MONDO

L’Afghanistan tra la morsa dell’Isis K e i talebani

Tra il riconoscimento della jihad e l’appoggio a una guerra in difesa delle donne, è necessario andare oltre oscurantismo e patriarcato. Un’analisi della situazione nel paese

A distanza di due mesi dalla débâcle americana in Afghanistan una serie di nodi vengono al pettine. Trascorrono i giorni e le settimane e la situazione inizia a delinearsi in modo sempre più chiaro e tragico: dopo il ritiro dei marines adesso rimangono solo le macerie. Aumentano gli attentati all’interno della capitale. Dall’ inizio dell’anno le attività manu militare dell’Isis K nell’area sono aumentate.  L’ISIS della Provincia del Khorasan aka Isk o Isis K nasce appunto nelle terre del Khorasan, storica regione che si estende lungo l’Afghanistan comprendendo territori di Pakistan, Turkmenistan, Tagikistan, Uzbekistan e Iran; formalizzatosi come wilayah (ossia provincia) del famigerato Stato Islamico, l’Isis K giura fedeltà ad Abu Bakr Al Baghdadi nel 2015.   

Il suo nuovo emiro Shahab al-Muhajir non ha perso tempo e dopo l’atto terroristico all’aeroporto Internazionale di Kabul il 26 agosto, si è reso nuovamente protagonista guidando l’attentato alla moschea Eid Gah sempre a Kabul lo scorso 3 ottobre, durante la celebrazione del funerale della madre del leader degli Studenti del Corano. Atto di sfida che si unisce ai più recenti attacchi avvenuti dalle cellule sparse qua e là nel territorio afghano.  Stimati essere tra i 1.500 ed i 2.200 jihadisti in un recente dossier pubblicato dalle Nazioni Unite, i mujaheddin dell’Isis Krifiutano di riconoscere l’Emiro dei Talebani accusando quest’ultimi di essere venuti a patti con i miscredenti americani: la sigla dell’accordo di Doha sottoscritto nel 2020, con il quale si formalizzava il ritiro statunitense nell’area, non è andato giù.

L’Isis K infatti, oltre a rivendicare un “purismo ideologico”, accusa i talebani di nazionalismo: invece di impegnarsi nella creazione di un califfato transnazionale e universale, i talebani pensano solo agli interessi dentro i confini.

Sono diverse le differenze tra le due fazioni: una diversa interpretazione dei dettami religiosi determina che mentre l’Isis Ksi concentri sul prendere di mira i miscredenti a partire dagli sciiti, i talebani si concentrano maggiormente sul cacciare gli stranieri al di fuori dei propri confini. Le diverse tattiche-strategie di guerra che ne derivano (le medesime differenze che si riscontrano nei territori siriani tra Al Nusra – ossia al-Qaeda in Siria – e l’Isis) e che sono all’origine delle divergenze tra le due fazioni, sono delle differenze che è sempre utile riconoscere per capire i diversi posizionamenti, ma viene altresì da chiedersi se questa distinzione possa risultare fuorviante.  

(Immagine di DVIDSHUB da flickr)

È oramai conclamato che le due fazioni jihadiste siano in competizione tra loro, e questo sin da prima del ritiro dei marines USA. Allo stesso tempo però bisogna far attenzione a non cadere in tentazione: mai sarebbe opportuno infatti, che in nome di una stabilità del territorio afghano si riconosca la legittimità ai talebani.

Una narrazione semplicista infatti, potrebbe far pensare che mentre l’Isis K rappresenti l’ala fondamentalista, i talebani risultino invece coloro i quali riescano a garantire stabilità nel Paese.

Una miopia che darebbe spazio e il via al riconoscimento di un regime misogino e patriarcale. Uno degli elementi in comune che hanno i due gruppi infatti, oltre all’applicazione della sharia in termini rigorosi, consta nel creare un sistema all’interno del quale la donna sia subalterna in tutto e per tutto alla volontà dell’uomo. Un sistema che non solo non concede diritti basilari, come la possibilità di accedere alle università, guidare l’auto o camminare per strada da sole, ma che viola la dignità umana rinnegando un riconoscimento alla donna in quanto tale. Possono infatti cambiare alcune modalità o i metodi, ma il loro scopo è il medesimo: creare un sistema autocratico, totalizzante e oscurantista.Attenzione però a non cadere nella seconda tentazione o meglio contraddizione: ossia a quella di andare nuovamente in guerra in difesa delle donne.

Utilizzando come giustificazione la necessità di non abbandonare le donne, si rischia di strumentalizzarle per organizzare nuovi tipi di intervento, a guida europea probabilmente, incentrati su aiuti umanitari e salvaguardia dei diritti fondamentali.

La stessa Europa che collabora con la Turchia, ritiratasi pochi mesi or sono dalla Convenzione di Istanbul in difesa delle donne. Oggi, a distanza di venti anni dall’attentato alle Torri Gemelle e da quella che fu definita la “Guerra al Terrorismo”, emergono in modo chiaro ed evidente una serie di speculazioni politiche. Attenzione dunque a non proporre un modello che replica i medesimi meccanismi di ingerenza e controllo esercitati negli ultimi 20 anni in nome di presunte “missioni umanitarie e di pace”. D’altronde dovremmo già conoscere la retorica sulla quale gli Stati Uniti costruirono le basi ideologiche contro il nemico terrorista islamico iniziando ad introdurre i concetti di guerra preventiva, stato canaglia, esportazione della democrazia, missioni di pace e guerra al terrorismo. Questo modello di politica, rivelatosi fallimentare, non solo va messo fortemente in discussione, ma andrebbe altresì totalmente rifiutato e ripensato. Dialogare con i talebani significa riconosce e legittimare il loro progetto politico. E questo non è accettabile. 

(Immagine di DVIDSHUB da flickr)

È arrivato dunque il momento di mettere un argine a questo tipo di politica e di dare una risposta che sia capace di essere l’alternativa. La cultura occidentale non è la risposta. Bisognerebbe capire, conoscere e supportare chi a partire da quei territori vive e lotta quotidianamente per scegliere come vivere, per scegliere come amare. Chi all’interno di quel contesto continua a lottare da più di venti anni sono le donne di Rawa. Un’organizzazione da sempre clandestina che con estremi sforzi tenta giorno dopo giorno di costruire un progetto alternativo che non sia soggiacere alla presunzione dei paesi occidentali o alla forza dei mujaheddin locali. Bisognerebbe dar voce innanzi tutto a loro, organizzare corridoi umanitari e rispondere a una crisi umanitaria in modo disinteressato, senza accaparrarsi le loro risorse, naturali e o strategiche che siano.

La presenza del Qatar (accusato di essere uno tra i maggiori finanziatori del terrorismo internazionale) invitato da Draghi al G20 sull’Afghanistan tenutosi lo scorso 12 ottobre, non parrebbe andare nella giusta direzione.


Nel frattempo sull’altro versante, il 18 ottobre, si è tenuto un summit organizzato da Mosca (assente al G20 di Draghi ma col quale vi è una interlocuzione) che ha visto presenti tra gli altri anche Cina, Iran, Tagikistan, India e Pakistan. Il riconoscimento dell’Emirato Talebano sembra dunque gradualmente concretizzarsi. La preoccupazione della Russia infatti, tesa a proteggere i propri confini dalla minaccia islamista sempre più vicina e penetrante nella cintura di prossimità, determina un cambiamento degli equilibri nell’area. Mentre le strategie dei vari premier si implementano, a soffrirne è la popolazione. Una nuova rotta di rifugiati è già iniziata e il loro percorso, lungo e pericoloso, è pieno di insidie.

A parlarne in primis la Turchia, che approfittando della sua posizione geografica, già annuncia una politica di militarizzazione ulteriore dei suoi confini insinuando minacce relative a un nuovo esodo di rifugiati verso l’Europa. Uno scenario che sembra ripetersi.

E mentre Erdogan annuncia di voler mostrare una nuova cartina geografica della Siria il 30 ottobre quando a Roma si riuniranno i rappresentanti dei 20 Stati più potenti del mondo, concedetemi un’ultima osservazione: vien da sé chiedersi come mai, mentre dopo poche settimane si prende in considerazione la possibilità di legittimare l’Emirato Afghano sinonimo di oscurantismo, a distanza di due anni dalla cosiddetta sconfitta dell’Isis il Rojava e l’Amministrazione Autonoma del Nord Est della Siria, che hanno combattuto contro i jihadisti di Daesh non vengano riconosciuti. A quanto pare le donne curde che combattevano a Kobane, capace di conquistarsi un ruolo da protagonista nella resistenza così come nella costruzione di questa nuova società, sono oramai nel dimenticatoio.

(Immagine di copertina di Al Jazeera English da flickr)