MONDO

Ecuador: migliaia in piazza contro flessibilità e riforma del lavoro


Un successo la mobilitazione della sinistra contro la riforma del lavoro approvata dal governo. Migliaia in piazza contro flessibilità e riduzione dei salari, mentre la Revoluciòn Ciudadana è in crisi di consenso. A meno di un anno dalle elezioni.

In migliaia venerdì scorso hanno manifestato nel centro di Quito contro il governo di Rafael Correa. Almeno cinquantamila secondo gli organizzatori, mentre le forze dell’ordine non si sbilanciano. Un dato è certo: il consenso nei confronti di Alianza Paìs, partito da nove anni al governo dell’Ecuador, è ai minimi storici. L’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la riforma del lavoro approvata il 17 marzo. Parole d’ordine: flessibilizzazione e riduzione della giornata lavorativa. Che in un paese piegato dalla crisi petrolifera, si traducono in precarietà e riduzione dei salari. A questo si aggiunge l’eliminazione del salario minimo per i tirocinanti tra i 18 e i 25 anni e l’introduzione di un controverso permesso di maternità/paternità fino a 9 mesi senza copertura salariale. Mentre l’opposizione neoliberale attacca dicendo che quest’ultimo provvedimento “serve solo a truccare le statistiche sull’occupazione”, la sinistra ecuadoriana è scesa in piazza in molte città per contestare il governo della Revolución Ciudadana.

Quito: Migliaia in piazza contro la riforma del lavoro

La riforma è stata approvata in meno di un mese, con un fitto calendario di incontri tra gli imprenditori e il ministro del lavoro, supportato dalla CUT, il sindacato vicino ad Alianza País. Lo stesso sindacato che aveva lanciato, sempre per il 17 marzo, una contro manifestazione a sostegno del governo, salvo poi ritirarla per rispettare il lutto nazionale proclamato dalla presidenza per la morte di 22 militari in un incidente aereo. Nelson Erazo, presidente del Frente Unitario de Trabajadores, aveva attaccato nella mattina di giovedì “il fatto che la manifestazione venga sospesa non ha nulla a che vedere con il lutto nazionale. La verità è che la base sociale della CUT si è rifiutata di scendere in piazza”. Vero o no, resta il fatto che ieri il centro storico di Quito è stato invaso da migliaia di persone, che hanno sfilato in un’atmosfera blindata: chiuse tutte le strade che potevano condurre al palazzo presidenziale, un dispiegamento ingente di forze di polizia, le serrande di molti negozi abbassate. Lavoratori, pensionati, militari, studenti, indigeni, hanno alternato slogan contro la riforma ad insulti nei confronti del presidente Correa, colpevole di “aver messo di nuovo le mani nelle tasche dei cittadini”.

La prima manifestazione di un anno che si annuncia rovente, per la campagna elettorale imminente e per la rinnovata forza conquistata dalle organizzazioni della sinistra “radicale” che, fatta eccezione per lo sciopero dello scorso anno, non portavano in piazza questi numeri dal 2009. A neanche dodici mesi dalle elezioni politiche che rischiano di segnare la fine della Revolución Ciudadana, il governo si trova per le mani la patata bollente della crisi e la tentazione di cedere alla pressione delle forze neoliberali, sia sul piano interno del lavoro, sia sul piano della relazione coi grandi capitali esteri. Come nel caso della contropartita tra concessioni petrolifere e prestiti agevolati dalla Cina, indispensabili per mantenere la spesa sociale del paese. In un contesto in cui la crisi petrolifera continua a mordere, al governo di Correa serve recuperare consenso, ma all’orizzonte non si vede alcun cambio di rotta. Perlomeno niente in grado di rilanciare quella Revolución che tanti aveva fatto sognare anche in Europa.