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Verso e oltre il 17 dicembre: in cammino per la libertà di movimento

Il prossimo 17 dicembre a Roma saremo in piazza con chi rivendica il diritto a migrare , per cercare un futuro migliore o se in fuga da guerre e persecuzioni, contro il razzismo di Stato e l'indifferenza colpevole delle istituzioni.

Il 17 dicembre, a Roma, "cammineremo accanto" a quanti, a partire dall’esperienza umiliante che, soprattutto negli ultimi anni, sono costretti a vivere nella nostra capitale, in situazioni fortunose e in condizioni di altissimo disagio, rivendicano il diritto a scegliere un luogo in cui vivere e stabilirsi. Che siano di passaggio, in transito appunto, destinati al fallimentare programma di ‘relocation’ previsto dall’ultima Agenda europea, identificati, in via di espulsione, in fuga da fame o guerre, o, semplicemente, in movimento, non ci interessa, se non per riconoscerne in pieno le progettualità ed i desideri individuali.

Condividiamo, piuttosto, in questa città in cui sembrano aver voce solamente l’indifferenza istituzionale e l’atto odioso e razzista, la necessità di una presa di parola politica sulla condizione in cui si trovano tantissimi migranti che la vivono, vi lavorano e la attraversano e sui percorsi che insieme a loro stiamo attivando da anni e vorremmo ancora realizzare, oltre alla laboriosa solidarietà umanitaria.

È cosa nota che la mobilità umana sia gestita sul piano delle politiche europee e nazionali non come un diritto, ma come un problema di ordine pubblico, securitario, e con meccanismi di inclusione selettiva. Da un lato, le frontiere cosiddette esterne, fatte di accordi bilaterali, muri, hotspot, deportazioni; dall’altro, la frontiera dello sfruttamento, dell’emarginazione, della povertà, che, tuttavia, è vissuto quotidiano, condiviso con molte e molti.

Questo approccio è evidente anche a Roma, la metropoli in cui viviamo, attraversata al suo interno da un susseguirsi letale di confini, divieti, inadempienze e corruzione. Lo stesso concetto di accoglienza sembra aver perso qualsiasi significato: quando non è negata completamente, essa prende la forma di un sistema articolato di centri, spesso collocati ai margini della città, in cui sono sistematiche (oltre le virtuose eccezioni) le violazioni dei diritti di chi ci vive e il cui obiettivo prioritario sembra essere quello di controllare e contenere.

Mafia Capitale non ha fatto altro che rendere evidente ciò che da anni denunciamo in questa città: il sistema di accoglienza, realizzato nella dismissione totale del welfare, nell’esternalizzazione senza controllo dei servizi, nell’inadeguatezza e nell’incompetenza istituzionale, oltre che nella connivenza mercantile e lucrativa, non può che diventare terreno di sfruttamento per il lavoro degli operatori, fastidio per chi abita le periferie, gabbia per le progettualità dei migranti.

La giunta Raggi, fino a questo momento, non si è preoccupata minimamente di marcare una controtendenza nella gestione delle politiche di accoglienza capitoline; anzi, sono inquietanti le recenti dichiarazioni di stampo fortemente populista e securitario e l’immobilismo istituzionale di fronte a chi dorme e vive in attesa, reiteratamente sgomberato e costretto gradualmente ad allontanarsi, all’addiaccio ed in condizioni igienico-sanitarie disastrose. Sono moltissimi i minori soli, le donne, gli anziani, intrappolati nella nostra città, in condizioni di fortuna, sostenuti dal solo lavoro volontario di tanti cittadini e cittadine, che avrebbero, piuttosto, bisogno di assistenza qualificata e politiche pubbliche adeguate. Così come, un meccanismo arbitrario di violazioni ed abusi, soprattutto riguardo alla gestione dell’accesso alle procedure di asilo, si reitera, nella nostra città, tutti i giorni, in Questura, ennesimo confine, spesso invalicabile, imposto dalle politiche nazionali ed europee per la separazione tra “sommersi” e “salvati”, presidiato fin dalle prime ore della notte da un’umanità spossata, che richiede di entrare nei percorsi di protezione.

Riteniamo, per questo, sia fondamentale ripartire proprio da qui, da Roma, dalla nostra metropoli, nel tentativo di avviare un percorso pubblico, ampio, in grado di ritessere un terreno politico comune, che veda nelle pratiche mutualistiche e solidali e nel protagonismo strumenti fondamentali di autodeterminazione e di lotta. Connettere ciò che le politiche necrofile, di austerità, razzismo e precarizzazione provano a separare.

Sosteniamo la manifestazione del 17 dicembre, perché crediamo sia parte di questo tentativo.

Sosteniamo la giornata del 17 dicembre mettendo radicalmente al centro delle rivendicazioni due questioni che ci stanno particolarmente a cuore e che speriamo siano fondative del percorso che intendiamo intraprendere verso la primavera:

- il diritto ad un’accoglienza e una vita dignitosa per chi arriva in Italia, sia esso richiedente asilo, profugo, transitante, “migrante economico”, o “migrante da ricollocare”, categorie che a nostro avviso non hanno ragione di esistere. Pretendiamo che l’amministrazione cittadina e le istituzioni preposte si adoperino affinché tali diritti siano garantiti. Chiediamo allo stesso modo che venga consentito a chi non vuole rimanere in Italia di continuare il proprio viaggio, senza rischiare soprusi e violenze;

- la libertà di movimento per tutti e tutte, che riteniamo essere, ora più di prima, in un contesto internazionale complesso e instabile, un diritto non negoziabile e non appaltabile ad “un programma di relocation” o, peggio ancora, ad ambigui accordi bilaterali con governi che producono morte e miseria.

Parteciperemo con le nostre forze e le nostre modalità, espressione di sperimentazioni di autoreddito e di servizi autogestiti all’interno dei nostri spazi sociali, che da anni intercettano soggettività molteplici, protagoniste, innanzitutto, della propria quotidiana resistenza e della battaglia per i propri diritti. La posta in gioco è alta, è lo stesso diritto all’esistenza.

Crediamo sia importante rilanciare, valorizzare, sostenere i numerosi focolai di resistenza che, in questa fase così fortemente caratterizzata dall’ “approccio hotspot” che altro non è che la fabbrica contemporanea di nuova clandestinità ed esclusione, si moltiplicano e spesso stentano a trovare spazi di incontro, confronto, proposta.

Ci vogliono divisi, la nostra battaglia sarà per costruire un terreno comune per la riappropriazione di diritti fondamentali.

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