MONDO

Idlib o il silenzio dei diritti umani

Riceviamo e pubblichiamo una riflessione sulla vicenda che riguarda la cittadina siriana e sui vuoti della comunità e delle istituzioni internazionali nel proteggere le persone a livello universale

Sono sulla pagina Facebook dei caschi bianchi del Syrian Civil Defence Idlib (ScdI), un’associazione di volontari il cui compito è quello di fornire assistenza umanitaria alla popolazione siriana maggiormente colpita dall’offensiva lanciata dal regime di Assad per riconquistare la regione di Idlib, l’ultima area del Paese ancora in mano alle varie fazioni ribelli. A un post del 17 febbraio è allegato un video che mostra brevi sequenze girate nelle aree sotto attacco. C’è una carovana di camion e auto cariche all’inverosimile di quel poco di beni rimasti alle persone a bordo, con cui magari sperano di riuscire a ricostruirsi un rifugio di fortuna lontano dalle bombe; ci sono persone intente a evacuare la loro casa, mentre gli edifici intorno recano i segni dei bombardamenti indiscriminati e giacciono disabitati e in rovina. Poi ci sono i primi piani di bambini, di donne che si aggirano tra i detriti di cemento e i resti dei campi abbandonati perché ormai troppo vicini alla linea del fronte. In questo scenario freddo e desolante, i volontari della ScdI distribuiscono viveri, aiutano a caricare i furgoni degli sfollati, costruiscono file di tende bianche ai margini delle strade che conducono verso il confine turco. Resistono e aiutano a resistere, anche se il fronte continua a divorare km e città, incalzando coloro che scappano attraverso l’inverno siriano.

Idlib è una delle principali città del nord della Siria, che contava prima dello scoppio della guerra circa 150.000 abitanti. È situata in una regione strategica tanto dal punto di vista degli snodi stradali che la attraversano, tanto per la prossimità alla frontiera con la Turchia, che la rende di fatto un punto nevralgico per la strategia del regime siriano per il contenimento della presenza turca in quell’area. Gran parte della regione è controllata dalle forze di Hayat Tahrir al-Sham, un’organizzazione jihadista nata nel 2017 dall’unione di diverse gruppi fino a quel momento formalmente affiliati ad Al-Qaeda. Hts è stata impegnata negli ultimi due anni in un conflitto violento con le altre formazione ribelli presenti nell’area, tanto che tra il 2017 e il 2018 era riuscita ad imporsi come forza egemone nella provincia contando dalla sua oltre 12.000 combattenti. La lotta per il potere regionale dell’armata jihadista è stata in parte agevolata dalla risoluzione adottata in quegli anni da Siria, Russia, Iran e Turchia, di ridurre il loro impegno militare nella provincia, limitandosi a costituire postazioni di monitoraggio delle reciproche attività militari. Tuttavia il regime siriano non ha mai veramente bloccato l’offensiva per la riconquista di Idlib, preferendo piuttosto ridurre l’intensità delle operazioni mentre si concentrava su obiettivi strategici in altre aree del Paese. Così mentre tra il 2017 e il 2018, il regime di Bashar al-Assad si riprendeva l’area intorno a Homs e espugnava la Ghouta orientale nei pressi di Damasco, decine di migliaia di sfollati venivano trasferiti nella regione di Idlib, che ha visto così aumentare la sua popolazione fino a superare i 3.000.000 di abitanti. Intanto la Turchia di Erdoğan continuava a esercitare una pressione diplomatica e militare nelle regioni a nord della Siria, nel tentativo di ottenere una fascia consistente di territorio siriano da sfruttare in funzione anti-curda. Gli sforzi congiunti della diplomazia e dell’esercito turco, così come il progressivo avvicinamento politico tra Erdoğan e Putin, ha portato i due leader a siglare il 16 settembre del 2018 il cosiddetto accordo di Sochi, in cui le due potenze si impegnavano a trasformare la regione di Idlib in una zona cuscinetto, attraverso la sospensione delle operazioni militari delle forze siriane e dei suoi alleati, e al progressivo disarmo delle formazioni ribelli e dei gruppi jihadisti come Hayat Tahrir al-Sham. L’accordo è naufragato quasi subito, dimostrando più che altro l’impossibilità di conciliare le diverse strategie degli attori in campo, ma soprattutto la vuotezza dei proclami pseudo-umanitari con cui era stato incensato l’accordo.

A partire dal 2019, le forze congiunte dell’esercito siriano e dell’aviazione russa stanno portando avanti un’offensiva che colpisce indiscriminatamente postazioni militari e obiettivi civili, come ospedali, scuole e rifugi dove si raccoglie la popolazione presente nelle aree vicino al fronte. Come riportato dai caschi bianchi del ScdI, il 24 novembre del 2019 un attacco aereo russo nella città di Kafranbel a sud di Idlib, ha distrutto l’ultimo ospedale infantile in funzione nella provincia di Idlib, dopo che le altre strutture ospedaliere della zona erano già state rase al suolo dall’offensiva del regime. Questo è uno dei tanti esempi della strategia di logoramento adottata da Assad e dai suoi alleati, col preciso obiettivo di indebolire la già fragile capacità di resistenza di una popolazione sempre più vulnerabile ed esposta alle forze che si contendono l’area. Così più il massacro di Idlib va avanti, maggiore è il numero di sfollati, circa 900.000 secondo fonti Onu, che si accalcano lungo le strade che portano verso la frontiera turca, che resta comunque sbarrata ai profughi dal 2015.

Cosa resta di questa carneficina? Citta abbandonate, palazzi distrutti, centinaia di accampamenti di fortuna, popolati da persone incastrate in uno spazio che si ristringe di giorno in giorno con l’avanzata del fronte. Una bambina, Iman, morta congelata a causa del freddo intenso che assedia tutti gli sfollati, indeboliti dagli stenti quotidiani, dalla paura della morte che arriva dal cielo.

Di tutto questo abbiamo le foto, i video, brevi resoconti delle storie di alcuni di coloro che soccombono o sopravvivono a questa miseria, giorno dopo giorno, domandandosi magari quanto ancora durerà, quanto altro sangue dovrà essere versato. Ci sono le tracce, le prove che quello che sta succedendo a Idlib è reale, che queste persone stanno morendo da mesi, ma la realtà è che la comunità internazionale ha smesso di guardare, ha deciso che la guerra in Siria è una partita privata tra poche potenze regionali. Spetta dunque a loro trovare una soluzione, accordarsi, trovare un compromesso alle reciproche logiche di potere. L’ONU, che della comunità internazionale dovrebbe rappresentare la veste istituzionale e che fa dei diritti umani uno dei capisaldi delle sue operazioni, è il grande fantasma che aleggia su Idlib. Ogni volta che Siria, Iran, Russia e Turchia, fanno ricorso ad accordi bilaterali per provare a risolvere il loro conflitto privato, l’ONU ne perde in credibilità come attore politico internazionale capace di risolvere crisi politiche e umanitarie. L’internazionalismo post- seconda guerra mondiale di cui è figlio e che in fono rappresentava un tentativo di risposta ad un mondo in via di globalizzazione, sembra ormai totalmente scomparso vittima delle contraddizioni che lo vedono ancorato alle logiche dei singoli Stati. È ancora, infatti, lo Stato-nazione il vero attore politico globale e, per certi versi, l’ondata sovranista rappresenta la diretta conseguenza di una politica internazionale che non esiste se non negli uffici dei ministeri degli esteri del gruppo ristretto delle Nazioni realmente potenti.

I siriani di Idlib, ma si potrebbe ad esempio estendere il discorso a tutti i prigionieri dei lager libici, dovrebbero poter contare sul riconoscimento dei loro diritti umani, ma nei fatti non essendo nient’altro che rifugiati, profughi, migranti, finiscono per essere trattati come un’umanità in eccesso, che in fondo può essere lasciata morire nel chiasso assordante della cronaca quotidiana. Non a caso, come Giorgio Agamben ha più volte sottolineato, l’attuazione e il riconoscimento dei diritti umani è minato alla base da un’ambiguità politica che, da un lato, afferma l’universalità di questi diritti, dall’altro li vincola alla figura del cittadino. Ma cosa succede quando uno Stato massacra i suoi stessi cittadini? Cosa accade se questi non riescono a trovare alcuno spazio reale per far valere i loro diritti altrove? L’ONU e le varie agenzie da cui è composto dovrebbero vigilare su questi fenomeni, dovrebbero provare ad agire affinché Idlib non diventi un altro luogo celebre per un massacro, per l’ennesima strage che ci riporta alla consapevolezza che gli ideali di uguaglianza e comunitarismo sono nient’altro che vuoti simulacri. Perché l’unica risposta possibile al sovranismo, al nazionalismo che sta divorando e dissacrando i valori delle democrazie venute fuori dalla seconda guerra mondiale, è un internazionalismo che faccia della causa degli oppressi, ovunque nel mondo, la battaglia di tutti coloro che desiderano un futuro diverso e ancora a-venire. In caso contrario c’è solo un tetro silenzio che avvolge i corpi e le voci di coloro che provano a resistere contro la brutalità di un sistema di potere che fa dell’uomo un bene sacrificabile.