ITALIA

Il cortocircuito sul consenso e i nodi politici del ddl Valditara e del ddl Bongiorno

Il provvedimento nel ministro dell’Istruzione e del merito va a colpire l’educazione sessuo-affettiva nelle aule, cancellando il lavoro fatto da molte insegnanti e associazioni transfemministe per promuovere la cultura del consenso

Negli ultimi anni, il sistema scolastico italiano ha iniziato — con lentezza e tra molte ambiguità — a riconoscere che educare significa anche fornire strumenti per abitare consapevolmente le relazioni. In questo quadro, il concetto di consenso ha fatto il suo ingresso, seppur in modo frammentario, nei percorsi educativi: non come imposizione ideologica, ma come risposta a un’evidenza sociale sempre più difficile da ignorare.

Violenza di genere, incapacità diffusa di riconoscere i confini propri e altrui, difficoltà ad accettare e rispettare le differenze — comprese quelle legate all’orientamento sessuale e all’identità dellə più giovani — non sono emergenze astratte, ma fenomeni concreti che attraversano anche le aule scolastiche.

Questo ingresso, tuttavia, non è stato il frutto di una strategia sistemica o di una chiara volontà istituzionale. Al contrario, è dipeso in larga misura dall’iniziativa di singolə insegnanti che, all’interno di un sistema scolastico fortemente femminilizzato, hanno scelto di assumersi il rischio di affrontare temi scomodi. Un lavoro alimentato dal dialogo costante con realtà del territorio, come associazioni transfemministe e centri antiviolenza, che in questi anni hanno portato nelle scuole pratiche fondamentali. Un contributo importante è arrivato anche dallə attivistə di Non Una di Meno che in diverse città sono intervenutə nelle scuole per colmare il vuoto di educazione sessuo-affettiva, chiamate direttamente dallə studenti durante i periodi di occupazione.

È su questo lavoro sommerso di sinergia tra il dentro e il fuori scuola, non sempre riconosciuto e talvolta apertamente osteggiato, che si è costruito quel poco di educazione al consenso oggi presente nelle scuole. Un lavoro che ha richiesto non solo competenze pedagogiche, ma anche esposizione personale e capacità di resistere a pressioni culturali e istituzionali.

È precisamente su questo terreno fragile che interviene il disegno di legge promosso da Giulia Bongiorno. Nel nuovo impianto, il reato di violenza sessuale non si fonda più sull’assenza di un consenso libero e attuale, ma sulla prova di un dissenso. È un passaggio tutt’altro che neutro. Significa spostare il baricentro: non più verificare se ci sia stato un “sì”, ma se sia stato espresso un “no”.

È qui che la questione giuridica si intreccia con quella educativa. Se il diritto non parla di consenso, anche la cultura educativa perde un riferimento. La scuola si trova così in una posizione paradossale: da un lato tenta di costruire nellə studenti una grammatica del consenso; dall’altro, il quadro normativo si propone di tornare a privilegiare una logica del dissenso, della prova, della contestazione. Non è una contraddizione teorica, è un corto circuito concreto. Come si costruisce una cultura della responsabilità condivisa, se il modello giuridico ruota attorno alla capacità di opporsi?

Il problema non è solo che il disegno di legge (ddl) sia “troppo debole” o “troppo forte”. Il problema è che si muove nella direzione opposta rispetto all’evoluzione culturale e giuridica europea. Un punto di riferimento fondamentale è la Convenzione di Istanbul, ratificata anche dall’Italia, che indica chiaramente nel consenso il criterio centrale per definire la violenza sessuale e assegna alla scuola un ruolo esplicito nella prevenzione: educare al rispetto reciproco, all’uguaglianza e all’autodeterminazione.

Il ddl si discosta da questa impostazione, tornando a un paradigma basato sul dissenso. Le conseguenze non sono solo processuali, ma educative e dunque sociali: non perché il ddl vieti l’educazione al consenso — non lo fa — ma perché ne erode il fondamento. Trasmette un messaggio implicito: il problema non è ottenere un sì, ma evitare un no.

In questo quadro si inserisce l’approvazione definitiva del ddl Valditara, prevista al Senato per mercoledì 22 aprile, un provvedimento che va a colpire direttamente l’educazione sessuo-affettiva nelle aule. Il disegno di legge, che prende il nome del ministro dell’Istruzione e del Merito, rappresenta un grave attacco alla scuola pubblica e un torto importante a insegnanti, studenti, associazioni e realtà che operano quotidianamente nella scuola per promuovere la cultura del consenso. Vietando l’educazione sessuo-affettiva nella primaria e introducendo nella scuola secondaria un meccanismo di consenso informato, che di fatto delega interamente la materia all’ambito familiare, si rinuncia a intervenire in quei contesti dove sarebbe più urgente farlo. Bambinə e ragazzə vengono così lasciatə isolatə in una condizione di maggiore vulnerabilità e solitudine e la scuola, in quanto istituzione, viene relegata a una posizione di subalternità rispetto alla famiglia, che esercita un ruolo di controllo e censura preventiva.

Il ddl Bongiorno e il ddl Valditara, pur agendo il tema del consenso in modo paradossalmente opposto, intervengono entrambi producendo conseguenze gravissime sul piano educativo e delineando un progetto comune, volto a ostacolare l’educazione sessuo-affettiva e la prevenzione della violenza di genere; una strategia che coinvolge altri dispositivi — come le nuove Indicazioni Nazionali e le Linee Guida per l’Educazione Civica — ma di cui questi due disegni di legge restano i pilastri più nocivi.

Siamo fortemente convintə che la scuola non possa essere, in questa fase più ancora che in altre, un attore accessorio: è uno dei pochi spazi in cui è possibile costruire, in modo sistematico, una cultura delle relazioni basata sulla reciprocità e sul riconoscimento dell’altro. Proprio per questo,deve poter essere — e diventare sempre di più — uno spazio safe per tuttə, in cui ogni studentə possa esprimersi senza timore, riconoscersi ed essere riconosciutə, senza che le differenze diventino motivo di esclusione o violenza.

Uno spazio in cui la relazione non sia un elemento marginale, ma il cuore stesso dell’esperienza educativa: dove si impari non solo a conoscere, ma a stare con l’altrə, a rispettarne i limiti, a comprendere il valore del consenso e della libertà reciproca, uno spazio dove immaginare e costruire relazioni di benessere. Non è un’esigenza astratta: negli ultimi anni le cronache segnalano un aumento degli episodi di molestie, pressioni e comportamenti violenti anche tra giovanissimə, spesso consumati proprio negli spazi della socialità quotidiana e non sempre riconosciuti come tali.

È urgente dunque riconoscere la scuola come un luogo in cui è possibile intervenire in modo precoce e sistematico, contrastando stereotipi, dinamiche di sopraffazione e modelli relazionali violenti e offrendo alternative concrete fondate sull’ascolto, sul rispetto e per l’appunto sul consenso.

Indebolire questo ruolo significa lasciare un vuoto che difficilmente può essere colmato altrove: rinunciare a uno dei pochi contesti in cui la violenza può essere non solo nominata, ma disinnescata, e in cui si può costruire, giorno dopo giorno, una cultura in cui la violenza non è normalizzata, ma riconosciuta e rifiutata.

La questione riguarda allora l’idea di società che si vuole promuovere. Una società in cui le relazioni si fondano su un consenso esplicito e condiviso, oppure una in cui ciò che conta è, ancora una volta, dimostrare di aver detto “no” mettendo in tensione il linguaggio con cui una generazione imparerà a nominare — e a vivere — le proprie relazioni.

La copertina è di Gabriele Pennisi

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