenti mostrano come la condizione di guerra sia stata interiorizzata nel tessuto sociale. Anche a livello quotidiano, ciò si manifesta come una vita in stato di allerta: rinvio delle decisioni, precarietà lavorativa e ansia costante verso il futuro.

Se la guerra agisce come logica regolatrice dell’intero campo, allora anche le forze che si definiscono in opposizione a questo ordine non possono essere analizzate al di fuori di tale logica. Ciò che viene chiamato “Asse della Resistenza” non è semplicemente un blocco politico-militare contrapposto all’egemonia globale, ma parte della configurazione mutevole dello stesso campo di potere. Queste forze, pur in opposizione, spesso utilizzano logiche simili di organizzazione, controllo e rappresentazione e, in molti casi, operano all’interno dello stesso circuito di riproduzione del potere. Da questa prospettiva, il conflitto geopolitico non implica necessariamente una rottura con i meccanismi di dominio, ma può rappresentarne una forma alternativa di instaurazione. Evitare semplificazioni dualistiche diventa quindi condizione essenziale per mantenere un orizzonte critico.

Tuttavia, limitare questa analisi al livello della repressione e del conflitto geopolitico significherebbe ignorare una dinamica fondamentale. Ciò che si sviluppa all’interno di questa condizione è una crisi profonda nella riproduzione sociale della forza lavoro. Questa crisi non si limita alla riduzione dei salari o all’aumento dei costi, ma si estende al tempo, all’usura e alla possibilità stessa di vivere. Il lavoro non si svolge più soltanto nel luogo di produzione, ma si estende all’intera vita: dalla moltiplicazione dei lavori e dalla precarietà fino al lavoro domestico e di cura invisibile. In questo contesto, alcune parti della popolazione vengono spinte verso una condizione che può essere definita “eccedente”: non nel senso di inutilità, ma in quanto non integrabili nell’ordine esistente e allo stesso tempo facilmente sostituibili o eliminabili.

Questa crisi si manifesta anche nella trasformazione del rapporto tra lavoro e sopravvivenza. Quando il salario non è più sufficiente a garantire la riproduzione della forza lavoro, si diffondono altre forme di sostentamento: dipendenza dalla famiglia, indebitamento o lavoro informale. In tale situazione, la sopravvivenza diventa un progetto individuale, mentre le radici della crisi restano profondamente strutturali. Questo spostamento è parte integrante della logica di guerra, che trasferisce i suoi costi sul piano della vita quotidiana.

Questa condizione trasforma anche le forme della lotta. Non ci troviamo più di fronte a modelli classici e centralizzati, ma a forme disperse, discontinue e spesso instabili: rifiuti quotidiani, mobilitazioni temporanee, solidarietà locali e reti informali. Tuttavia, proprio questa dispersione, in assenza di istituzioni indipendenti, si frammenta facilmente. Internet, che potrebbe fungere da strumento di connessione, viene limitato o interrotto nei momenti critici e le voci si spengono prima ancora di potersi incontrare.

Negli ultimi anni, ad esempio, si sono sviluppate forme di solidarietà al di fuori dei quadri ufficiali: reti locali per la distribuzione di farmaci, aiuti informali tra lavoratori o coordinamenti spontanei per proteste. Queste forme, sebbene instabili, mostrano la possibilità di organizzazione a partire dalla dispersione – ma senza una stabilizzazione istituzionale, tendono rapidamente a dissolversi.

Per questo, la costruzione di istituzioni indipendenti non rappresenta una scelta, ma una condizione di possibilità per la continuità della lotta. Forme organizzative capaci di emergere da questa dispersione, di costruire continuità, produrre memoria collettiva e mantenere connessioni tra le lotte – anche quando i canali ufficiali o digitali vengono meno.

In questo orizzonte, ciò che prende forma all’interno della condizione di guerra non è soltanto distruzione o instabilità, ma una profonda riorganizzazione delle relazioni tra lavoro e riproduzione. La questione non è più soltanto resistere alla repressione, ma inventare nuove forme di connessione e organizzazione: forme che non siano una semplice ripetizione del passato, ma emergano dall’intersezione tra esperienze storiche e condizioni contemporanee. La possibilità di rottura risiede precisamente qui: nella capacità di trasformare dispersione ed erosione in una nuova composizione, capace di rendere immaginabile un diverso orizzonte di vita e di politica.

La copertina è di Copernicus e ritrae le conseguenze di un attacco iraniano al porto di Salalah in Oman (Flickr) dopo un bombardamento aereo

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