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MONDO
Le atlete transgender rimangono fuori dalle Olimpiadi: scienza o politica?
Coventry, presidente del Comitato Internazionale Olimpico, ha di recente annunciato una nuova politica volta all’esclusione di atlete transgender e intersex dalle gare olimpiche, attraverso la somministrazione di un test che determini la presenza del gene SRY. A oggi, però, gli studi dimostrano che né testosterone, né composizione corporea avvantaggiano queste atlete
Immaginate di essere un’adolescente transgender che intraprende uno sport. Immaginate la meraviglia, l’adrenalina, il senso di appartenenza che un gioco di squadra può generare. Ora immaginate di subire continue microaggressioni per il fatto stesso di esistere, da parte a volte delle compagne di squadra, magari delle persone che vi allenano, delle squadre avversarie. Immaginate di dover fare tutto questo e intanto essere all’altezza di una performance sportiva in abiti scomodi poco adatti a voi, al vostro corpo “non conforme”. Immaginate dovervi sottoporre a una terapia ormonale sostitutiva con tutte le difficoltà anche di reperimento di farmaci che spesso rendono la vostra affermazione di genere una corsa a ostacoli.
Risulta piuttosto difficile immaginare come quanto premesso non abbia alcun impatto nello sviluppo di una persona, condizionando la sua salute mentale, per non parlare di una performance sportiva, specialmente ai livelli competitivi più alti.
E però, si dirà, ed è questa la via recentemente seguita dal Comitato Internazionale Olimpico, avendo avuto l’adolescenza di un maschio, questa donna transgender sarà sicuramente avvantaggiata dal testosterone prodotto dal suo corpo in quella fase della vita.
È dello scorso 26 marzo, infatti, l’annuncio della nuova politica del comitato organizzatore dei giochi olimpici e illustrata da Kirsty Coventry, presidente del CIO. La nuova policy, elaborata da un working group dedicato i cui lavori, secondo diverse fonti, si sono svolti in modo piuttosto opaco, stabilisce che l’idoneità a partecipare ai giochi dovrà essere dimostrata attraverso un test genetico una tantum che riveli la presenza del gene SRY, responsabile dell’avvio del gene maschile negli esseri umani. Il test dovrà essere somministrato attraverso un prelievo di saliva da effettuarsi per mezzo di un tampone. Qualora il gene sia tracciato le atlete verranno automaticamente escluse da tutte le competizioni femminili in nome di un ipotetico quanto indimostrato vantaggio biologico, conservando comunque la possibilità di partecipare alle gare riservate alle altre categorie.
Questo con buona pace di diversi studi e recenti articoli scientifici piuttosto autorevoli che dimostrano che né il testosterone, né l’eventuale diversa composizione corporea garantiscono maggiore forza o una prestazione sportiva superiore delle atlete transgender e intersex rispetto alle loro colleghe biologicamente donne. Non siamo nel reame delle opinioni da bar, si tratta di evidenza scientifica. E, del resto, persino la storia della partecipazione delle atlete trans a olimpiadi e paralimpiadi lo confermano.
«Dopo i Giochi Olimpici del 1996, il CIO ha votato per interrompere i test di verifica del sesso in quanto scientificamente ed eticamente ingiustificabili, poiché si trattava di un test impreciso per determinare sia il sesso che un eventuale vantaggio atletico degli atleti coinvolti, e causava loro un danno considerevole. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, UN Women, l’Associazione medica mondiale, l’Associazione medica degli Stati Uniti e, più recentemente, un gruppo di esperti indipendenti delle Nazioni Unite hanno da tempo condannato i test di verifica del sesso e gli interventi medici non necessari in quanto discriminatori, non etici e dannosi», hanno affermato in una replica la SRA (sports and right alliance), ILGA world e Humans of Sport .
«Obbligare donne e ragazze a sottoporsi a screening genetici obbligatori solo per fare sport significherebbe ripristinare una pratica che – anche nel caso di “test una tantum” – viola la loro privacy, le espone a giudizi e umiliazioni pubbliche estreme, e apre la strada a interventi medici non necessari», prosegue il comunicato.
Occorre inoltre tenere a mente che le atlete trans e intersex, che da questa pratica verrebbero danneggiate e spesso a partire dalla minore età, appartengono già di fatto a uno dei gruppi maggiormente stigmatizzati nello sport. Risulta dunque difficile comprendere la logica secondo la quale queste atlete andrebbero escluse in nome della “correttezza” e dell’equità, come riporta anche la National Library of Medicine.
Eppure, la scure della “polizia del genere” potrebbe sferrare i suoi primi colpi già a partire dalle olimpiadi previste a Los Angeles nel 2028. Il sospetto che il CIO si sia voluto semplicemente adeguare allo spirito dei tempi, come conseguenza delle politiche repressive condotte dal governo federale e da alcuni stati degli USA contro i diritti delle persone trans, assume dunque contorni piuttosto concreti, visti anche i timori di Coventry circa uno scontro frontale con il presidente su questa e altre questioni, riporta l’Independent.
«Quegli stessi giochi olimpici che non si sono mai fatti scrupoli nel far partecipare delegazioni di paesi guerrafondai e colonialisti, poiché “lo sport è per tutti”, oggi invece ci dicono chi non è gradito», scrive Roberta Parigiani, avvocata e presidente del movimento identità trans, invitando al boicottaggio delle prossime olimpiadi.
«Lo sport è di tutti e per tutti: ma non per le donne trans che da oggi saranno escluse con un test genetico».
Chi vivrà, vedrà, recita l’adagio. Il punto è capire come come la società sceglie di vivere e le istituzioni di regolare: un approccio prettamente essenzialista, che riduca le persone al puro dato genetico, è la direzione più sicura, la più equa, da percorrere? Se sì, per chi?
La copertina è di Ivana Noto
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