approfondimenti
EDITORIALE
Sommosse, occupazioni e blocchi: l’Italia di Meloni è in subbuglio
Dalle occupazioni studentesche ai blocchi autostradali nel Sud, fino alle sommosse di Milano: l’Italia è in subbuglio. Il patto neoliberale si incrina, la repressione non basta e il governo Meloni rischia di trovarsi davanti una convergenza di lotte che non può più contenere
Sciopero studentesco del 16 ottobre. Migliaia di studenti scendono in piazza in tutte le città italiane da Nord a Sud. Alcuni giornali hanno scritto: «non li abbiamo visti arrivare». Ma le occupazioni delle scuole erano cominciate a Torino, Bologna, Milano, Roma e Napoli già da una settimana, resistendo alla repressione folle di dirigenti scolastiche e polizia. E non solo le scuole del centro, hanno iniziato a occupare anche scuole nelle zone più periferiche.
I giornali locali e nazionali hanno iniziato fin da subito con una campagna martellante sui danni provocati dalle occupazioni, condividendo video e reel di scuole devastate amplificando e ampliando la realtà dei danni.
Ad esempio, a Roma, è girato ovunque un video del Liceo Tulio Levi Civita dove una notte sono entrate delle persone esterne e hanno provocato dei danni nella scuola. Ma non hanno girato i video dei giorni seguenti dove gli e le studenti hanno ripulito, ridipinto e riorganizzato la scuola, e chiamato la comunità solidale di insegnanti e abitanti del quartiere a supporto della scuola. Così l’occupazione è stata difesa ed è finalmente riuscita a inchiodare il municipio sul tema degli spazi scolastici.
Il 16 ottobre ci sono state tensioni a Torino, Milano, Bologna e Roma, piazze in tutta Italia, con diverse organizzazioni studentesche coinvolte, dai collettivi autorganizzati ai sindacati studenteschi come UDS, Rete degli Studenti e OSA. Nelle piazze molti erano i richiami alla Francia, alla Spagna e all’Albania in rivolta e lo slogan principale delle piazze era «soldi alla scuola e non alla guerra».
“Italia in piazza17”
Sabato mentre a Roma era convocata una grande manifestazione della Cgil dal cui palco Landini ha convocato lo sciopero generale per il 20 novembre, in molte altre città erano convocate piazze da “Italia in piazza17”. Una pagina instagram, gruppi telegram e un manifesto generico di rivendicazioni sul lavoro, stipendi, scuola, sanità, case e strade sicure. «Una manifestazione che non è organizzata da nessun partito politico, sindacato o organizzazione militante», «Vogliamo che la piattaforma superi le divisioni destra e sinistra» «Portate le bandiere italiane».
E così è stato in molte piazze, per la maggior parte piccole. Ma la differenza l’hanno fatta Milano, Bologna e Torino, seppur in maniera diversa.
A Milano un corteo di giovani e giovanissimi parte con bandiere italiane, bandiere palestinesi, qualche cartello contro il carovita e qualche coro “siamo tutti antifascisti”. Ma nei pressi di piazza Duomo la polizia carica il corteo, subito in maniera violenta, dopo dei tiri di oggetti, spezza il corteo e rastrella chi trova. Ancora cariche in via Broletto e cariche in piazza Duomo dove parte una caccia alle persone in mezzo a turisti/e attoniti/e. Ed è qui che la situazione cambia. Le persone scappano, ma nuovi capannelli si riformano. La polizia carica. Ma nuove persone arrivano. Lancio di lacrimogeni. Si scappa, ma poi si ritorna. Piazza Duomo è grande e ragazzi e ragazze non vanno via. La polizia fa caroselli. Carica e prende tutte le persone che riesce. Mena e mena forte. Ma non riesce a ristabile l’ordine per ore. Fino a sera.
Dalle cronanche leggiamo di 72 giovani portati in questura, di cui 44 minorenni, tra questi ne sono stati arrestati 16, di cui 9 minorenni. Persone quasi tutte sconosciute alle forze dell’ordine, con nessun precedente, o vicinanza a gruppi politici. Molti sono italiani di seconda generazione. Non è chiaro se ci siano ragazze tra le persone fermate.
Nelle stesse ore a Bologna la situazione è simile, scontri che durano per ore, portati avanti da giovani e giovanissimi, con tante persone di seconda generazione. Qui la polizia dopo aver caricato per ore in centro città, si è spostata in piazza Lucio Dalla, dove ha caricato persone inermi che stavano passando il sabato sera nei prati adiacenti alla piazza. A Torino invece la piazza “Italia in piazza” era chiaramente organizzata dalla destra, diverse persone di Futuro nazionale sono state poi riconosciute tra chi organizzava, e si è facilmente arrivati alle mani. In seguito mentre la piazza rimaneva vuota, sono state danneggiate una libreria Feltrinelli e altri negozi del centro sempre da gruppi di giovani e giovanissimi.
Sommosse e saccheggi la domenica
A Milano la rabbia del sabato non si spegne. E domenica piccoli gruppi si danno appuntamento in Duomo, la piazza di ritrovo delle periferie, e iniziano i saccheggi dei negozi aperti (in effetti sarebbe arrivata l’ora di chiudere i negozi la domenica!). Si ruba e si distrugge, così com’era accaduto anche il giorno prima nelle piazze insorgenti francesi.
Oggi i pennivendoli della destra e sinistra si scagliano contro questi atti impolitici. Contro questi persone giovani di seconda generazioni che non manifestano nel giusto modo, che sono incapaci di articolare delle proposte politiche, che invece di manifestare rubano le scarpe, vestiti e borse. E hanno anche distrutto dei libri.
I ragazzi e le ragazze che sono scesi in piazza a Milano a distruggere i negozi del centro sono lì per restare. In questi anni sono stati descritti come maranza o baby gang, trattati da nemico pubblico numero uno, vivono nelle periferie più marginalizzate, vanno nelle scuole peggiori del nostro sistema scolastico e i loro genitori sono le fascie più povere della nostra società. E ci si accorge di loro solo quando diventano un problema di ordine pubblico.
A scuola li chiamano i BES, alunni e alunne con bisogni educativi speciali per questioni economico-sociali. Ma i loro problemi non sono questioni individuali. Sono la grande questione di cui nessuno parla in questo Paese: la povertà e il razzismo strutturale. Sono quei ragazzi e ragazze che nascono qui, frequentano le scuole, e vivono tutta la loro infanzia e adolescenza senza cittadinanza, e sono sempre sotto il ricatto di perderla (come chiariscono le ultime proposte della Lega). Domenica gli arresti salgono a 32 e in fermi in totale sono stati 271.
La macchina repressiva picchia dura, e non solo a Milano. Da ieri, ci arrivano video di giovani ragazzi razializzati fermati in tante città del Nord senza nessun motivo e presi di mira nelle occupazioni e mobilitazioni studentesche. La polizia divide tra buoni e cattivi e la linea di divisione passa per il colore della pelle, una vera e propria profilazione razziale.
Blocchi di agricoltura e trasporti nel sud Italia
Tutte le prime pagine dei giornali sono dedicare alle vetrine rotte di Milano. Una vera disgrazia in effetti. Così come la merce rubata.
Nel frattempo nelle strade del sud Italia, in Calabria, Puglia e oggi anche in Campania, ci sono picchetti e blocchi della circolazione da giorni. Camion e trattori sono per strada, in ogni rotonda e nelle autostrade si rallenta o si ferma la circolazione. Il caro carburante rende impossibile portare avanti le imprese agricole e degli autotrasporti. Sabato in molte città i trattori si sono uniti ai cortei studenteschi, genitori, figli e figlie nelle strade contro un governo che non si interessa del Sud.
Se i blocchi continueranno inizieremo a vedere meno merci negli scaffali e dietro quelle famose vetrine. E intanto esplode la lotta dell’Ilva di Tarantoe di Genova.
Non solo le periferie del Nord ma anche le aree periferiche del Sud Italia stanno scoppiando. Quei territori dimenticati dal capitalismo avanzato dei servizi, i quartieri dormitorio della forza lavoro sottopagata del nord e le aree di produzione a basso valore aggiunto come l’agricoltura. Aree rese invisibili dai centri nevralgici del potere economico e politico, ma che esistono, nonostante l’abbandono.
È forse la prima volta che in Italia, nello stesso momento, rischiano di scoppiare le periferie del Nord e i territori del Sud. Al momento è una giustapposizione di tempi, di spazi e di gruppi sociali, legati dal tema del carovita, non esiste una relazione, tantomeno un’alleanza, e spesso gli interessi sono confliggenti. Ma la concomitanza rischia di mettere in serio pericolo il governo. Per la prima volta dopo quattro anni.
Occupazioni di scuole
Ieri, ha occupato la prima università l’Orientale di Napoli e sono riprese le occupazioni delle scuole, sono decine in tutta Italia, licei del centro, ma anche scuole di periferia, iniziano a essere occupati anche degli istituti tecnici e qualche professionale. Le scuole dei “margini”, proprio quei luoghi che etichettano i ragazzi e le ragazze come problemi e si accorgono di loro solo quando “danno fastidio”. Possono essere queste occupazioni luoghi di ricomposizione sociale? Di costruzione di nuove alleanze? Di ripoliticizzazione delle giovani generazioni?
Possono queste lotte giovanili incontrarsi con le rivendicazioni delle lotte sul lavoro e del carovita? Con le lotte per la sanità e contro la dismissione del welfare pubblico? Per la casa e contro la speculazione immobilirare?
L’Italia è in subbuglio. E il governo si prepara a varare una finanziaria che investe la maggior parte dei (pochi) soldi in spese militari invece che in scuola, sanità, istruzione, energia e trasporti. I saccheggi delle giovani generazioni, gli e le studenti in occupazione, lavoratori e lavoratrici dei trasporti e dell’agricoltura nei blocchi autostradali, da tre punti di vista diversi, ci spiegano come il patto neoliberale si è rotto. E non c’è alcuna mediazione possibile, da un lato perchè il governo ha in mano ormai solo il potere della repressione, e dall’altro perchè i corpi intemedi sono del tutto inefficaci. E si prepara l’ennesimo decreto sicurezza.
Nelle prossime settimane in Italia sono indetti due scioperi, entrambi in modi diversi potrebbero essere momenti per rilanciare la lotta e creare spazi di convergenza, se fossero capaci di mettere al centro le rivendicazioni delle giovani generazioni, e di lato le dinamiche identitarie e competitive che li contraddistinguono.
L’Europa è in fiamme: dalla Francia all’Albania, dalla Spagna all’Italia: in queste proteste, moti, atti insorgenti e sommosse soggiace l’unica possibilità di difesa contro la fascistizzazione della società.
Non è più il momento di guardare le vetrine.
Immagine di copertina di Gianfranco Giovanni Candida via Milano in Movimento
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