ITALIA

Il prezzo del dissenso: nei piccoli comuni la legalità è a carico delle minoranze

Il ruolo di controllo dell’opposizione nei piccoli comuni è impedito dai costi della giustizia. Senza forme di tutela legale per le minoranze e senza l’esenzione dei costi per i ricorsi legati all’esercizio del mandato la democrazia è a rischio. Quando controllare chi governa diventa un privilegio per pochi, a perdere non è solo l’opposizione, ma l’intera comunità

I comuni sotto i 5.000 abitanti in Italia rappresentano circa il 70% del totale e 2.000 di questi sono sotto i 1.000 abitanti. Circa 10 milioni di persone abitano in questi piccoli centri, il cui territorio copre la metà del territorio nazionale.

In un sistema democratico sano, il diritto di critica e il dovere di controllo dovrebbero essere garantiti e protetti come pilastri costituzionali anche e soprattutto in queste realtà. Eppure è proprio qui che si consuma una disparità silenziosa, che trasforma la politica in una sfida tra chi ha le chiavi della cassa e chi deve attingere alle proprie risorse per difendere la legalità e i diritti di tutti e tutte.

È qui che nasce la democrazia sospesa: un regime in cui le regole esistono sulla carta, ma la loro applicazione pratica dipende dalla disponibilità economica di chi le deve far rispettare.

La disparità delle armi determina una lotta impari Il paradosso è evidente e brutale. Quando una Giunta approva una delibera controversa, ha alle spalle l’intero apparato comunale: dirigenti, tecnici e avvocati pagati con i soldi dei contribuenti. Se quella delibera è viziata, il consigliere o la consigliera di opposizione che intende impugnarla si trova davanti a un bivio drammatico: tacere o pagare.

Mentre il Sindaco e gli Assessori resistono in giudizio utilizzando fondi di bilancio (soldi di tutti e tutte, inclusi quelli di chi dissente), il consigliere o la consigliera di minoranza deve affrontare le spese di un ricorso al TAR — tra contributi unificati esorbitanti e parcelle legali — attingendo ai propri risparmi personali o ricorrendo alle sottoscrizioni dei cittadini e delle cittadine che rappresenta.

È una democrazia “per censo”, dove la tutela del bene pubblico è subordinata alla capacità patrimoniale del singolo eletto. Il rischio è che sia imposto un “silenzio forzato”

Questa asimmetria non è solo una questione di soldi; è una precisa arma politica. Una maggioranza consapevole di questa disparità può sentirsi legittimata a forzare la mano su atti di dubbia regolarità, sapendo che l’opposizione difficilmente potrà permettersi il lusso di un’azione giudiziaria.

La partecipazione alla vita pubblica e alle scelte politiche nei piccoli comuni è una risorsa cruciale, che spesso si sviluppa attraverso forme di cittadinanza attiva e volontariato per migliorare la comunità. La difficoltà di opporsi a scelte fatte dall’amministrazione che si ritengono illegittime rende spesso inutile l’impegno e la partecipazione.

Il risultato è una democrazia sospesa, che produce effetti devastanti come l’indebolimento del controllo in quanto si rinuncia a contestare atti illegittimi per timore del tracollo finanziario personale. La legalità diventa un lusso che non ci si può permettere.

Inoltre chi è competente ma non può contare su risorse economiche proprie rinuncerà a candidarsi, sapendo di non poter esercitare il mandato con pienezza. Il consiglio comunale rischia di diventare un club esclusivo, non il luogo del confronto democratico. Si assisterà alla fuga dall’impegno civile.

Gli uffici tecnici, sentendosi meno “osservati” da una minoranza finanziariamente sotto scacco, rischiano di appiattirsi sulle volontà della politica anziché sul rigore della norma e potranno agire in regime di impunità.

C’è poi una beffa ulteriore che offende l’etica pubblica. I cittadini e le cittadine che sostengono le ragioni dell’opposizione pagano due volte: finanziando con le proprie tasse la difesa legale dell’Ente (anche quando l’Ente agisce contro la legge) e dovendo, se vuole, contribuire a raccolte fondi per permettere ai propri rappresentanti di chiedere giustizia. Così pagano due volte.

È un cortocircuito che vede il denaro pubblico usato per blindare il potere e il denaro privato usato per cercare la verità.

Una riforma è urgente e necessaria per riattivare la democrazia. Non si può chiedere a un consigliere comunale, che spesso percepisce un gettone di presenza simbolico, di farsi carico di costi giudiziari nell’ordine delle migliaia di euro. Quando il controllo è impedito dal costo della giustizia, la democrazia è, di fatto, sospesa. È necessario un riequilibrio strutturale. Servirebbero forme di tutela legale per le minoranze, l’esenzione dal contributo unificato per i ricorsi legati all’esercizio del mandato, o la possibilità di adire organi di controllo con poteri reali, rapidi e a costo zero.

Fino ad allora, la funzione di controllo nei piccoli comuni resterà un atto di eroismo civile, una battaglia contro i mulini a vento combattuta con la spada di legno del diritto contro la corazzata del bilancio pubblico. La democrazia non può avere un prezzo d’ingresso.

Quando controllare chi governa diventa un privilegio per pochi, a perdere non è solo l’opposizione, ma l’intera comunità.

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