MONDO

LEA Berta Caceres

Berta, la rivoluzione autentica e totale

Claudia Korol, attivista argentina e amica di Berta Caceres è stata in un viaggio politico in Italia a presentare il suo libro “Le rivoluzioni di Berta”. L’abbiamo intervistata durante la presentazione a Roma, il 12 giugno, presso la Laboratoria Ecologista Autogestita Berta Cáceres

Quale è l’eredità politica più grande della figura politica di Berta Cáceres?

Credo che da un lato sia molto importante nella sua visione politica la centralità della costruzione di potere popolare dal basso, in forma collettiva, contro tutte le oppressioni, contro la violenza del potere coloniale, capitalistico e patriarcale e imperialistico.

Berta insegnava a non costruire mai gerarchie tra questi poteri perché essi si scagliano tutti contro i nostri corpi e i nostri territori. Inoltre era una donna indigena con un profondo legame con il proprio territorio e fortemente convinta della necessità di una rifondazione politica dell’Honduras, elemento centrale nella politica di trasformazione dal basso in cui credeva.

Va ricordato anche che Berta era una attivista internazionalista, che sentiva come profondamente sua la lotta politica condotta contro l’ingiustizia da chiunque in qualunque parte del continente e pure fuori dall’America Latina.

Infine Berta costruiva la propria lotta in forma pedagogica a partire dalla funzione politica della speranza. Diceva che non c’è lotta senza speranza e che lo stesso popolo deve riuscire costruire dal basso proposte politiche in cui credere.

Perchè il libro si intitola Le rivoluzioni di Berta?

Berta non lottò mai per una rivoluzione superficiale, di facciata. Le rivoluzioni di Berta furono tante nello stesso momento, perché la sua fu una rivoluzione totale, genuina, autentica, contro tutte le oppressioni e tutto ciò che ci indigna.

Berta oltre ad una formazione teorica, aveva anche una forte visione mistica nel rapporto con la natura e il territorio, lo puoi spiegare?

Berta aveva una classica formazione marxista e amava molto Gramsci. Quando venne a Roma volle che la accompagnassimo alla sua tomba. Però portava con sé anche l’eredità indigena, la possibilità di percepire in modo mistico il rapporto con la natura, la possibilità di leggere in essa dei saperi tramandati da generazioni dai popoli indigeni. Quella forza mistica è fondamentale per motivare una lotta politica, e non c’è nessun libro di teoria marxista che te lo spieghi, devi viverlo, come persona che lotta all’interno di una comunità. In questo modo si comprendono aspetti della sua cosmovisione: la centralità simbolica del fiume Gualcarque, la relazione importante con la anziana della comunità, il ricordo delle lotte indigene contro gli spagnoli, tutto questo era mantenuto vivo nel rapporto tra le persone e il territorio in cui Berta viveva.

Berta era molto legata alla rivoluzione kurda, perché?
La rivoluzione kurda anzitutto è una rivoluzione a tutti gli effetti.

Berta non avrebbe mai sostenuto processi rivoluzionari che non fossero totalim autentici e quello kurdo lo è senza dubbio.

Bertita, sua figlia, era stata in Kurdistan e le aveva raccontato di quanto accadeva lì e così pure per lei era importante la figura politica di Alina Sánchez, una dottoressa argentina, formatasi a Cuba che morì in battaglia in Kurdistan. La entusiasmava il fatto che fosse una rivoluzione di donne.

Inoltre aveva una enorme stima per quello che stava facendo il popolo kurdo, nonostante la repressione a cui era soggetto nei quattro paesi in cui è diviso, in particolar modo la repressione da parte del fascismo del governo turco. L’integrità della rivoluzione kurda e il fatto che non si fossero piegate a compromessi era per lei fondamentale. Aveva molto desiderio di recarsi in Kurdistan e di conoscere di persona le rivoluzionarie kurde.

Come vedrebbe Berta il cambiamento politico che c’è oggi in Honduras?

Sicuramente in termini positivi, possiamo immaginare che lei lo considererebbe analogo a quello di Zelaya [presidente di sinistra deposto da un colpo di stato nel 2009, ndr] quando prese il potere nel 2006.

Berta fu sempre autonoma, non ebbe paura di criticare Zelaya né di appoggiarlo quando meritava appoggio. Durante il suo mandato addirittura occupò per alcuni giorni la casa del governo del Presidente per portare le rivendicazioni del popolo Lenca.

Il suo è un modello: non cadere nella adesione ufficiale né nell’opposizione di principio, ma mantenere autonomia, e sopratutto avere un progetto politico come popolo e non dipendere dal governo: tutto questo era fondamentale per Berta.

Non si può dire che ci sia un collegamento diretto tra la figura di Berta e quella di Xiomara Castro, [l’attuale presidente dell’Honduras, ndr] ma si può dire che Berta  rimane un punto di riferimento fondamentale per i movimenti popolari honduregni tanto da ispirare anche l’azione del governo.

C’è pure un certo interesse da parte del governo attuale ad “appropriarsi” della figura politica di Berta, fino alla scelta di stampare banconote con la sua immagine. Questa scelta Berta non l’avrebbe vista di buon occhio, se fosse qui avrebbe la stessa posizione che ha avuto Laura, una delle sue figlie, che ha detto «non voglio che con un biglietto con l’immagine di Berta si finanzino le stesse banche che hanno provocato il suo assassinio».

La sfida del Copinh è evitare che sia manipolata la sua memoria e si mantenga l’autonomia dei movimenti sociali.

Rispetto a quest’ultimo a che punto è la ricerca di giustizia?

Gli autori materiali sono stati incarcerati, così pure è stato giudicato colpevole uno dei mandanti intellettuali dell’omidicio, David Castillo, anche se poi la sentenza non si è ancora resa operativa ed è a piede libero [la sentenza si è resa operativa pochi giorni dopo l’intervista ndr]. Tuttavia non è nei tribunali che ci sarà mai vera giustizia per Berta.

C’è giustizia per Berta invece se si pensa che il fiume Gualcarque, per cui lei ha lottato, è oggi libero dalle multinazionali.  C’è giustizia per Berta se si pensa che l’hanno uccisa per mettere a tacere la sua lotta, che poi divenne invece ancora più forte in chi la continuò, c’è giustizia per Berta nelle lotte che sono state fatte in suo nome nel mondo.

Non crederò mai alla giustizia di uno stato che è corresponsabile della sua morte, ma nella possibilità di lottare dal basso grazie a lei. Lì trovo la giustizia per Berta.

Una parte che non si conosce abbastanza della storia politica di Berta è stata la sua partecipazione alla lotta guerrigliera di El Salvador

In effetti questa fase della sua vita in cui lei era ancora molto giovane si conosce poco. Berta partecipo all’FMLN, il Fronte Farabundo Martì di Liberazione Nazionale, In particolare lavorava nella radio che supportava la guerriglia.

Quell’esperienza formò Berta in modo strutturale. Sapeva anche riscontrarne i limiti, in particolar modo criticava il machismo presente nella guerriglia e una scarsa attenzione alle esigenze dei popoli indigeni. Fu però una esperienza centrale e fondativa, al rientro in Honduras, nel 1993, fondò il COPINH.

Invece rispetto all’insurrezione in Chiapas?

Berta era entusiasta per la lotta zapatista proprio perché aveva al centro aspetti per lei fondamentali come la questione di genere e la questione indigena.

Fu tra le prime a portare solidarietà nelle comunità in resistenza, si recò a Guadalupe Tepeyac già nel 1994 e di ritorno dal Chiapas organizzò la prima marcia indigena di protesta da La Esperanza, nel territorio Lenca dove viveva, fino a Tegucigalpa, la capitale.

Il problema però, per i movimenti sociali centroamericani, è che l’insurrezione zapatista ha luogo poco dopo i vari accordi di pace che misero fine alla guerra civile in Salvador, Nicaragua e Guatemala, un momento molto difficile, in cui ci si doveva risollevare dopo tanti massacri e dolore. Anche in Honduras si percepiva la stessa difficoltà, e per questo non era facile aderire e partecipare in modo più strutturale alla resistenza chiapaneca.

Una frase che si dice spesso è che Berta non è morta ma si è moltiplicata

Mi ha emozionato molto essere qui. Ci sono tanti collettivi in America Latina o centri popolari che si chiamano Berta Cáceres, stare qui però in un luogo come questo, costruito con energia, coraggio e creatività e che porta il suo nome è molto forte, e mi emoziona molto.

Credo che sia in linea con quello che lei voleva, cioè che la gente dal basso si organizzi nella lotta tramite l’azione diretta e faccia la storia.

Qui si sente il potere della lotta, Berta non solo si è moltiplicata ma anche abita spazi come questo. Siamo in un luogo dove il cuore di Berta, le sue idee e i suoi sogni sono vivi e questo mi riempie di speranza.

Immagine di copertina pagina Facebook LEA Berta Cáceres