MONDO

«Il governo turco vuole sfollare il popolo curdo»: dialogo con Abdulkarim Omar

Una delegazione dell’Ovest Kurdistan incontra la società civile italiana: mercoledì 6 marzo alle 18 a Esc discuteremo della situazione attuale nella regione e dei gravi problemi legati all’Isis e all’intervento turco. Un dialogo con Abdulkarim Omar

A dieci anni dalla resistenza di Kobane, una delegazione dell’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria è arrivata in Italia, allo scopo di incontrare le istituzioni, i media e la società civile italiana. Per quest’ultima sono stati organizzati due incontri pubblici il 6 marzo, alle ore 18, a Roma a ESC Atelier e il 7 marzo al centro culturale Kontiki di Torino.

Sono molti i temi che la delegazione vuole portare all’attenzione dell’opinione pubblica: «Gli attacchi dello stato turco, il pericolo crescente di ISIS, ma anche i progressi politici compiuti in questi anni e le nostre prospettive sul futuro». A elencarli è Abdulkarim Omar, rappresentante in Europa dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est.

A dieci anni dalla resistenza di Kobane e cinque anni dopo l’offensiva su Baghuz Fawqani, in cui cadde tra molti l’internazionalista italiano Lorenzo Orsetti, appena cinque giorni prima della vittoria da parte delle Forze della Siria Democratica (SDF) che ha messo fine all’esistenza dell’autoproclamato califfato, l’ISIS è ancora uno dei punti principali all’ordine del giorno.

«È vero, la vittoria delle Forze della Siria Democratica (SDF) a Baghuz è stata una vittoria storica, ma è stata una vittoria geografica. Con quella vittoria Daesh (l’ISIS) come stato ha smesso di esistere, ma non è finito tutto quel giorno», specifica Omar.

«Daesh può ancora contare su una rete organizzativa molto forte composta da migliaia di cellule dormienti. Solo nel 2023 le SDF e la coalizione internazionale hanno effettuato 50 operazioni in cui sono stati catturati 350 jihadisti, un numero molto più grande rispetto al 2022» aggiunge.

Anche sulle cause di questo aumento di attività da parte delle bandiere nere l’Amministrazione Autonoma ha un’idea ben chiara: «In particolare gli attacchi dello stato turco contro il Nord-Est della Siria impegnano le nostre forze di sicurezza su più fronti, permettendo a Daesh di riorganizzarsi. Inoltre la situazione economica rende difficile la vita. Finché le condizioni delle persone saranno così complesse, l’ideologia di Daesh riuscirà a farsi strada tra le persone».

Sul lungo termine non sono solo i combattenti ancora in attività a costituire un problema: «Una questione molto grande di cui vogliamo discutere con la comunità internazionale riguarda i 12.000 miliziani di alto livello al momento in custodia e le decine di migliaia di famiglie, inclusi migliaia di foreign fighter da tutto il mondo. Circa 3.000 bambini si trovano ora nel campo di Hol e vengono indottrinati dalle famiglie a questa ideologia di terrore, allo scopo di rifondare un nuovo califfato ed esserne la nuova generazione. Questa situazione è una bomba a tempo che potrebbe esplodere in qualsiasi momento».

Come accennato, ISIS sarebbe probabilmente scomparso se non fosse per l’instabilità che la Turchia continua a creare nella regione.

«Le operazioni e gli attacchi turchi contro il Rojava e il Nord-Est della Siria non si sono mai fermati. Le città di Afrin, Serêkanîyê e Girê Spî sono state occupate nel corso delle operazioni turche del 2018 e 2019».

«In queste aree occupate, ogni giorno avvengono omicidi, sparizioni, arresti, sfruttamento e cambiamenti demografici. Più di 190.000 persone provenienti da Afrin sono sfollate e le loro case sono state occupate da arabi provenienti da altre parti della Siria. Questo è parte del piano di cambiamento demografico della Turchia, anche a Serêkanîyê e Girê Spî succede lo stesso».

«In queste aree occupate, ogni giorno avvengono omicidi, sparizioni, arresti, sfruttamento e cambiamenti demografici. Più di 190.000 persone provenienti da Afrin sono sfollate e le loro case sono state occupate da arabi provenienti da altre parti della Siria. Questo è parte del piano di cambiamento demografico della Turchia, anche a Serêkanîyê e Girê Spî succede lo stesso».

Le operazioni turche tuttavia non si limitano a episodiche invasioni su larga scala: «Anche gli attacchi aerei e con droni non si sono mai fermati, questi attacchi sono rivolti contro funzionari civili e membri delle SDF, delle Yekîneyên Antî Teror (Unità Anti-Terrore), anche le nostre Asayîş (Forze di sicurezza interna) che provvedono alla sicurezza locale vengono colpite. Tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024 ci sono state diverse grandi ondate di bombardamenti effettuati con aerei da guerra e droni. Infrastrutture vitali, infrastrutture economiche, stazione elettriche, stazioni di gas, stazioni idriche e altri obiettivi civili sono stati distrutti. Più di un milione di persone sono state colpite in vario modo, molte case sono senza gas, gli ospedali non possono lavorare. Questi sono veri e propri crimini di guerra ed è importante che per questo Recep Erdoğan, Hakan Fidan e il governo turco vengano giudicati».

Anche sulla ragione per cui il governo turco ha adottato questa strategia di colpire principalmente infrastrutture civili e non obiettivi militari, Omar ha le idee chiare: «L’obiettivo del governo turco, il particolare contro il Rojavaye Kurdistanê (Ovest Kurdistan), ovvero le aree popolate da Curdi in Siria, è creare problemi tra la popolazione e l’Amministrazione Autonoma e sfollare la popolazione curda, secondo un progetto atto a svuotare il Rojava e la Siria del nord-est dai Curdi e completare così un cambiamento demografico».

In questo contesto, viene spontaneo pensare che il progetto politico alla base della rivoluzione del Rojava, basato sul Conferederalismo Democratico ideato da Abdullah Ocalan e sviluppato dal movimento curdo a partire dai primi anni 2000, sia stato messo in pausa in attesa di tempi meno caotici. Tuttavia molti segnali suggeriscono che la rivoluzione non si sia fermata, solo pochi mesi fa è stato approvato il nuovo contratto sociale della regione, che amplia e supera le precedenti stesure del 2014 e 2016.

«Senza dubbio tutti questi attacchi ci indeboliscono, con il pretesto della guerra in Palestina anche milizie filo iraniane hanno iniziato ad attaccarci. Nonostante questo il nostro progetto politico procede», ribadisce Omar.

«Stiamo vivendo una grande rivoluzione, quello che è nato in Rojavaye Kurdistanêe è diventato una speranza per tutto il Kurdistan e per tutti i popoli della Siria. Per questo continuiamo la nostra lotta sia dal lato dell’autodifesa sia nello sviluppo del nostro sistema. Un sistema così democratico in Medio Oriente non è mai esistito.

Dopo l’approvazione del contratto sociale inizieremo con le elezioni municipali, poi si svolgeranno le elezioni generali, in tutti i cantoni del Nord-Est della Siria fonderemo nuove comuni. Vogliamo che lo statuto democratico dell’Amministrazione Autonoma diventi un modello per costruire un nuovo sistema per tutti i popoli della Siria, un sistema che non sia centralizzato come quello dello stato, ma che riconosca a ogni popolo la sua autonomia e i suoi diritti».

Dopo aver esposto i temi che la delegazione intende discutere nel corso della sua missione, Abdulkarim Omar ha voluto rimarcare l’importanza di svolgere incontri pubblici oltre che istituzionali: «Dopo la sconfitta di Daesh come entità statale la nostra causa è stata un po’ dimenticata, la questione siriana e le vicende del Nord-Est della Siria sono passate in secondo piano, in particolare dopo le crisi in Ucraina e Palestina», argomenta Omar.

«Il nostro è un problema internazionale. La Russia, l’America, la Cina, alcune potenze regionali come l’Iran, la Turchia e Israele, tutti vogliono giocare un ruolo nel nuovo sistema mondiale e tutti si trovano in Siria. Per questo ancora non è stata trovata una soluzione per la Siria. In questo contesto l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica giocano un ruolo enorme».

In conclusione, Omar lancia un messaggio alla società civile: «I popoli giocano un ruolo fondamentale, per questo noi della diplomazia dell’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria ci rivolgiamo  soprattutto all’opinione pubblica, discutiamo con le organizzazioni della società civile, con i sindacati, con i giornalisti, con gli accademici, interloquiamo con le municipalità come con i politici. Gli stati pensano soprattutto ai propri interessi, solo l’opinione pubblica può spingerli a seguire dei principi».

Immagine di copertina membri dell’Hdp fermati di fronte a Cizre nel 2015, di Mahmut Bozarslan