INCHIESTE

Né generazione Erasmus, né fuga dei cervelli: cosa ci dicono le migrazioni interne in Europa?

Le favole sulle migrazioni interne all’Ue diffuse dalla stampa, nascondono la realtà di un fenomeno epocale: la costituzione di un mercato del lavoro europeo fatto di sfruttamento e razzializzazione contro cui si scontra il desiderio politico della fuga

Le favole sulle migrazioni interne all’Ue diffuse dalla stampa, nascondono la realtà di un fenomeno epocale: la costituzione di un mercato del lavoro europeo fatto di sfruttamento e razializzazione contro cui si scontra il desiderio politico della fuga. Nei primi anni Duemila, quando ancora i radar statistici faticavano a intercettare i partenti, si parlava dei migranti italiani come Generazione Erasmus; dopo il 2008 con la crisi strutturale del sistema universitario il tema è diventato la Fuga dei Cervelli. Siamo passati nel giro di un decennio da una visione delle migrazioni come dei brevi viaggi a scopo culturale, all’allarme generale per la perdita di un consistente numero di ricercatori e studiosi. Ancora oggi molti giornali come ad esempio “La Repubblica” e “Il Fatto Quotidiano” dedicano intere rubriche alle storie di successo dei nostri connazionali all’estero. Il messaggio, non si sa quanto volontario, è chiaro: l’Italia fa schifo, ma è solo un’eccezione perché altrove la norma è il paradiso. Una bella favoletta da raccontare a tutti i disoccupati e sotto-occupati italiani. La realtà ha tinte molto meno definite, nessuno ci sta aspettando per ricoprirci d’oro ma di sicuro chi decide di vivere nella penisola tra stipendi da fame, welfare decadente e costo della vita in aumento accetta, suo malgrado, di sacrificarsi. Dunque è in corso in Italia una fuga di talenti? Certo sarebbe un paradosso che il paese con la più bassa percentuale di laureati in Europa ne fosse diventato di colpo un esportatore: i dati dell’Istat dicono che negli ultimi anni la componente di migranti con un titolo di istruzione universitario è aumentata notevolmente (secondo l’Istat nel 2002 era l’11% e nel 2016 è diventata il 30%), però i laureati sono ancora una minoranza e nel complesso coloro che lavorano nell’ambito della ricerca o dell’accademia sono in termini assoluti una frazione ancora più esigua. Probabilmente però focalizzandosi sul titolo di studio si perde di vista la questione più importante: l’emigrazione interna all’Europa degli italiani non è un’eccezione, dai paesi del Sud e dell’Est negli ultimi anni sono partiti milioni di persone dirette verso un altro stato membro dell’Unione.

Siamo di fronte ad un avvenimento epocale per cui è necessario superare l’etnocentrismo italiano che assegna ai “nostri” il ruolo di cervello e relega gli “altri” a manovalanza scadente. La tendenza è verso un mercato del lavoro europeo o, meglio, si sta affermando una nuova figura: il lavoratore europeo.

Le migrazioni in questo contesto sono un vettore di convergenza, le direttrici di viaggio infatti comprendono anche paesi fino a pochi anni erano fuori dalle rotte come Polonia, Bulgaria, Romania anche se la gran parte delle persone si dirige verso gli stati con una maggiore domanda di lavoro: Inghilterra e Germania. Ma quali sono le caratteristiche principali del lavoratore europeo? Di sicuro la mobilità, la precarietà, la stratificazione per “razza”.

 

La mobilità è ancora (per poco) una forma di lotta

Quando si parla di mobilità si rischia di dire una banalità, quasi una tautologia: è un’ovvietà affermare che un mercato del lavoro europeo sia costituito da persone provenienti da diversi paesi. Certo, ma in questo caso si vuole caratterizzare la mobilità per il suo significato politico e non solo geografico. Nell’epoca in cui le forme di lotta si fanno sempre più difficili, i grandi agglomerati sindacali non tutelano il lavoro precario e atipico e le nuovi leggi ostacolano la possibilità di vertenza dal basso. In questa contesto una generazione intera ha scelto come strategia di riscatto l’«exit».

La fuga è una delle ultime “armi” in mano ai tanti precari e disoccupati in Europa: sottrarsi continuamente alle condizioni peggiori di sfruttamento per aspirare ad una condizione di vita migliore. Una resistenza individuale, e forse anche disperata, ma pur sempre uno strumento di riscatto.

Non è un caso che la libertà di movimento è messa in discussione ovunque: dalla Brexit alle riforme nell’accesso ai benefit del welfare dei paesi dell’Europa centrale. Secondo i dati Eurostat, nel decennio compreso tra il 2005 e il 2015 4,4 milioni di cittadini membri di un paese europeo hanno trovato lavoro o lo stanno cercando in un altro paese Schengen, nel solo 2015 sono stati poco più di un milione i nuovi migranti europei attivi, dunque il fenomeno vive una fase di rapida crescita. La Gran Bretagna e la Germania sono di gran lunga le principali destinazioni. Negli ultimi dieci anni i migranti intra-europei attivi sono aumenti di 1,5 milioni nel Regno Unito, nello stesso periodo nei Länder tedeschi sono stati circa 950 mila in più: dunque solo verso questi due stati si sono diretti più della metà del totale dei migranti attivi. Le aree con il maggior numero di partenti sono la Polonia e la Romania, rispettivamente 950 mila e poco più di un milione di persone. Per quanto riguarda l’Europa Meridionale il paese con la maggiore migrazione di lavoratori è l’Italia con 252 mila persone, seguita dal Portogallo con un aumento di 245 mila persone attive all’estero. A questi vanno aggiunti coloro che lavorano in un altro paese membro dell’Unione senza avere la residenza come ad esempio i transfrontalieri e i posted workers (persone assunte con contratti regolati dalla legislazione del paese di provenienza che prestano servizio in un altro stato).

 

L’Europa è il continente del lavoro precario e della sotto-occupazione

Milioni di persone si spostano per lavoro, ma cosa li aspetta nei paesi di arrivo? Prendiamo i due paesi con maggiori arrivi. Dal 2008 al 2015 mentre il resto d’Europa si imbatteva nel periodo di peggiore contrazione del mercato del lavoro, la Germania ha registrato un’enorme espansione di occupati. I dati dell’Agenzia federale del lavoro mostrano chiaramente come dall’anno della scoppio della crisi al 2015 i posti di lavoro con assicurazione sociale obbligatoria sono aumenti di oltre tre milioni. La questione, però, come del resto anche oggi in Italia, non è la ripresa degli occupati ma la qualità del lavoro: infatti circa 2,8 milioni di questi sono a tempo parziale. Fuori dall’occupazione con assicurazione ci sono i famigerati minijob, “lavoretti” pagati non più di 450 euro al mese che possono essere sia la sola occupazione svolta sia una seconda attività. Negli ultimi anni è letteralmente esploso il numero di coloro che lo usano come salario aggiuntivo, adoperando il minijob come una compensazione alla riduzione generale degli stipendi. In totale, l’area marginale dell’occupazione conta un bacino di lavoratori di oltre 7,6 milioni di persone. L’Inghilterra in un certo senso è la patria della deregolamentazione, dove negli anni Ottanta è iniziato il processo di destrutturazione del mercato del lavoro. Dunque si parla di uno stato dove le forme contrattuali più diffuse sono quelle individuali e l’incertezza sul posto di lavoro è la norma. Il fenomeno più recente sono gli “zero hour contract”, l’equivalente del lavoro a chiamata italiano, nel 2016 questa forma contrattuale ha toccato il suo picco con oltre 900 mila lavoratori.

In altre parole si può scappare dall’Italia, o dagli altri paesi, ma difficilmente si può sfuggire alla precarietà e alla sotto-occupazione. Ad ogni storia di successo raccontata dai giornali corrispondono molte vite quotidiane di persone sfruttate che rimangono nel cono d’ombra della narrazione.

Tuttavia la mobilità è ancora la via migliore per sfuggire alla disoccupazione dell’Europa Meridionale e dai bassi salari dei paesi ex-socialisti, una volta arrivati a destinazione la libertà di movimento rimane ancora uno strumento di sottrazione allo sfruttamento sia per la possibilità di muoversi ancora verso un altro paese sia la libertà di cercare nuovi impieghi senza rischiare espulsioni.

 

Cosa fa chi parte?

Molto spesso si analizzano le migrazioni a partire dalle caratteristiche di partenza. I bollettini quotidiani dei giornali ci dicono costantemente quanti laureati ha perso l’Italia, ma non è assolutamente certo che coloro che noi consideriamo “cervelli” siano tali anche all’estero. Non è solo una questione di riconoscimento del titolo di studio ma possono mettersi in moto anche dei meccanismi di stratificazione “razziale”. Per dirla in altre parole, un ragazzo laureato in Bulgaria una volta trasferitosi in Germania è più facile che lavori come operaio edile piuttosto che ricopra un ruolo affine al suo percorso di studi. Se volete un approfondimento empirico chiedete il livello di istruzione delle persone che assistono i nostri nonni o genitori.

Il mercato del lavoro non è come lo dipingono i liberisti nuovi e vecchi, non è un luogo dove si incontrano liberamente domanda e offerta di lavoro ma è qualcosa di segmentato per cui se provieni da una certa nazionalità è più facile che tu svolga un lavoro determinato piuttosto che un altro.

Così ad esempio gli uomini provenienti dall’Europa orientale trovano impiego per lo più nell’edilizia e in generale come manovali, mentre per le donne l’assistenza domiciliare agli anziani è il lavoro più usuale. Per gli italiani, invece, lo sbocco più semplice è la ristorazione e il settore alberghiero. Dunque la storia dei talenti è una bufala? Non proprio, piuttosto per usare un’immagine forse abusata si può parlare di due poli, da una parte chi viene impiegato in lavori ad alto valore aggiunto e dall’altra la manodopera non qualificata. Il caso degli italiani in Germania da questo punto di vista è il più evidente: dal 2008 al 2015 su oltre 55 mila nuovi occupati con cittadinanza italiana, 15 mila erano impegnati nella gastronomia e 5 mila erano professionisti. Lavorare in un ristorante italiano a Berlino così come a Francoforte o a Monaco per molti è il primo lavoro in attesa di qualcosa di migliore, ma purtroppo la mobilità sociale sembra essere un ricordo del passato anche nei paesi dell’Europa Centrale.

 

Nazionalismo e confini

Così mentre in Europa avanzano le destre nazionaliste pronte a chiudere i confini e a limitare l’accesso al welfare, la mobilità diventa sempre di più il tratto distintivo del mercato del lavoro europeo.

Ridurre la possibilità di movimento ha come risultato immediato quello di rendere più  vulnerabili milioni di lavoratori, che non solo saranno più esposti a condizioni di sfruttamento, ma non potranno più utilizzare la mobilità come potere di sottrazione.

Chi pensa di votare le destre per evitare la concorrenza degli stranieri, in realtà si sta scavando la fossa con le sue mani: la competizione sarà peggiore e i migranti saranno disposti ad accettare condizioni ancora più basse. Chi dice di difendere la “razza bianca” in realtà vuole solo proteggere i suoi profitti.