approfondimenti
OPINIONI
Meloni sbanda e il referendum si è fatto contendibile
La presidente del Consiglio continua a collezionare passi falsi, per la sua natura rancorosa e reattiva e per l’insipienza della sua classe politica. Il risultato del referendum ora è in bilico e rende doveroso votare in massa “NO”
La cattiva stagione di Giorgia continua. Dopo i ruggiti del “motore italo-tedesco” culminati nel ritiro in un castello – senza che si capisse bene su quali basi economiche e politiche fosse maturata l’intesa, se non sulla speranza di agganciarsi, tramite Leonardo, al boom degli armamenti germanici e di rimediare qualche briciola dell’automotive fossile – è arrivata la doccia fredda dell’assenza alla conferenza sulla sicurezza di Monaco a causa degli impegni africani della PdC (presidente del Consiglio). Che non si trattasse, però, di un disguido calendariale è apparso chiaro dai commenti meloniani al discorso strategico del cancelliere Merz e dall’esplicita presa di distanza dai suoi punti chiave – la critica a Trump e la rottura valoriale con il mondo MAGA. Ne è risultata una lacerazione dell’unità europea: prima con la protesta di Spagna e Portogallo per l’esclusione dal conclave al castello e della Francia di Macron per la capriola dell’asse (immaginario) Meloni-Merz, poi la rottura fra Meloni e Merz per la persistente pretesa della prima a mantenere un rapporto (subordinato) con Trump dissociandosi dal pur fievole tentativo di rilanciare una retorica europeista ancora non supportata da reale autonomia economica e finanziaria.
A questo punto – e proprio al punto giusto – è arrivato l’invito a entrare nel Board of Peace – un’estensione collaterale in apparenza asessuata del circuito Epstein – e per di più come iscrizione gratuita al club senza diritto di voto.
Meloni, che aveva dovuto declinare la partecipazione a pieno titolo con il pretesto di ostacoli costituzionali, ma in realtà perché non disponeva di un miliardo di dollari da investirvi, ha colto al volo l’opportunità di aderivi a titolo di “osservatrice”, con la promessa di raccogliere gli avanzi dei lauti e sporchissimi affari che vi si combinano.
La trappola del Board of Peace
In effetti Meloni ha ottenuto per l’Eni il diritto di partecipare al saccheggio del Venezuela insieme ad altre quattro compagnie Usa e probabilmente di rubare una parte del gas nel fondale marino antistante a Gaza per gentile concessione di Netanyahu. Per la colata di cemento sopra i cadaveri delle e dei Gazawi ci sono adesso buone aspettative per Webuild e qualche cordata minore di palazzinari e sviluppatori di italica stirpe.
Ruolo politico, per fortuna, quasi zero, o meglio complicità passiva nel genocidio, che prosegue a intensità ridotta nella Striscia e riprenderà alla grande in Cisgiordania, e quattro carabinieri ad addestrare kapò palestinesi e a prendersi schiaffoni dai coloni israeliani. Ma disastri politici e di immagine non irrilevanti ne sono seguiti.
In primo luogo l’isolamento nella Ue, dove soltanto esponenti di Stati di secondo piano hanno deciso di entrare (Ungheria e Bulgaria) o di fiancheggiare da spettatori (Grecia, Cipro, Romania, Austria, Croazia) il Board e soltanto una commissaria Ue ha annunciato la partecipazione in qualità di osservatrice per temi limitati, nella rumorosa assenza di Francia, Germania e, last but not least, dell’ostile Vaticano. Superfluo aggiungere che il Board cerca di soppiantare il ruolo dell’Onu, che quindi vede malissimo chi vi aderisce; la Cina resta fuori e Putin traccheggia, delegando un maggiordomo bielorusso.
Le opposizioni hanno fatto, miracolo!, fronte comune, compreso l’irascibile Calenda, contro il Board, salvo a chiedere con meccanica monotonia che “Meloni venisse a riferire alle Camere”, invece di spostare la protesta sul terreno di una mobilitazione di massa. Non le parve vero, alla nostra PdC, di accogliere la richiesta e di spedire al supplizio del dibattito parlamentare il povero Tajani. In tale frangente Meloni, che si era ripromessa un bel viaggetto a Washington per omaggiare il tycoon, ha ritenuto più prudente non esporsi e delegare alla bisogna il solito sventurato Tajani, che osserverà ”fino a un certo punto”. Così l’ingresso nel Board, che avrebbe dovuto coronare il presunto prestigio internazionale della “mediazione” meloniana fra Europa e Usa, è divenuto una fonte di imbarazzo e ha ulteriormente alimentato la diffidenza degli europei che contano nei confronti di una specie di cavallo di Troia trumpiano in seno al nucleo duro della Ue.
La complicata battaglia referendaria
Passi falsi e faticose arrampicate sugli specchi sulla politica internazionale sono solo in parte il prodotto di una oggettiva difficoltà imputabile agli sconvolgimenti dell’assetto globale e alla riduzione dei margini usuali di compromesso, esplicitando piuttosto una corrosione del consenso meloniano che rimanda in primo luogo alle contraddizioni della campagna referendaria, aggravate dalla concomitante e non del tutto prevista uscita di Vannacci dalla Lega, che ha sottratto voti anche a Fratelli d’Italia e i cui effetti non sono però al momento ben calcolabili.
Concentriamoci dunque sul referendum, la cui rilevanza per le elezioni del 2027 (non per la tenuta attuale del Governo) è ben chiara. I sondaggi correnti non sono concordi e vengono pompati secondo le esigenze propagandistiche degli opposti schieramenti, tuttavia sembrano indicare una rimonta del NO rispetto alla prime valutazioni, addirittura sino alla parità. Certo è che si è avviata una rincorsa contro il tempo limitato che ci separa dalla consultazione e soprattutto che la contesa si è spostata dal quesito tecnico, che in quanto tale non interessa larghe masse fuori degli addetti ai lavori, alla scelta pro e contro il Governo.
La principale contraddizione nel campo del centro-destra sta nel fatto che inizialmente la campagna è stata condotta sotto tono, dando per scontata la vittoria del Sì e separando l’impegno referendario della maggioranza dal destino del Governo e soprattutto dalla leadership di Meloni, ma poi la rimonta del NO e l’irrefrenabile insofferenza della destra per qualsiasi dissenso hanno trascinato gli esponenti della maggioranza, in testa lo sconsiderato ministro della Giustizia Nordio, a una polemica sempre più virulenta e diretta contro la magistratura – che del resto erano i bersagli designati del referendum – compattando il fronte del NO e risvegliando settori che forse si sarebbero pigramente astenuti.
A questo punto Meloni ha dovuto rovesciare la tattica passando dallo smorzamento dei toni alla linea del “metterci la faccia”, cosa che meglio gratifica la sua natura pur se dispiace alla sua astuzia politica. Si manifesta qui il suo tratto irrimediabilmente “rancoroso”, la smania di rivincita che le impedisce di essere una statista – come ha dovuto ammettere un suo fervido seguace, Galli della Loggia.
Quando l’impagabile Nordio, in risposta al Procuratore generale napoletano Gratteri, ha bollato il Consiglio superiore della magistratura dominato dalle correnti come un organismo “paramafioso”, pestando rovinosamente i piedi a Mattarella che lo presiede e che ha replicato con un gesto contenuto ma imperioso chiedendo in seduta plenaria del medesimo organo di tenerlo fuori dalle polemiche referendarie, Meloni ha sferrato un duplice attacco alla magistratura per le sentenze con cui è stato imposto un risarcimento (modesto) per un migrante algerino deportato a Gjader e un risarcimento cospicuo destinato alla Sea Watch 3, niente meno che quella di Carola Rackete e del presunto “speronamento” di un gommone della Guardia di finanza. Nella seconda occorrenza, per non farsi mancare niente, la nostra PdC ha provocato un incidente diplomatico commentando i fatti di Lione e prendendosi un aspro rimbrotto da Macron, con l’accusa di immischiarsi nella vita interna della Francia.
La reiterata affermazione della “politicizzazione” di una parte dei giudici e il loro “remare contro” le politiche di remigrazione propugnate dal governo è un assalto frontale alla magistratura come potere di controllo indipendente, da domare e mettere al guinzaglio, svelando così le ragioni sottostanti al referendum. Meloni ha quindi deciso di impegnarsi in prima persona e lo farà nella fase conclusiva dalla campagna, dopo la tregua obbligata delle Olimpiadi e di Sanremo), a costo di provocare una crisi istituzionale nel rapporto fra esecutivo e Presidenza che, in caso di sconfitta, diverrebbe estremamente rischiosa per lei. Per esempio, con questi chiari di luna lo scioglimento anticipato delle Camere (prerogativa di Mattarella) se lo può tranquillamente scordare.
Né è da sottovalutare l’effetto di medio periodo della bocciatura in patria della politica daziaria di Trump, per opera della Corte Suprema: non dimentichiamo l’euforia della nostra PdC per aver ottenuto la tariffa punitiva al 15% con l’unica attenuante che tale sentimento è stato in sostanza condiviso da tutta la Ue, che con immenso ritardo ha bloccato la ratifica dell’accordo. Lo sbandamento della silente Meloni si fa dunque tanto visibile quanto strutturale, mentre la contendibilità del referendum è sempre più plausibile.
Che fare?
In conclusione, una breve nota, con tanto di machiavelliana exhortatio. Molti compagni e molte compagne di movimento di regola non vanno a votare, per comprensibili ragioni: in questa congiuntura, tuttavia, una presa di posizione, sganciata da preferenze partitiche e perfino dalla valutazione tecnica del quesito, avrebbe il suo peso per incrinare a casa nostra la tendenza europea a scivolare a destra. Oggi i rischi di un consolidamento al potere della coalizione di conservatori e identitari post-fascisti in caso di vittoria del Sì sono troppo alti per restare indifferenti. Ora che il risultato finale sembra contendibile, essersi astenuti dal voto sarebbe roba da non lasciar dormire la notte del lunedì 23 marzo…
La copertina è di Valsts kanceleja (Flickr)
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