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L’Ecuador sta pagando il prezzo della crisi petrolifera

Gli effetti del crollo del greggio in un paese a trazione petrolifera. Già annunciati tagli alla ricerca e all'insegnamento delle scienze sociali.

Un paio di settimane fa, di fronte al crollo verticale (e continuo) del prezzo del greggio, Arabia Saudita, Venezuela, Russia e Qatar avevano annunciato una riduzione congiunta della produzione per ridurre l’offerta e far salire i prezzi. L’impatto dell’iniziativa è stato minimo e il prezzo al barile si aggira ancora attorno ai 32$. Se i prezzi non torneranno a salire molti paesi dell’America Latina, tra cui l’Ecuador, saranno costretti a rivedere nuovamente le loro previsioni di crescita e a mettere mano al welfare e agli investimenti pubblici.

All’origine di quella che è stata definita “la peggior crisi petrolifera dagli anni ‘80” ci sono diversi fattori. Il rallentamento dell’economia cinese, che ha fatto scendere, e di molto, la domanda globale di petrolio. E l’operazione messa in campo dall’Arabia Saudita, che ha inondato il mercato di petrolio per mettere in difficoltà l’espansione dei produttori americani. Un mercato già saturo, che sta per venire inondato da un ulteriore milione di barili al giorno, non appena le sanzioni economiche imposte all’Iran verranno definitivamente revocate.

A ricordare che il prezzo del petrolio continuerà ad essere estremamente volatile ci ha pensato un paio di settimane fa il responsabile della ricerca sulle commodity di Goldman Sachs Jeffrey Currie. Aggiungendo che c’è la possibilità che il prezzo del petrolio scenda ancora, fino a 20$ al barile.

In Ecuador attualmente l’estrazione di un barile di petrolio costa più o meno 39 dollari e attorno all’oro nero gira ancora gran parte dell’economia del paese, nonostante il governo di Rafael Correa abbia investito miliardi nella trasformazione e diversificazione produttiva. Il più importante di questi progetti è la “città della conoscenza” di Yachay, una sorta di Silicon Valley ecuadoriana, dal costo previsto – sinora – di circa 1.040 milioni di dollari; cui si aggiungono gli 1,3 miliardi investiti nel settore idroelettrico, che nei prossimi anni garantiranno al paese una maggiore autonomia energetica.

Ma la nuova crisi è arrivata troppo presto, costringendo il governo a rivedere i suoi piani. In un paese in cui oltre il 50% delle risorse statali è legato al petrolio, la variazione tra il prezzo previsto al barile di 79,7 dollari per il 2015 e i 35 dollari per il 2016 (dati di ottobre) può avere effetti devastanti. Nonostante il governo abbia dichiarato a più riprese di voler assicurare la continuità dei progetti sociali, nell’ultima settimana si sono cominciati a ventilare tagli alla formazione universitaria. Nell’occhio del ciclone sono finite la Universidad Andina Simón Bolívar (UASB) e la Facultad Latinoamericana de Ciencias Sociales (Flacso), punte d’eccellenza nelle scienze sociali. Il dibattito lo ha aperto lo stesso Correa, lamentando il costo elevato di “università che non sono per i poveri” dato che si occupano prevalentemente di master (a pagamento) e ricerca. E si è chiuso definitivamente il 2 marzo, quando il presidente ha annunciato un taglio di 32 milioni di euro per i due istituti.

Comunque vada a finire è certo che l’Ecuador non potrà resistere a lungo se qualcosa non cambierà, mentre l’opposizione neoliberale sta approfittando della crisi per iniziare la campagna elettorale. Nel 2017 ci saranno le elezioni e Rafael Correa ha già dichiarato di non voler ripresentarsi, ma buona parte del risultato dipenderà dalla capacità del suo governo di trovare una via d’uscita da questa situazione.

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