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Yeki bud, yeki nabud. Marjane e lo specchio magico di Persepolis

Un ricordo di Marjane Satrapi, artista iraniana deceduta lo scorso 4 giugno a Parigi. Autrice di “Persepolis”, Marjane ha raccontato la storia e la sete di libertà del popolo iraniano

Yeki bud, yeki nabud. Così cominciano molte fiabe persiane, in quello spazio dove si incontrano la storia e la fantasia, la realtà e l’invenzione.

C’era una volta una bambina che voleva diventare profeta.

Lo racconta lei stessa nelle prime pagine di Persepolis. Ha dieci anni, vive a Teheran e, prima di addormentarsi, dialoga con un Dio dal volto benevolo di un anziano patriarca che, non senza ironia, assomiglia sorprendentemente a Karl Marx. È guidata da un istintivo senso di giustizia e coltiva il sogno di un mondo capace di prendersi cura degli ultimi.

Quella bambina si chiamava Marjane.

Nella vita reale, Marjane Satrapi nasce in una famiglia colta e progressista dell’Iran degli anni Settanta. Nella storia che avrebbe raccontato molti anni dopo, si ritrae con grandi occhi neri e poche linee nette, in uno stile che affida alla sottrazione la propria forza espressiva. Le figure appaiono spesso bidimensionali, immerse nel contrasto sintetico del bianco e del nero, con sfondi asciutti e dettagli stilizzati. Da questa apparente semplicità, emergono emozioni, ricordi e avvenimenti storici senza che nulla venga addolcito o attenuato.

Le fiabe e le storie hanno una caratteristica particolare: continuano a circolare molto tempo dopo la scomparsa di chi le ha raccontate. Forse è anche per questo che, dopo la morte di Marjane Satrapi, avvenuta il 4 giugno 2026 a Parigi, sono tornata a Persepolis. Volevo misurare ancora una volta la forza di quelle pagine; capire perché, ogni volta che le apro, alcune immagini continuino a colpirmi in punti diversi; interrogarmi su come alcune storie, invece di restare ferme nel tempo in cui sono state scritte, sembrano cambiare insieme a chi le legge.

La bambina che insegnava la Storia

La fotocopiatrice della scuola dove lavoro tossiva fogli uno dopo l’altro. Io ero lì davanti, qualche mese fa, a scegliere quali pagine di Persepolis potessero entrare nelle mie lezioni. Non era previsto dal programma ministeriale, non compariva in nessuna antologia adottata e, forse, proprio per questo avevo deciso che gli alunni e le alunne avrebbero dovuto leggerlo.

Il mio appuntamento con Persepolis è ormai un rituale annuale. Le immagini di Satrapi posseggono una rara capacità di riattivarsi nel presente, di sottrarsi alla dimensione del documento storico per tornare a essere materia viva di discussione.

Ogni anno, davanti a quelle tavole, accade qualcosa che i manuali di storia raramente riescono a ottenere. A un certo punto, chi legge smette di interrogarsi su un Paese lontano e inizia a guardare dentro di sé. Le domande che emergono oltrepassano l’Iran e toccano il rapporto più ampio tra individuo e potere, tra appartenenza e libertà, tra ciò che siamo e ciò che gli altri si aspettano che diventeremo.

Quest’anno scolastico, tuttavia, la lettura ha assunto una densità particolare. Le vicende che attraversano l’Iran contemporaneo – dalle mobilitazioni che negli ultimi anni hanno rimesso al centro le richieste di libertà e autodeterminazione, alle tensioni geopolitiche che continuano a coinvolgere il Paese nello scenario internazionale – hanno reso ancora più evidente la forza narrativa di Persepolis.

Come tutte le grandi fiabe, anche questa inizia prima della nascita dell’eroina.

Alle sue spalle c’è la storia lunga e tormentata dell’Iran del Novecento. Tra modernizzazione e autoritarismo, tra aspirazioni democratiche e controllo politico.

Quando Marjane Satrapi nasce nel 1969, sul trono siede ancora lo Scià Mohammad Reza Pahlavi. Nella memoria occidentale quel periodo viene spesso ricordato come un’epoca di sviluppo e apertura. Tuttavia, nelle case di molte famiglie iraniane, compresa quella di Satrapi, il racconto è diverso: repressione politica, polizia segreta e disuguaglianze sociali.

La bambina osserva gli adulti discutere di rivoluzione. Non comprende tutto, ma percepisce che qualcosa stia cambiando. È il 1979. Lo Scià cade. Milioni di iraniani festeggiano nelle strade.

Ma, come sappiamo, la storia reale è più complessa delle fiabe.

Per molti iraniani e iraniane la rivoluzione rappresentò una grande promessa di libertà politica, giustizia sociale e indipendenza dalle influenze straniere. Nelle vignette di Satrapi si avverte l’entusiasmo di quei giorni. Eppure, pagina dopo pagina, il sogno si trasforma e si capovolge. Al posto della monarchia si consolida una Repubblica islamica che impone nuove regole, nuovi controlli e nuove forme di censura.

Anche questa è una delle contraddizioni che attraversano Persepolis. Lo Scià rappresentava per gli Stati Uniti e per gran parte dell’Occidente un alleato strategico in una regione cruciale per gli equilibri geopolitici e per il controllo delle risorse energetiche. La sua immagine di sovrano modernizzatore contribuì a lungo a oscurare la repressione esercitata contro chi si opponeva al regime, contro il mondo sindacale, quello intellettuale e i movimenti democratici. Satrapi ricorda che la storia dell’Iran non può essere letta come una semplice contrapposizione tra libertà e fondamentalismo. Dietro la rivoluzione del 1979 si intravedono anche le ambiguità di un Occidente che ha spesso sostenuto governi repressivi, osservando con criteri spesso diseguali i conflitti che coinvolgono “Paesi alleati” e “Paesi nemici”. È una tensione che attraversa anche il presente: dai rapporti con i Paesi del Golfo al sostegno politico e militare che molte potenze continuano a garantire a Israele nelle sue guerre, dalla devastazione di Gaza e del Libano, fino alla rapida normalizzazione di nuovi interlocutori politici come Ahmad al-Sharaa nella Siria post-Assad.

Forse è anche per questo che, a oltre vent’anni dalla sua pubblicazione, Persepolis continua a essere letto nelle scuole e nelle università di tutto il mondo. Non soltanto per ciò che racconta, ma per il modo in cui lo racconta.

La ragazza di Teheran

Quando Satrapi pubblica il primo volume, all’inizio degli anni Duemila, la graphic novel sta attraversando una stagione di profonda trasformazione. Dopo aver conquistato una propria legittimità letteraria grazie a opere come Maus di Art Spiegelman e ai reportage di Joe Sacco, il fumetto smette progressivamente di essere percepito come un linguaggio destinato esclusivamente all’intrattenimento e si afferma come uno strumento capace di affrontare temi storici, politici e autobiografici di grande complessità.

Persepolis occupa un posto centrale in questo processo. Con il suo tratto essenziale in bianco e nero e con la scelta di raccontare la rivoluzione iraniana attraverso lo sguardo di una bambina, poi di una giovane donna, Satrapi dimostra che il fumetto può fare qualcosa che altri linguaggi spesso faticano a realizzare: rendere accessibile la complessità senza appiattirla o semplificarla. Le parole spiegano, le immagini mostrano. Le une colmano ciò che le altre non riescono a fare. Chi legge è chiamato a costruire significati, a collegare ciò che legge con ciò che vede.

Nel caso di Persepolis, questo meccanismo assume una portata ulteriore. Pubblicato in un periodo in cui l’immagine dell’Iran era spesso appiattita tra fondamentalismo, terrorismo e conflitto geopolitico, il libro ha contribuito a restituire profondità e spessore a una realtà che l’Occidente tendeva a osservare attraverso stereotipi. L’Iran raccontato dall’interno di una famiglia, di una scuola, di una città acquista un volto concreto e riconoscibile. Con questa scelta narrativa, il racconto spiega la politica meglio di molti discorsi politici.

È qui che la graphic novel rivela tutta la sua potenza civile, traducendo la storia per renderla più vicina.

Tra le prime tavole del fumetto vediamo bambine allineate con il velo imposto dopo la rivoluzione islamica. Lo indossano senza comprenderne davvero il significato, trasformandolo in un gioco, una corda o una benda. È una scena potentissima, apparentemente infantile, che nasconde la frattura destinata a segnare la vita di Marjane e che coincide con un momento specifico nella vita di tutte e tutti: quando il mondo degli adulti entra con irruenza nell’infanzia.

Rileggere oggi quelle immagini conduce inevitabilmente a guardarle alla luce di ciò che è accaduto in Iran negli ultimi anni. Dopo l’uccisione di Mahsa Amini, a seguito dell’arresto nel 2022 da parte della cosiddetta polizia morale per una presunta violazione delle norme sul velo, milioni di persone sono scese in piazza al grido di «Donna, Vita, Libertà». In quelle fotografie e in quei video provenienti dalle strade di Teheran, in quanto lettrice, ho riconosciuto lo stesso conflitto che attraversa l’intera opera di Satrapi, dove i corpi delle donne diventano terreno di controllo politico e la ricerca dell’autodeterminazione si scontra continuamente con l’imposizione del potere.

Attraversando quelle tavole, entro nella storia attraverso Marjane, le sue domande, le sue paure, i suoi fraintendimenti. Lei osserva, registra, si stupisce, cerca di dare un ordine a ciò che ordine non ha. Non possiede ancora gli strumenti per interpretare pienamente ciò che le accade intorno e proprio per questo riesce a mostrarlo con una limpidezza disarmante.

È in quello spazio di incertezza e di ricerca che si attiva l’immedesimazione di chi legge. Anch’io torno a quello stato originario in cui il mondo degli adulti appariva insieme affascinante e incomprensibile, popolato di regole oscure, discorsi intercettati parzialmente e avvenimenti troppo grandi per essere compresi fino in fondo.

Attraverso gli occhi di Marjane, l’esperienza personale diventa una testimonianza universale.

Abitare più mondi

Come nelle fiabe antiche, l’eroina viene allontanata dal proprio regno. La Teheran della sua infanzia si trasforma lentamente. Le strade cambiano, gli amici spariscono e le libertà si restringono.

Ogni pagina diventa uno specchio. Da una parte c’è Marjane che cresce davvero; dall’altra la sua controfigura disegnata che registra ogni paura, ogni ribellione e ogni scoperta.

Quando viene mandata in Austria, la protagonista entra nel bosco.

Nelle storie tradizionali il bosco è il luogo in cui si perdono le certezze. Per Marjane quel bosco ha i colori dell’Europa. È uno spazio di possibilità, non sempre accogliente, ma è anche il luogo dell’esilio, della solitudine e dell’identità sfumata.

L’esilio è, a mio parere, il tema più universale dell’opera. In Persepolis prende la forma della vicenda di una giovane iraniana costretta a lasciare il proprio Paese negli anni Ottanta, ma rimanda a un’esperienza che attraversa epoche e contesti differenti. Ancora oggi milioni di persone sono costrette a spostarsi o a ricostruire la propria esistenza altrove per ragioni politiche, economiche o ambientali. E dunque, cosa resta della nostra identità quando viene meno il luogo a cui sentiamo di appartenere?

Il viaggio e la vita di Marjane raccontano una delle grandi esperienze della contemporaneità: la costruzione di identità multiple, mobili, transnazionali e come accade nelle storie più vere, il premio del viaggio raramente è la felicità; assomiglia piuttosto alla capacità di abitare le contraddizioni senza smettere di cercare il proprio posto nel mondo.

Per questo Persepolis continua a parlare a lettrici e lettori lontani nel tempo e nello spazio. Non perché racconti una storia conclusa, ma perché la sua storia non è ancora finita.

In questo senso, Persepolis è uno specchio magico. Marjane Satrapi è la bambina, l’adolescente e la donna che ciascuna di noi è stata quando ha scoperto che il mondo non sempre coincide con i propri sogni.

C’era una volta, c’è ancora

Guardando oggi l’opera di Satrapi, è difficile non ripensare anche a Pollo alle prugne, forse il suo lavoro più malinconico. In quella storia, il musicista Nasser Ali Khan decide di lasciarsi morire quando comprende di aver perduto ciò che dava significato alla sua arte e alla sua esistenza. Non credo sia circoscrivibile o facilmente categorizzabile come una storia sulla morte; appare piuttosto come un racconto sul rapporto tra il desiderio, la memoria e ciò che rende una vita degna di essere vissuta.

Tra Persepolis e Pollo alle prugne si potrebbe disegnare una traiettoria sorprendente. Da una parte una giovane che scopre il mondo e crede di poterlo cambiare; dall’altra un uomo che osserva la propria vita dall’orlo della fine. In mezzo c’è tutta l’opera di Satrapi: una riflessione ostinata sull’amore, sui ricordi, sulla libertà e su ciò che, nonostante tutto, continua a tenerci in vita.

Oggi, mentre una nuova generazione di iraniani e iraniane continua a confrontarsi con il lascito della rivoluzione e mentre le donne che hanno raccolto l’eredità di «Donna, Vita, Libertà» continuano a sfidare il potere, la voce di Satrapi resta attuale, inquieta e necessaria.

Come accade nelle fiabe di ogni tempo, la narratrice può uscire di scena, ma il racconto continua a camminare da solo.

È questo che penso ogni anno, mentre la fotocopiatrice di scuola restituisce lentamente le pagine di Persepolis e una nuova classe si prepara a leggerle.

Yeki bud, yeki nabud.

C’era una volta una bambina che voleva diventare profeta e che parlava con Dio. Oggi la sua voce continua a viaggiare per il mondo.

La copertina è di WikiCommons

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