EUROPA

Strike in the UK. Voci dalla Women’s Strike Assembly

Lo sciopero delle donne vuole unire le rivendicazioni delle donne dentro e fuori il lavoro retribuito, delle donne migranti e delle donne disabili, delle donne che lavorano a casa per scelta o per necessità, e delle donne che percepiscono sussidi.

Sotto la spinta dell’iniziativa di centinaia di migliaia di donne in tutto il mondo l’8 marzo del 2017 e dei movimenti per il diritto all’aborto in Polonia e in Irlanda, anche nel Regno Unito è stato convocato uno sciopero delle donne per il prossimo 8 marzo. Grazie alle assemblee organizzate a Londra e a Birmingham e alle dozzine di organizzazioni e sindacati di base che hanno espresso il loro sostegno allo sciopero, si sta materializzando la prospettiva di ottenere una profonda risonanza tra le donne di classe operaia. L’obiettivo dello sciopero delle donne è di esporre, sfidare e distruggere un sistema che usa l’oppressione e il dominio sulle donne come un principio della propria organizzazione. Si tratta di mostrare il modo in cui la politica identitaria neoliberale viene usata per metterci le une contro le altre al fine di impedirci di organizzarci. Si tratta di stabilire un legame tra femminismo, classe e razza, nella consapevolezza che, per creare un mondo in cui le donne siano uguali, è necessario affrontare anche queste istanze. Si tratta di portare al centro del discorso il lavoro riproduttivo, non solo perché per il nostro lavoro veniamo pagate meno o non veniamo pagate affatto, ma anche perché il nostro lavoro gratuito sostiene un sistema che è contro di noi. Si tratta di rivendicare i nostri diritti umani, non l’uguale diritto a essere oppresse dal sistema capitalistico. Si tratta di dimostrare il potere collettivo che il 51% della popolazione già detiene, astenendoci dal lavoro, dalla cura e dalla partecipazione all’economia. Si tratta di interrompere il normale corso delle cose.

Il momento è perfetto, perché il sistema che un tempo sembrava invincibile oggi è in crisi e le sue fratture sono già visibili: nel Regno Unito un governo conservatore è avvinghiato al potere e rende ancora peggiori le proprie, già pessime, decisioni, mentre alla Casa Bianca si è fatto strada il fascismo. Tutto questo, però, ha anche fatto sì che si ricominciasse a parlarne nel dibattito pubblico e le donne in tutto il mondo hanno trovato una nuova voce nel #metoo e un nuovo canale di azione nel #timesup. Abbiamo l’opportunità, per una volta, di usare un momento di crisi a nostro vantaggio e lo sciopero delle donne è parte di questa opportunità.

Dopo anni di riduzione del diritto di sciopero dei lavoratori, esacerbata recentemente tramite il Trade Union Act del 2016, e dopo anni di declino nelle adesioni al sindacato, lo sciopero viene invocato come una forma di azione necessaria e politica, spesso vista come impossibile e quindi come un privilegio. Il fatto che il nostro sia uno sciopero e non una marcia è invece intenzionale. Lo sciopero è un’azione dirompente, molto più che simbolica, pensata per interferire con la regolarità della produzione e per colpire il capitalismo laddove lo si mette più in crisi. Lo sciopero delle donne vuole ampliare l’idea di produzione e includervi la riproduzione sociale come potenziale luogo della rottura: uscire dalle cucine e dalle infermerie, dalle case di cura e dalle camere da letto, dove le donne lavorano, spesso gratuitamente, per sostenere il capitalismo. Proprio perché non monetizzato, è difficile notare questo lavoro per le stesse persone che lo svolgono e tanto più per coloro che si sono abituati a beneficiarne gratuitamente. Ma è ancora più difficile organizzarsi intorno a questo lavoro nell’attuale atmosfera di emergenza economica, di precarietà diffusa e di attacco ai sindacati e ai diritti fondamentali delle persone, che vacillano anche nei luoghi di lavoro tradizionali. Siamo quindi contente di collaborare, in vista dello sciopero dell’8 marzo, con diversi sindacati di base indipendenti, che rappresentano i lavoratori migranti con bassi salari, molti dei quali sono donne, collegando così la lotta sul luogo di lavoro con la lotta nella casa, usando la strategia dello sciopero per attaccare entrambi. Altri appoggi sono arrivati da imprese che chiuderanno l’8 marzo o almeno riconosceranno ufficialmente l’azione di sciopero delle donne impiegate, mentre alcune hanno anche deciso di donare alla cassa di sostegno allo sciopero il reddito generato in quel giorno. Lo sciopero delle donne vuole unire le rivendicazioni delle donne dentro e fuori il lavoro retribuito, delle donne migranti e delle donne disabili, delle donne che lavorano a casa per scelta o per necessità, e delle donne che percepiscono sussidi. Siamo consapevoli dell’impossibilità per molte donne di scioperare e abbiamo ideato una serie di tattiche che si possono utilizzare quel giorno: andare al lavoro vestite di rosso, appendere uno striscione a casa, partecipare a un’assemblea o a un corteo, prendere parte alle azioni dirette pianificate per quel giorno.

Abbiamo assistito negli ultimi anni a una crescita del populismo autoritario e di destra dentro e fuori l’Europa, spesso come reazione alle migrazioni di massa dalla Siria e dai conflitti mediorientali in generale. Ma risposte di destra sono arrivate anche in risposta alla campagna #metoo ‒ che ha portato la violenza patriarcale sotto i riflettori, sotto la spinta delle battaglie femministe contro quella violenza e la divisione sessuale del lavoro ‒, insieme alla riaffermazione di miti secondo cui non esisterebbe alcun differenziale salariale tra i generi, nessun privilegio maschile, nessuna transfobia. Queste campagne di destra si legittimano affermando che la protezione delle donne è la loro reale motivazione, ma noi sappiamo che non è così. Il razzismo è la stessa ideologia che dà forma all’oppressione e al dominio sulle donne, che fa di tutto per mantenere i privilegi dei gruppi al potere e la loro capacità di estrarre risorse. Per organizzare lo sciopero delle donne, per far sì che aggredisca sia il razzismo sia l’auto-vittimizzazione degli uomini, è necessario un discorso che coinvolga tutti gli aspetti dell’esperienza delle donne ‒ dalla casa all’educazione, dalla salute mentale all’immigrazione, dai diritti lavorativi ai diritti riproduttivi ‒ e che tutte queste istanze stiano in prima linea come istanze femministe, non come istanze sociali separate. Questo possiamo farlo concretamente attraverso una serie di eventi che guardino alle politiche razziste, alle riforme del welfare, alle lotte del lavoro e alla condizione delle donne transessuali. Faremo in modo di raggiungere i gruppi più marginalizzati (le donne migranti, le sex workers, le donne in abitazioni precarie) e di porli sin dall’inizio al centro della nostra campagna. Faremo in modo di costruire solidarietà con le donne che combattono in tutto il mondo, dall’Argentina al Rojava, e di collegare la nostra lotta alle loro per sottolineare il legame tra sfruttamento capitalistico e oppressione delle donne.

Pensiamo che lo sciopero delle donne, per come è stato costruito, con mezzi limitati e in un clima di attacco crescente alle forme di azione autonoma, rappresenti un primo passo necessario per porre le basi di un nuovo femminismo, di un nuovo insieme di donne radicalmente consapevoli, che non si limiti a parlare della nostra congiuntura presente, ma che agisca concretamente per cambiarla.

 

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