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Distanze, Attese, Ritorni

Impressioni “a caldo” su “Non stancarti di andare”, nuovo graphic novel di Teresa Radice e Stefano Turconi, pubblicato da Bao Publishing

A mo’ di introduzione

Succede a volte di trovare poesie, libri, racconti che pensi siano stati scritti apposta per te.

Non solo accade di ri-trovarsi nei fatti narrati, ma addirittura si arriva a credere di avere un rapporto “esclusivo” con quella storia e a pensare: «è proprio a me che l’autore vuole dire quella cosa particolare… è chiaro!»

Questo avviene anche se in realtà in comune tra noi e l’opera ci sono solo alcuni particolari, un fatto insolito, una situazione o frase, capace tuttavia di far scattare nelle nostre menti quel pensiero di esclusività cui accennavo poco fa.

Questa sorta di simil-sindrome di Stendhal a me capita ogni volta che mi imbatto in un lavoro di Teresa Radice e Stefano Turconi.

Quando ho incontrato Il porto Proibito, ero in una fase in cui mi apprestavo ad affrontare «viaggi, partenze, ritorni e nuovi inizi» (cit.) e nei mari che raccontavano mi sembrava di vedermi accanto ad Abel sul sartiame del Last Chance; o come Nathan a cercare di capire cosa una ragazza dai capelli rossi cercasse di dirmi.

Così mi è successo anche con Non stancarti di andare.

In un momento un po’ particolare in cui mi trovo a pensare (e ad attendere) ciò che la vita e la sua fine comporta, al Viaggio (con la V maiuscola) – e ai viaggi – che ognuno di noi compie nel tempo in cui siamo su questo “atomo opaco del male” – anche grazie ad un papà che da quando ho memoria viaggia con un quadernetto su cui con i suoi schizzi ricerca la Bellezza – mi sono ritrovato immediatamente accanto ad Iris, alle sue pagine e ai suoi colori o con Ismail a fare i conti con un buio che spaventa.

Questo fatto di credere che Teresa e Stefano parlassero, con le loro storie, proprio con me … mi ha fatto capire quanto siano in grado con i loro lavori di parlare proprio a tutti, creando storie capaci di entrare dentro ognuno di noi, provocando «tachicardia, capogiro, vertigini […]» citando, per l’appunto, i sintomi che Wikipedia riporta per la Sindrome di Stendhal.

 

Non stancarti di andare

Gli attori principali di questa storia sono Iris, che ferma sulla pagina ciò che vede per non perderlo, e Ismail che scava nel passato, lo studia, lo insegna e lo tramanda. Loro cercano di sottrarre la bellezza all’oscurità che appiattisce, cercando di lasciare tracce … di farsi orme lungo il cammino.

A loro accade di ritrovarsi distanti e a dover attendere («infinito del verbo amare» come riportato sulla quarta di copertina).

In questo storia non a caso, tutto ruota attorno al viaggio, o meglio ai tanti viaggi, che loro e gli altri personaggi si trovano ad affrontare.

Nel corso di circa ottant’anni, vediamo varie generazioni muoversi:

Lungo il tracciato Est-Ovest assistiamo al movimento di chi cerca di sfuggire dalle dittature, vuoi quelle politiche di presidenti o generali o quella più subdola, ma egualmente mostruosa, del ricatto della povertà.

Salendo da Sud verso Nord invece, camminiamo con chi ricerca la felicità. Sia essa quella piccola ma infinita che una passeggiata dalla pianura alla montagna provoca a chi ha molti pensieri. Sia quella immensa di chi, superando avversità, arriva finalmente a destinazione… attraversando un mare come il Mediterraneo, che sa essere allo stesso tempo culla e tomba di civiltà e persone.

Gli autori ci suggeriscono però – riprendendo il monito del Moby Dick di Melville circa le mappe bugiarde – di non fermarsi alle carte, ai calcoli, ai cartelli, guardandoci dalle apparenze e leggendo tra le righe. Così il viaggio non si snoda solo attraverso i punti cardinali del globo ma anche con lo spostamento tra un dentro e un fuori (di noi):

Sarà cosi per Ismairis – amore minuscolo –  che si appresta ad arrivare al mondo uscendo dal pancione di Iris o per Maite che cerca di abbandonare le maschere che si è imposta per proteggersi e che, da difese, si sono col tempo trasformate in gabbie.

Che sia reale o immaginario, che sia su strada o dentro di noi, il viaggio in questo romanzo, caricato di aspetti spirituali e di meraviglia, viene assunto a metafora della vita, dell’esperienza.… a riflessione sull’attesa (e quindi sull’amore) e su cosa troviamo (e lasciamo) lungo il percorso.

Ma c’è molto ancora nelle 320 tavole di questa storia, ambientata tra la Liguria e la Siria, Istanbul e l’Alto Adige, calata nel nostro tempo e nelle nostre contraddizioni: «è un’opera di finzione […] e come tale tra queste pagine c’è ben poco di inventato».

Ci sono gli ultimi cinque anni della Siria, con la guerra che non lascia respirare; c’è padre Saul (ispirato a Paolo dall’Oglio, rapito e ancora non tornato), ci sono i viaggi dei migranti e i barconi affondati…c’è il racconto lineare (e privo di retorica) dei nostri anni.

C’è infine un invito a “seminare bellezza”.

Non resta che mettersi in cammino.…

Safar Sa’Īd!

 

Ascolta l’intervista di RadioSonar con gli autori