approfondimenti
OPINIONI
Spettri cinesi e il ritorno dello Stato
Il «discorso del capitalista», tra Confindustria e Bankitalia, appare fiacco, per buona parte incapace di delineare alternative al declino. Nell’ambiguità, vi sono però alcuni spiragli sui quali insistere. Consapevoli che, senza un’alternativa radicale al presente, al declino potrebbe accompagnarsi l’inasprimento del fascismo
La relazione di Emanuele Orsini all’assemblea annuale della “sua” Confindustria, le Considerazioni finali del Governatore della Banca di Italia Fabio Panetta non sembrano all’altezza dell’epoca. Segnalano consonanza con la premier Giorgia Meloni e, in modo diverso indubbiamente, mancano di coraggio – nonostante le intenzioni, soprattutto di Orsini. Dipingono il declino, ma poi celebrano resilienza e fiducia. Qualche spiraglio, senz’altro, si intravede e alcune proposte – in particolare di Panetta – vanno prese sul serio; in generale, però, faticano a emergere visioni alternative a tutto ciò che ha contribuito, negli ultimi trent’anni, a fare dell’Italia il fanalino di coda per quanto riguarda i salari, nonché il Paese più vecchio d’Europa, dal quale i e le giovani, soprattutto se formati e formate, fuggono senza sosta. A seguire, una circoscritta analisi comparativa delle due relazioni, con una congettura sull’alternativa necessaria; necessaria, anche, per non consegnare il governo alle larghe intese, prima, a Vannacci subito dopo.
L’anticristo cinese
Fin nell’esordio della sua relazione, Orsini indica le colpe europee: troppa burocrazia, poco sostegno alla competizione (leggi: soldi alle imprese, all’innovazione tecnologica per le imprese). E se l’Europa arranca, anche a causa della guerra e dell’aumento dei costi, la Cina è la vera superpotenza industriale. Ma lo è perché gioca sporco:
«La Cina è oggi l’unica vera superpotenza industriale. Da sola genera il 35 per cento della produzione manifatturiera mondiale, più di quanto producano insieme gli altri otto principali Paesi industrializzati. Ma la Cina gioca con regole falsate ed esporta nel resto del mondo i propri squilibri, ovvero deflazione e carenza di domanda interna. Sposta un carico gigantesco di merci verso i mercati europei. Non solo prodotti a basso costo, ma anche tecnologie avanzate: settori in cui la Cina ha sovra-capacità produttiva mentre l’Europa arranca e arretra».
Come avremo modo di vedere, non vi è mai, nelle parole di Orsini, un’ammissione di colpa da parte delle aziende italiche. L’Europa sbaglia, non perché non ha un federale governo del tesoro, con fisco, welfare e salari finalmente allineati, ma perché non regala risorse pubbliche a sufficienza alle imprese. Inondando il mercato di regole e cavilli, che, invece di sostenere gli «animal spirits», li atterriscono.
Sul problema della Cina, le parole di Panetta sono indubbiamente meno sguaiate. Ma non per questo meno taglienti. L’avanzo commerciale cinese mina la stabilità economica mondiale, al pari del disavanzo americano:
«Anche la Cina ha contribuito in misura rilevante all’espansione mondiale, con una crescita del 5 per cento. A fronte di una domanda interna debole, le imprese cinesi hanno reagito ai dazi statunitensi riducendo i prezzi sui mercati esteri e diversificando gli sbocchi commerciali. È una strategia efficace nell’immediato, ma fragile nel lungo periodo: non risolve le pressioni deflazionistiche interne e alimenta nuove spinte protezionistiche. […] Gli Stati Uniti rappresentano due terzi del disavanzo mondiale. Sul versante opposto, circa un terzo dell’avanzo è riconducibile alla Cina; più contenuta è la quota dell’Europa. […] Negli Stati Uniti il disavanzo è alimentato dall’elevato deficit pubblico e dal basso risparmio delle famiglie. In Cina l’avanzo rispecchia un modello di crescita che comprime i consumi e stimola le esportazioni, anche attraverso politiche di sostegno alla manifattura. In Europa l’avanzo segnala la cronica difficoltà di trasformare il risparmio in investimenti innovativi».
Parole più miti, indubbiamente, ma stessa polemica: visto che il Partito Comunista cinese continua a comprimere la domanda interna (ma è del tutto vero?), dati i dazi di Trump, la sovra-capacità produttiva cinese invade i mercati mondiali, in particolare ma non solo l’Europa, la Germania e l’Italia ancora più precisamente. Perché non dire che l’Europa in generale, Germania e Italia e con loro la filiera dell’automotive, nulla hanno fatto per tenere il passo nella sfida dell’elettrico? Certo, per dirlo senza infingimenti, andrebbe una volta per tutte chiarito che il Green New Deal è saltato in aria a causa della guerra in Ucraina e, a seguire, della catastrofe mediorientale. In entrambi i casi, i fossili russi e a stelle a strisce ne escono vincenti, mentre l’automotive in Germania avvia la ristrutturazione bellica.
Vi è poi un denso e articolato non detto nelle relazioni che stiamo analizzando: per quale motivo gli Stati Uniti possono permettersi due terzi del disavanzo mondiale? Cosa rende sostenibile l’impennata del debito pubblico statunitense? E per quale motivo, poi, l’impennata del debito pubblico si è imposta negli ultimi venti anni – dal 70% in rapporto al PIL, nel 2008, ha superato il 120% nel 2025? Cosa ha spinto la Federal Reserve a pompare senza freni liquidità nei mercati finanziari, così acquistando Treasury Bonds di cui, però, si è imposta l’emissione? E per quale motivo, poi, Apple e Tesla, per fare solo degli esempi, hanno investito in Cina? Semplicemente, per fare un favore ai cinesi?
Domande che Panetta, tanto meno Orsini, si pongono e che, con risposte semplici, potrebbero aiutarci a comprendere. Il dominio planetario del dollaro, come «denaro mondiale» e riserva di valore, anche se in declino continua a garantire il debito pubblico: fin quando i T-bond saranno considerati sicuri, perché denominati in dollari, allora potranno essere emessi. Vero è che il debito pubblico americano è cresciuto vertiginosamente per salvare le banche too big to fail dal crack dei mutui subprime: dal 2008 al 2013, è passato da 10 trilioni a 16 trilioni di dollari. Vero che le politiche fiscali regressive di Trump (primo mandato, ma ora anche peggio) lo hanno enormemente accresciuto. Vero che le risposte fiscali di Biden al Covid hanno fatto il resto. Senza la crisi del 2008, però, nulla si capisce delle politiche monetarie espansive che hanno cambiato segno solo con la ripresa della dinamica inflativa (2021-2023), esito del lockdown, della guerra in Ucraina, delle strozzature delle catene del valore.
Eurobond: ma per chi?
La relazione di Orsini e ovviamente le Considerazioni di Panetta insistono sugli eurobond. Ciò è bene, perché senza eurobond l’Europa non può farcela. Di più, senza eurobond, non può farcela il welfare europeo, il modello sociale europeo più in generale. Entrambi, legano il debito comune all’unione dei risparmi e dei capitali: la mobilitazione del risparmio privato europeo (circa 30 trilioni di euro) è il grande tema che affligge le imprese quanto gli Stati, stimolando continuamente l’appetito dei grandi fondi di investimento americani. Colpisce, però, la sfacciataggine di Orsini:
«Ma non bastano energia e capitali, serve la svolta del debito comune per sostenere l’industria europea che non può più essere lasciata in balia delle diverse capacità finanziare degli Stati membri. Anche su questo punto voglio essere chiaro. Non chiediamo nuove emissioni di debito europeo per finanziare la spesa corrente degli Stati. Per la competitività europea servono 1.200 miliardi di euro l’anno. Questi non possono arrivare né dai limitati margini dei bilanci nazionali né dal bilancio comune. Gli attuali 280 miliardi l’anno, da dividere tra 27 Paesi, sono cifre che da sole non risolvono il problema».
L’Europa, colpevole di lacci e lacciuoli, può essere utile se emette debito comune e, senza neanche discuterne, lo devolve alle politiche industriali. Ciò, per sconfiggere la Cina.
Anche in questo caso, le parole di Panetta sono più misurate, senz’altro più complete:
«La strategia sull’Unione del risparmio e degli investimenti è un passo importante. Ma una vera integrazione finanziaria richiede un titolo sovrano europeo: uno strumento liquido e sicuro, in grado di offrire un riferimento ai mercati e di attrarre risorse dall’estero, rafforzando il ruolo internazionale dell’euro. Se fondato su un’adeguata capacità di bilancio comune, esso favorirebbe il finanziamento di investimenti di interesse europeo. Si eviterebbero le inefficienze di iniziative nazionali non coordinate e sarebbe più agevole mobilitare capitali privati su larga scala».
Gli eurobond, infatti, sono la condizione affinché un bilancio comune più solido possa affermarsi. Al contempo, in combinazione con l’emissione dell’euro digitale, potrebbero rafforzare in modo significativo la posizione dell’euro come valuta globale, non solo continentale, generando così le condizioni per l’ampliamento e la sostenibilità del debito comune stesso.
Sia Orsini che Panetta, però, definiscono un perimetro stretto, per l’utilizzo del debito comune: energia, che per Orsini significa principalmente nucleare; sicurezza, che per entrambi vuol dire industria bellica; tech, che vuol dire ovviamente infrastrutture digitali (cloud e data center) e intelligenza artificiale. Intendiamoci, l’attenzione di Panetta per l’istruzione e la ricerca è sempre rilevante, a maggior ragione quando si tratta di mettere in evidenza le drammatiche mancanze italiane. E pure nella relazione di Orsini, sembrerà strano, la parola ‘ricerca’ compare. Ma non si capisce per quale motivo gli eurobond non debbano finanziare istruzione e ricerca principalmente, welfare e sostegno al reddito, in particolare tenuto conto l’impatto, sull’occupazione, dell’adozione dell’intelligenza artificiale. Soprattutto, non è chiaro se la capacità di spesa pubblica comune resa disponibile dagli eurobond sia destinata alle imprese private – della sicurezza, dell’energia, del tech – o se invece abbia l’obiettivo di dare vita a grandi public utilities continentali. In verità, nel caso di Orsini la risposta è chiara, ma pure l’omissione di Panetta non rassicura.

di Angelo Benedetto (Flickr)
Declino italiano
Mentre Orsini blandisce Meloni, Panetta non fa sconti e, con passaggi decisivi, chiarisce l’entità della crisi. Un passaggio, tra gli altri, merita attenzione:
«Dall’inizio del secolo la quota dei trentenni laureati è più che raddoppiata, al 30 per cento, ma rimane inferiore a quella delle altre principali economie europee. Tra i giovani non laureati, uno su cinque non studia e non lavora, una percentuale doppia rispetto agli altri paesi. Il rendimento dell’istruzione terziaria resta contenuto, mentre la domanda di competenze qualificate da parte delle imprese rimane debole. Una quota crescente di giovani laureati si trasferisce all’estero alla ricerca di un pieno riconoscimento delle proprie competenze; tra il 2020 e il 2024 ne sono usciti dal Paese oltre 100.000. Si alimenta così un circolo vizioso. Un sistema produttivo poco innovativo genera una domanda insufficiente di lavoro qualificato e riduce gli incentivi a investire in istruzione; la carenza di competenze rende a sua volta difficile adottare nuove tecnologie».
Pochi laureati, ancora, rispetto alla media europea. Ciò nonostante, fuga senza sosta dei giovani qualificati; la domanda delle imprese, infatti, rimane debole. Ma Panetta sa arrivare anche al punto – ciò lo rende più interessante, e più utile per chi cerca strade alternative, di Orsini: non basta colpevolizzare i giovani perché non scelgono le discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), né accanirsi con coloro che né studiano né cercano lavoro (i NEET, che in Italia sono tanti), ma occorre riconoscere che «un sistema produttivo poco innovativo genera una domanda insufficiente di lavoro qualificato e riduce gli incentivi a investire in istruzione». Siamo di fronte al punto più alto, e senz’altro più condivisibile, delle Considerazioni del Governatore.
Orsini, da parte sua, riconosce che in Italia esiste una drammatica questione salariale:
«Le basse retribuzioni allontanano i giovani dall’Italia. Troppi settori offrono solo contratti a tempo e salari insufficienti. Se vogliamo affrontare seriamente il problema, dobbiamo condividere tutti il principio per cui la retribuzione è una questione di attrattività per l’Italia e le sue imprese. I salari bassi incidono negativamente sulla qualità della vita delle persone, sulla natalità e frenano la domanda interna, che resta il principale mercato per la maggior parte delle imprese, e l’unico per molte piccole realtà».
Ma poi celebra il Governo e il decreto-legge “Primo maggio”, l’ultimo della serie, e conclude:
«Ma in Italia resta aperta la questione salariale. Lo dico con chiarezza: noi da soli, con i nostri migliori contratti, non riusciamo a risolverla».
Non c’è che dire, Orsini non sa cosa sia la vergogna.
E, ovviamente, neanche una parola sui dati in ultimo presentati dal Libro Bianco del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Nel 2024, «la spesa totale in ricerca e sviluppo è stata pari all’1,4% del PIL, rispetto a una media UE pari a 2,2%, al 3,1% della Germania e al 2,2% della Francia». Nel decennio che va dal 2015 al 2024, la crescita degli investimenti italiani, pari al +3,2%, è stata inferiore alla media UE, +4,5%. Dato che fa la differenza, a maggior ragione se abitudine italica prevalente è quella di colpevolizzare il capitale umano, riguarda gli investimenti privati (delle imprese) in ricerca e sviluppo: 17 miliardi, nel 2024, «valore nettamente inferiore ai 92 miliardi di euro della Germania e ai 42 miliardi di euro della Francia». No, questi numeri per Orsini non esistono, dunque bene chiedere a Meloni il rafforzamento della ZES unica.
Equità fiscale e ritorno dello Stato investitore
Vi è un sussulto di dignità anche in Orsini – difficile da credere, ma è così:
«L’Italia è quarta per pressione fiscale tra i Paesi avanzati, ma esistono 575 misure fiscali che erodono circa 120 miliardi di base imponibile. Lanciamo una proposta al Governo e alle parti sociali. Lavoriamo insieme, su queste misure, alcune delle quali hanno perso la propria ragion d’essere o si sovrappongono tra loro. Analizziamole insieme. E identifichiamo i 20 miliardi da riallocare, senza aumentare il debito: un terzo alla crescita, un terzo alla sanità, un terzo alla scuola».
D’altronde, la stessa Bankitalia ha censito che il volume annuo degli aiuti a fondo perduto alle imprese è triplicato nell’ultimo quinquennio, passando da circa 6 miliardi all’anno del biennio 2018-2019 a circa 18 miliardi tra il 2020 e il 2025. Comunque, benissimo, siamo d’accordo.
Sorge spontaneo il dubbio: non è che si sta cercando un modo per a) non affrontare, come invece si deve, il problema della tassazione progressiva dei redditi da capitale, più in generale della ricchezza, e per b) colpire solo professionisti e piccole imprese (la flat tax di cui godono, intendiamoci, rimane intollerabile)?
Panetta, invece, di fronte ai numeri del declino, riscopre lo Stato investitore diretto, e lo fa in particolare riferendosi ai ritardi delle imprese italiane nell’adozione dell’intelligenza artificiale:
«Lo Stato può inoltre agire da committente primario dell’innovazione. Orientando la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori come sanità, energia, sicurezza e mobilità, può aprire nuovi mercati, ridurre il rischio per i pionieri e accelerare la diffusione di nuove soluzioni. Anche la diffusione dell’intelligenza artificiale nelle Amministrazioni pubbliche può accrescere l’efficienza e la qualità dei servizi offerti ai cittadini e alle imprese».
La proposta è senz’altro convincente, da rilanciare. Ma si tratta semplicemente di ridurre il rischio per i pionieri o di prendere atto che, senza pianificazione economica e intervento pubblico, la transizione digitale porta con sé, quanto meno ma non solo in Italia, ritardi, squilibri, fallimenti, disoccupazione (del lavoro cognitivo automatizzabile)?
Congetture
Mettiamo il caso che, nelle prossime elezioni italiane, l’eccedenza che ha fatto stravincere il ‘no’ al referendum sulla riforma della giustizia decida di mandare a casa Meloni. Fatto non scontato – un pareggio, al momento, è difficile da escludere. Non scontato, ma possibile. La domanda, per un Governo che si vuole seriamente alternativo alle destre, è dunque la seguente: esiste un cervello (collettivo) capitalistico, in Italia? Se sì, quali parole meglio lo rappresentano?
La risposta che qui si propone è tranchant: in Italia manca, e da tempo, un cervello capitalistico capace di visione, tempi lunghi, respiro; quel poco che emerge viene dalla Banca d’Italia e più in generale dalle élite europeiste (in molti casi tecnocratiche), mentre Confindustria arranca frammentata, senza scuse, provinciale e arrogante al contempo.
Per mobilitare l’eccedenza, dunque, e quindi per provare a governare, la ricetta è semplice e per questo, in prevalenza, messa a tacere dai media mainstream: tassare i ricchi; indicizzare automaticamente i salari all’inflazione; raddoppiare la spesa pubblica, in rapporto al PIL, in istruzione, università e ricerca; promuovere il pieno federalismo europeo, gli eurobond, l’euro digitale – contro la dollarizzazione dell’economia europea a mezzo stablecoin; salario minimo e reddito di cittadinanza, insieme e non l’uno contro l’altro; pianificazione democratica e aziende pubbliche per i settori strategici dell’innovazione tecnologica ed energetica; rilancio della sanità pubblica. Al di sotto della proposta sopra tratteggiata, non si vince; senza realizzarne una parte significativa, si rischia, se va bene, l’effetto “Tsipras”, se va male si consegna il Paese a Vannacci – come d’altronde SPD (prima) e CDU (adesso) sembrano fare con AfD in Germania.
Bene sapere che non c’è alchimia politica (campo, coalizione, ecc.) che possa realizzare, senza convulsioni e fratture, crisi e arretramenti, l’articolato programmatico di cui sopra. Al quale si aggiunge, ma è una premessa, il contrasto alle guerre tutte e all’industria bellica. Occorre dunque essere consapevoli che, senza movimenti sociali e sindacali di massa, in Italia e in Europa, anche le intenzioni migliori possono evaporare nel giro di una stagione. Il tema, allora, sarà: possibile combattere, dal basso e dall’alto, secondo una inedita co-articolazione di eterogenei, per strappare l’alternativa metro dopo metro? Solo collettivamente, sperimentando, si potrà provare a rispondere alla domanda. Ma è bene cominciare a porla.
La copertina è di Luca Di Ciaccio (Flickr)
Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione.
Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580

