OPINIONI
Sawe e il nuovo ritmo della corsa
La vittoria di Sebastian Sawe alla Maratona di Londra, con il primo tempo ufficiale sotto le due ore, segna una svolta storica nella corsa. Ma il suo risultato arriva in un contesto in cui tecnologia, dati e piattaforme stanno trasformando profondamente questa pratica. Sempre più orientata alla performance, la corsa riflette le logiche del mondo che la circonda. Eppure resta uno spazio aperto, tra competizione e possibilità di sottrazione
Sebastian Sawe è un maratoneta keniota. Fino a poco tempo fa il suo nome circolava soprattutto tra lə appassionatə più attentə. Il 26 aprile 2026 ha vinto la Maratona di Londra in 1h59’30”, diventando la prima persona a correre in una competizione i 42 chilometri e 195 metri sotto le due ore. Questa performance ha proiettato lui – e la pratica della maratona – in un’altra dimensione.
Per anni quella soglia è stata rappresentata come una specie di confine biologico. Nel 2019 Eliud Kipchoge – altro gigante della corsa keniota — era riuscito a scendere sotto le due ore, ma in condizioni non valide per un record ufficiale: un evento costruito appositamente, con lepri che si alternavano, auto schermanti e supporti tecnici dedicati. Da allora la domanda è rimasta sospesa: quando sarebbe successo davvero, dentro una gara normale?
La risposta è arrivata a Londra. E non riguarda soltanto la maratona. Ogni volta che un limite sportivo cade, infatti, non travolge solo una specifica classifica. Trasforma l’immaginario di ciò che è diffusamente rappresentato come possibile. La corsa è una delle pratiche sportive più diffuse al mondo. Dentro convivono motivazioni molto diverse: correre stare bene, per gareggiare, per passare del tempo con altre persone, per stare da solə. Per molto tempo ha conservato un’immagine di sport relativamente semplice e apparentemente democratico. Un paio di scarpe, un po’ di tempo libero, il corpo che attraversa lo spazio.
Negli ultimi vent’anni, però, questa presunta innocenza ha subito una radicale torsione. Ad esempio, le scarpe sono diventate strumenti altamente ingegnerizzati. I modelli di fascia alta integrano raffinate piastre in fibra di carbonio e schiume capaci di restituire energia a ogni passo. Costano centinaia di euro e promettono una maggiore efficienza biomeccanica. Lo stesso vale per gli strumenti di misurazione. Orologi GPS come quelli prodotti da Garmin non registrano soltanto tempo e distanza. Calcolano frequenza cardiaca, VO2 max stimato, carico di allenamento, capacità di recupero, qualità del sonno, livello di stress. La corsa, così, è diventata una produzione di dati senza soluzione di continuità.
Peraltro, raramente questi dati restano privati. Piattaforme come Strava permettono di pubblicare allenamenti, confrontare prestazioni, competere sui segmenti, costruire reti sociali. Le performance esposte e comparate.
È in questo contesto che il risultato di Sawe assume un significato più ampio. Scendere sotto le due ore non è soltanto una straordinaria impresa atletica individuale. È anche un’accelerazione culturale. Un evento del genere modifica le aspettative collettive: influenza direttamente percezioni e posture di allenatorə, aziende, media, atletə professionistə e amatorə. Nella corsa contemporanea, del resto, la ricerca della performance non riguarda soltanto l’élite.
Le stesse logiche governano gran parte dello sport amatoriale: ottimizzazione, comparazione, miglioramento continuo, trasformazione del tempo libero in spazio produttivo, ottimizzazione. La corsa, in questa dimensione, non è separata dal mondo che la circonda. Nella pratica del podismo riecheggia la razionalità dominante: competizione permanente, necessità di auto misurarsi, produzione continua di risultati visibili.
Eppure questa non è l’unico modo possibile di pratica la corsa. Nonostante la pervasività di questa razionalità, la corsa ha una dimensione più ambivalente, complessa. Può favorire una relazione più diretta con il proprio corpo, determinare un tempo sospeso e indefinito, riformulare il modo di attraversare la città in maniera improduttiva, persino inutile. È forse questa tensione a rendere la corsa affascinante e in parte misteriosa.
Dopo Sawe è probabile che l’attenzione verso la performance cresca ancora, spinta dall’industria sportiva, dalla tecnologia e dai media. La barriera delle due ore, una volta caduta, smette di apparire eccezionale e diventa un nuovo orizzonte da inseguire, ciascunə con i propri mezzi.
Ma proprio perché la corsa è una pratica così diffusa e potenzialmente accessibile, il suo significato resta aperto. Può trasformarsi facilmente in efficace dispositivo di ottimizzazione individuale. Oppure restare, almeno in parte, uno spazio di sottrazione: qualcosa che non serve a produrre valore, ma ad attraversare il mondo alla ricerca del proprio ritmo.
Immagine di copertina da Pixabay
Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione.
Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580





