ROMA

Anubi D’Avossa Lussurgiu, ragazzo della Pantera

Anubi fu protagonista e traduttore delle molteplici istanze e lotte che animarono la Pantera alla Sapienza e poi i movimenti antagonistici in tutta Italia, con Genova 2001 come punto di svolta. Un ricordo e un impegno per il futuro

È tornato spesso il nome di Walter Benjamin, nel saluto pubblico ad Anubi D’Avossa Lussurgiu, che si è svolto a Roma – straziante – lo scorso sabato. Di Anubi, di passioni teoriche sovrabbondanti, Benjamin è stata l’ultima. Un saggio, tra i tanti mozzafiato, mi è balzato alla mente: Il compito del traduttore, del 1921-1923.

Anubi era un traduttore: di culture politiche, di mondi culturali, di forme di vita. Viveva al limite, sempre. Nel senso che stava tra un mondo e l’altro, nel mezzo – «la vita sta nel mezzo» (Bluvertigo). Tra giornale e partito, tra partito e movimenti, tra movimenti e sindacati. Stando nel mezzo, transitava, una sorta di cantiere vivente. Coerentemente con le sue passioni teoriche ultime, sostava in una zona di indeterminazione tra potenza e atto. Sempre potenziale, mai compiuto: inquieto.

L’indeterminazione è stata la sua virtù, la sua grandezza. Nessuno, come lui, sapeva attraversare paesaggi umani e politici disparati – gli stessi che si sono ritrovati al Verano, lo scorso sabato. In ognuno di essi, Anubi andava alla sostanza dei problemi, di ognuno ne assumeva le sembianze, le movenze; ogni paesaggio, però, era solo un approdo temporaneo. La sua grandezza, dunque, ma anche la sua fatica. Quando, dopo Genova, la sua (e la nostra) scommessa – il movimento dei movimenti, autonomi e Rifondazione insieme – naufraga, e lo fa nonostante gli oltre cento milioni di donne e uomini in piazza contro la guerra di Bush junior (nella primavera del 2003), lo smottamento fu pesante. Quella di Anubi fu una sofferenza vera, carnale, mai più risolta – forse.

Prevalse allora uno sradicamento erratico, tanto brioso, quanto (apparentemente) insoddisfatto, a volte scomposto. Brioso, perché la ricerca del nuovo, nel mezzo delle cose, era pura adrenalina per Anubi. Insoddisfatto, perché appariva, agli occhi degli amici più cari, smanioso, per molti versi disordinato, spesso dissipativo. Gli amici, io tra questi, non lo capirono più tanto.

Ho avuto la fortuna di conoscere Anubi a dodici anni. Nel 1990, l’anno della Pantera. Per un periodo, circa sei mesi nel 1991 (a mio ricordo), visse addirittura a Ciampino, nella casa in affitto nella quale ero cresciuto e dove, a seguire, vivevano Paolo e Silva, i miei zii. Con loro, che da studenti fuori corso si erano riaffacciati nei movimenti con la Pantera, Anubi si era legato. La sua presenza la domenica a pranzo, con mia nonna contadina che storpiava il suo nome e preparava la lasagna, era per me, per noi tutti in casa, un evento. Lo ascoltavamo, a volte per ore. Di tutto, su tutto, Anubi riusciva a essere esaustivo, nel senso che esauriva, nel discorso, tutto ciò che c’era da dire. Per me, allora, fu un modello.

Ma è questo il punto: Anubi fu, innanzitutto, la Sapienza. Lo fu lui, con migliaia di altre e di altri, durante la Pantera e dopo. Niente si capisce della singolarità di Anubi senza ricordare la città universitaria occupata, di notte e di giorno. Un pullulare di amori e di odi, di idee e di scommesse mancate, di cortei imprevisti e strabordanti, di mattinate plumbee. La Sapienza è stata, e sono certo sarà di nuovo, la «fabbrica della strategia». Chi non è di Roma, pur mettendocela tutta, non riesce a capire. Perché si è trattato di un ecosistema irripetibile, nel rapporto con i centri sociali, collettivi di tutte le risme, comitati di quartiere e lotta per l’abitare, artisti e smanettoni, randagi.

Anubi, traduttore, è stato la Sapienza. E, al contempo, un compagno privo di radici, come i personaggi dei romanzi (infiniti) di Joseph Roth. La sua andatura, le sue camminate veloci quanto i pensieri che affaticavano le chiacchierate itineranti, erano indice plastico dello sradicamento. Come le sue sparizioni telefoniche o le sue riapparizioni inaspettate in assemblea. Dove lo cercavi, non lo trovavi; dove lo trovavi, non lo aspettavi.

Ascoltando Antonio e Milo, lo scorso sabato, ascoltando i tanti compagni giovani che lo hanno ricordato, guardando i tanti giovanissimi che c’erano, ho però capito che Anubi ci ha spiazzato ancora e che, tutto sommato, ha messo radici in modo diverso: nel futuro e non, come sempre accade, nel passato. E ciò è cosa importante. Ciao Anubi.

P.s. Convinto che da qualche parte la mens di Anubi ci legge, volevo rassicurarlo. Della Sapienza, lo scorso sabato, non mancava nessuno. C’erano quelli del Novanta, che poi fu ancora 1992, a Lettere. Quelli che occuparono nel 1996, contro i fascisti a Giurisprudenza. E quelli delle mobilitazioni contro la guerra in Kosovo, nel 1999. C’erano quelli che occuparono nel marzo del 2001, contro l’aumento delle tasse di D’Ascenzo, e che a luglio riempirono i treni che andarono a Genova, al Carlini. E c’erano quelli dell’interruzione dell’inaugurazione dell’anno accademico del 2003, con tanto di diretta, e contro la seconda guerra in Iraq. C’erano quelli che occuparono nell’autunno del 2005, contro Moratti, e quelli che fecero l’Onda, il biennio di insubordinazione studentesca che, esploso nel 2008, si protrasse fino al dicembre del 2010, in tutta Italia. Quindi, quelli delle tende per la Palestina e contro il genocidio. Sì, la Sapienza c’era, come un mondo di lotte che si tramanda, che Anubi, a modo suo, ha contribuito a tramandare.

L’Associazione Pantera 90 Archivio ha fatto partire una raccolta fondi da destinare alla famiglia, si può inviare un bonifico intestato a Pantera 90 Archivio con causale “Anubi” all’IBAN IT78C0760103200001078549811

Immagine dal funerale

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