approfondimenti
MONDO
Elezioni Brasile 2026: la partita oltre Lula e Bolsonaro
Poteri, privilegi e resistenze nel Brasile che sta per eleggere il Presidente. I legami di e Bolsonaro Jr con ambienti legati al neonazismo e all’estremismo di destra
Le elezioni presidenziali e politiche previste in Brasile per il 4 ottobre 2026 sono molto importanti: durante questa campagna elettorale stiamo assistendo a una corsa presidenziale serrata che oppone da una parte il Presidente in carica Luiz Inácio Lula da Silva del Partido dos Trabalhadores (il PT, Partito dei Lavoratori, di orientamento socialista) e dall’altra Flávio Nantes Bolsonaro del Partido Liberal (il PL, della destra conservatrice, del liberalismo economico e del bolsonarismo e conservatorismo sociale e culturale), figlio di Jair Bolsonaro, l’ex-Presidente in carica dal 1º gennaio 2019 al 1º gennaio 2023 (quattro anni di governo durante i quali ha inverosimilmente creato danni per intere decadi), ora condannato dal Supremo Tribunal Federal a scontare una pena di 27 anni e 3 mesi per il tentato Colpo di Stato nel 2022-2023, al termine del suo mandato.
Secondo l’ultimo sondaggio Datafolha, realizzato il 28 settembre su 2.002 elettorɜ, al primo turno delle elezioni il presidente in carica Luiz Inácio Lula da Silva è al 40% delle intenzioni di voto contro il 36% del senatore Flávio Bolsonaro. Al secondo turno, il testa a testa rientra nel margine di errore di due punti percentuali: Lula al 47%, Bolsonaro al 45%. Analizzando la geografia del voto, i sondaggi confermano quella tradizionale suddivisione politica del Paese che vede gli stati del Nord-Est (o Nordeste) configurarsi sempre come la roccaforte del centrosinistra, a riprova anche del fatto che i programmi di sostegno sociale e la lotta ferrata per i diritti civili continuano a garantire un bacino solido di consenso. D’altro canto, gli stati del Sud (con oscillazioni diverse a seconda della regione) continuano a rappresentare il vero terreno di scontro, dove l’elettorato conservatore è estremamente compatto e le forze di governo perdono terreno tra i ceti medi urbani. Infine, tutta la fascia centrale interna mantiene un forte orientamento a destra per via dello stretto legame di profitto economico con il settore agroalimentare.
E se è vero che il frutto non cade mai troppo lontano dall’albero, la possibilità che Bolsonaro Jr. diventi Presidente del Brasile ci deve allarmare tuttɜ tantissimo, non solo per l’eredità politica che si porta dietro e per i personaggi con cui si accompagna e per i discorsi che pronuncia e per i programmi che presenta, ma soprattutto e più in generale perché incarna alla perfezione il Bolsonarismo di famiglia, ancora molto forte e dannoso in tutto il Paese, «che trascende la figura di Jair Bolsonaro e che si caratterizza prer una visione del mondo ultraconservatrice, che predica il ritorno ai “valori tradizionali” e che fa propria una retorica nazionalista e ‘patriottica’, profondamente critica nei confronti di quanto possa essere minimamente riconducibile alla sinistra e al progressismo» (Brasil em Transe: Bolsonarismo, Novas Direitas e Desdemocratização, Pinheiro-Machado e Freixo, 2019, cap. 1, citato in Guarda Conflitos e resistências no Brasil nos tempos do bolsonarismo, Crossacz Ribeiro e Lenzi Grillini, 2021). Bolsonarismo che si esprime in tutto il suo conservatorismo al grido del tristemente noto slogan Deus pátria e família, di cui anche in Italia sentiamo, ahinoi, il peso specifico declinarsi nelle nostre vite.

L’innominabile (o coiso) e il volto del bolsonarismo di famiglia
Di origini italiane (del Veneto, per la precisione, nel cui dialetto «bolso» indica una persona fiacca, pigra, pelandrona, che si muove in modo lento, pesante), Flávio Nantes Bolsonaro, avvocato, imprenditore e attualmente senatore della Repubblica dello stato di Rio de Janeiro, è noto innanzitutto per l’Escândalo do Banco Master, scoppiato nel maggio 2026: lo scandalo, che vede implicati il figlio del Presidente e l’ex- proprietario del Banco Master, Daniel Vorcaro, in un finanziamento di milioni di dollari per il film Dark Horse, dedicato a Jair Bolsonaro e prodotto negli Stati Uniti, emerse in seguito alla diffusione di uno scambio di messaggi e registrazioni tra i due, riportato dalla stampa nazionale, dove si parla di appropriazione illecita, solleciti ed estorsioni; incredibilmente il produttore esecutivo del film (non ancora uscito) è Eduardo Bolsonaro, fratello di Flávio, fuggito negli Stati Uniti in seguito al tentativo di colpo di stato del padre e condannato all’unanimità da parte della Corte Suprema Federale per coercizione nel corso del procedimento giudiziario.
Ma Flávio Bolsonaro è noto anche per aver conferito nel 2005 la Medalha Tiradentes – la più alta e importante onorificenza concessa dall’Assemblea Legislativa dello Stato di Rio de Janeiro (Alerj) che premia persone e istituzioni che hanno reso servizi rilevanti alla causa pubblica e alla società dello Stato di Rio de Janeiro – all’allora tenente della Polícia Militar Adriano Magalhães da Nóbrega, mentre era in carcere a scontare una pena per l’omicidio di Leandro dos Santos Silva, di 24 anni, che lavorava come flanelinha (parcheggiatore) nella favela Parada de Lucas della zona Norte di Rio de Janeiro: la storia ha un epilogo ancor più triste e preoccupante, perché l’ex-PM, uno dei maggiori mercenari del Paese, era intanto indicato nella funzione di capo dell’Escritório do Crime, un gruppo di miliziani di Rio con cui collaborava anche Fabrício Queiroz, ex-sottufficiale della Polizia Militare di Rio e stretto collaboratore e fidato autista di Flávio Bolsonaro. Se inizialmente, nel 2005, Adriano Nóbrega fu condannato a 19 anni e 6 mesi, la condanna fu poi annullata e nel 2007 venne assolto in un nuovo processo. Quando, nel 2020, muore, durante un’operazione per arrestarlo (secondo la versione ufficiale della polizia, aprì il fuoco contro gli agenti e nello scontro a fuoco venne colpito da due proiettili e morì dopo essere stato soccorso), l’allora Presidente Jair Bolsonaro lo commemorò come «eroe», aggiungendo che così come capita spesso un PM durante un’operazione militare «mata vagabundo, mata traficante», e specificando che il responsabile della sparatoria e della morte di Nóbrega era la PM dello stato di Bahia, governato dal petista Rui Costa, in risposta alle velate accuse che fosse stato ammazzato da uno dei suoi perché divenuto ormai un testimone scomodo (queima de arquivo).
Un’altra storia triste sulla famiglia Bolsonaro che vale la pena raccontare qui riguarda l’omicidio di Marielle Franco e Anderson Gomes, dal momento che presenta una serie di coincidenze la cui metà basterebbe, da sola, a far pensare a una sequenza di eventi tutt’altro che casuale.
Robson Calixto, noto come “Peixe”, indicato dagli inquirenti come l’esecutore materiale dell’omicidio di Marielle Franco e Anderson Gomes, è una delle figure chiave nella ricostruzione della vicenda: il suo nome conduce infatti a una rete di rapporti che, negli anni, ha intrecciato politica, criminalità organizzata e interessi economici. Nel 2023, per esempio, Calixto si rivolse a una collaboratrice del senatore Flávio Bolsonaro per ottenere finanziamenti destinati a un progetto sportivo per l’infanzia: da quella richiesta nacque un’emendamento parlamentare di 200 mila reais di denaro pubblico destinata al progetto “Jogadores do Futuro”, per un istituto presumibilmente attivo nella Zona Oeste di Rio, in un’area riconducibile al territorio d’influenza dei fratelli Domingos e Chiquinho Brazão – il primo, ex-deputato statale e già consigliere della Corte dei Conti dello Stato di Rio de Janeiro; il secondo, ex-deputato federale e già consigliere comunale di Rio de Janeiro. Entrambi sono stati condannati il 25 febbraio 2026 dal Supremo Tribunal Federal a 76 anni e 3 mesi di reclusione per l’omicidio di Marielle Franco e Anderson Gomes in qualità di mandanti (e speriamo che ci rimangano).
La sera del 14 marzo 2018, la vereadora (consigliera comunale) della città di Rio de Janeiro ed esponente del PSOL (Partido Socialismo e Liberdade, di orientamento socialista e progressista, fondato nel 2004 da esponenti provenienti dal PT) venne uccisa a colpi d’arma da fuoco insieme al suo autista Anderson Gomes nel quartiere di Estácio, nella zona centrale di Rio.
Secondo la ricostruzione giudiziaria, alla guida dell’auto utilizzata nell’agguato c’era Élcio de Queiroz, mentre Ronnie Lessa, ex-sergente della Polícia Militar dello Stato di Rio de Janeiro e reo confesso, fu l’autore degli spari: entrambi sono stati condannati per gli omicidi. Qui emerge un altro paio di coincidenze piuttosto singolari: Lessa abitava nel Condomínio Vivendas da Barra, lo stesso complesso residenziale in cui viveva Jair Bolsonaro, nella Barra da Tijuca, nella stessa via; inoltre, è stato collegato dagli investigatori all’ambiente criminale e miliziano di cui Adriano da Nóbrega era considerato una figura di riferimento. A completare questo disegno c’è il già citato Fabrício Queiroz, ex-poliziotto militare ed ex-assessore di Flávio Bolsonaro quando quest’ultimo era deputato all’Alerj, e collaboratore di Nóbrega: il suo nome era emerso nell’inchiesta sulle cosiddette rachadinhas, un supposto sistema di appropriazione illecita di denaro pubblico in cui alcuni collaboratori parlamentari restituivano una cospicua parte del proprio stipendio al politico referente o a suoi intermediari in cambio della poltrona. Il collegamento di Queiroz con l’omicidio di Marielle passa di nuovo per Nóbrega, anch’egli investigato nell’ambito del caso Marielle: secondo il Pubblico Ministerodi Rio, Nóbrega avrebbe trasferito circa 400mila reais a Queiroz. Inoltre, entrambi avevano prestato servizio nello stesso battaglione della PM e, attraverso Queiroz, la moglie e la madre di Nóbrega furono assunti nel gabinetto di Flávio Bolsonaro all’Alerj.
Insomma: il volto politico – in senso letterale, viste anche le fattezze – della destra bolsonarista, al centro di una rete di relazioni in cui politica, corruzione, potere familiare, criminalità organizzata, interessi economici e vicende giudiziarie di un certo rilievo si intersecano in maniera sordida.
Non ci sorprende che la candidatura a Presidente di Flávio Bolsonaro sia stata proposta dal padre, sebbene non vanti un sostegno poi così coeso dentro il blocco della destra brasiliana e tra i moderati. Le politiche del governo Bolsonaro, cui il figlio intende dar seguito, vale la pena ricordarle, hanno riguardato innanzitutto importantissimi tagli all’istruzione pubblica, alla formazione, all’università, a tutto quello che fosse minimamente riconducibile al concetto di cultura, alimentando la dispersione scolastica e la povertà educativa in cui versa ancora una larga percentuale di popolazione brasiliana; tagli alla sanità – in particolare ci ricordiamo il suo negazionismo durante la pandemia di COVID-19 che ha portato a registrare circa 700.000 morti in Brasile; ha svenduto interi pezzi d’Amazzonia ai più infami e crudeli imprenditori del negocio agrotóxico senza scrupoli e ha ridotto il Brasile alla fame, impoverendo le fasce già povere e arricchendo l’abbiente e agiata élite imprenditoriale di amichetti suoi. Ha fatto continuamente sfoggio di violenza verbale e gestuale (il suo slogan preferito era bandito bom é bandito morto) nei suoi discorsi, nelle interviste, nei dibattiti: ha improntato un’intera campagna elettorale sulla continua ostentazione delle armi, avvalendosi di un linguaggio bellico, misogino, razzista, classista e profondamente abilista, funzionale a una logica securitaria che di fatto mirava ad armare lɜ cittadinɜ in nome dell’autodifesa. I nuovi decreti firmati da Jair Bolsonaro il 12 febbraio 2021 – ben quattro – andavano proprio in quella direzione: allentavano alcune restrizioni sul possesso di armi, soprattutto per i CAC (acronimo di Caçadores, Atiradores e Colecionadores, ovvero Cacciatori, Collezionisti e Tiratori sportivi). Alcune norme furono poi revocate o modificate dal governo Lula nel 2023.
I discorsi bolsonaristi che abbiamo ascoltato e che ancora ci fanno sanguinare le orecchie (in netta continuità ideologica, verbale e finanche gestuale) sono quelli che hanno quali uniche argomentazioni l’incitamento all’odio verso le minoranze e la denigrazione della controparte (ricordiamoci anche della campagna antipetista che ha bersagliato Lula, poi scagionato, fino all’arresto).
Pratiche che trovano legittimazione manipolando e veicolando l’opinione pubblica con l’aiuto dell’IA, dei social network, della tecnologia deepfake: in particolare l’app WhatsApp, usata da oltre 120 milioni di persone brasiliane di diversa provenienza, origine ed estrazione sociale, è stata ed è continuamente veicolo di fake news.
In un contesto dove il tasso d’analfabetismo (totale, parziale, digitale, di ritorno, finanziario…), di abbandono scolastico e povertà educativa sono ancora allarmanti, le fake news alimentano l’ignoranza politica e la polarizzazione del dibattito, semplificando i contenuti e le analisi a due squadre: una con la maglietta rossa (petistas) e una con la maglietta gialla (bolsonaristas). Populismo autoritario e digitale, quello bolsonarista, vuoto e violento, che ha beneficiato di una semplificazione del dibattito politico e della netta divisione dell’arena in due campi contrapposti: questo processo binario, oppositivo e frontale lo conosciamo bene e sappiamo che non solo riduce le possibilità di agire il conflitto sfruttando altre direzioni e prospettive, ma non porta a una sua risoluzione, si nutre invece e alimenta di quelle contrapposizioni, riproducendole e consolidandole.
L’elettorato di destra brasiliano è molto largo e non si ritrova solo tra le fasce bianche e ricche del paese: chiaramente è in larga nisura composto dallɜ eredi di coloro che migrarono dall’Europa al Brasile (nel centro e del sud, maggiormente) in cerca di terra e fortuna, ma lɜ bolsonaristɜ si contano anche tra le fasce più povere, tra le comunità indigene, rurali e periferiche. Tantissime donne sono bolsonaristas.

Per svariate ragioni
Nella diffusione e validazione della propaganda d’odio di Bolsonaro e in generale del bolsonarismo, ricordiamo che ha avuto innanzitutto un ruolo fondamentale la Chiesa Evangelica, anche e soprattutto nelle comunità più povere, periferiche e rurali: dai pulpiti delle case di dio tantissimɜ pastorɜ pronunciano discorsi populisti, misogini e razzisti tanto cari all’estrema destra bolsonarista, opponendosi con ardore all’interruzione di gravidanza, anche quando a essere incinte si tratta di ragazzine o adolescenti vittime di stupro (perché anche lì “a favore della vita”), e contro i diritti della comunità LGBTQIA+.
L’influenza evangelica è capillare e profonda, e aiuta a sedimentare quegli stereotipi razzisti, classisti, sessisti, abilisti fortemente interiorizzati e introiettati anche dalla popolazione afrodiscendente, povera, favelada, periferica, indigena.
Si appella al concetto di sicurezza, declinato con termini repressivi, bellico-militari, punitivo-carcerari: un quadro securitario che trova purtroppo terreno fertilissimo in un paese assediato e devastato dalla violenza e criminalità organizzata (dal traffico di droga a quello di organi e di persone – donne e bambinɜ, soprattutto).
Nel caso specifico della Chiesa Pentecostale, nella dottrina basata sulla “teologia della prosperità”, l’esaltazione dell’attività imprenditoriale individuale e dell’autopromozione (narcisistica) che essa predica, rendono i precetti religiosi perfettamente compatibili con il modello di società neoliberale promosso dal bolsonarismo (Crossacz Ribeiro e Lenzi Grillini, 2021).
Il richiamo ossessivo alla famiglia tradizionale brasiliana poi è davvero la leva strategica di questa narrazione. Ci chiediamo: quale sarebbe questa tanto celebrata famiglia tradizionale brasiliana a cui sono indirizzate le politiche (autoreferenziali) dell’estrema destra? È letteralmente quella dell’età coloniale, quella di cui beneficia la classe media, il ceto imprenditoriale, perché da quel sistema latifondista e schiavista traggono tuttora profitto e privilegi. Quel retaggio – non solo culturale, ma fattivo di opportunità che allargano il ventaglio delle possibilità di scelta e realizzazione individuale e collettiva – considera l’uomo (eterocis) bianco e di origine europea proprietario, padre e padrone indiscusso. La famiglia tradizionale in Brasile ha dunque quel sapore coloniale là, di patriarcalismo violento (Casa-Grande & Senzala, Gilberto Freire, 1933) che vede nell’architettura della fazenda, con la Casa Grande al centro, imponente, e la Senzala ai margini – dove le persone schiavizzate erano confinate, dormivano, vivevano, co(re)spiravano, resistevano e giocavano Capoeira – l’espressione dell’organizzazione sociale e politica del Brasile. Al vertice impera o sio sinho, l’uomo bianco, ricco ed europeo, e da lì dispone di tutti i corpi in suo possesso, a partire da quello della sposa, anch’essa bianca, e a cascata quelli delle persone schiavizzate, dellɜ bambinɜ, degli animali. Tuttavia, ciò che anche Gilberto Freire tralascia nella sua analisi, o sio sinho ha dovuto e deve ancora fare tutti i conti con la storia di liberazione e autodeterminazione del popolo nativo e afrodiscendente.
Questa è la famiglia tradizionale che da Bolsonaro (senior&junior) a Meloni – passando per Milei, Putin, Trump, Orbán, Netanyahu – ci vogliono propinare: bianca, razzista, profondamente e crudelmente abilista, misogina, sessista, machista, transfobica che riafferma continuamente la propria presunta superiorità specista a suon di churrasco.
Succede in un paese la cui violenza sistemica uccide in media 4 donne e una persona trans al giorno e 1 persona nera ogni 16 minuti. 16 minuti: un quarto d’ora. Quello che viene denunciato a gran voce dai movimenti delle persone nere pronunciandone il nome: genocidio di Stato.
La famiglia tradizionale di classe medio-alta, bianca, è dunque quella dei complessi residenziali, dei condomini, delle università, dei luoghi decisionali, ricca, molto ricca, proprietaria di terre, di immobili, di titoli nobiliari, azionari, accademici: non vuole sentire “i propri diritti” minacciati da politiche considerate progressiste quali ad esempio l’introduzione delle quote d’accesso per le persone nere e indigene provenienti dalla scuola pubblica, o la riforma che ha ampliato alcuni diritti allɜ lavoratorɜ domestichɜ (che in Brasile è un tema molto discusso senza facile risoluzione anche negli ambienti femministi) o ancora, oggetto di discussione proprio in queste settimane, la proposta di riforma dell’organizzazione dell’orario di lavoro per superare la scala 6×1 (da 6 giorni lavorativi e 1 di riposo a 5 giorni di lavoro e 2 di riposo: 5×2). La reazione, conservatrice, osservata negli ultimi anni in cui il PT era stato al governo, è tuttora molto forte e nella maggior parte dei casi è dettata dalla perdita di privilegi o dal timore (terrore) di perderli. Per quanto riguarda la popolazione più povera, gli effetti della crisi economica partita negli ultimi anni del precedente governo PT, dopo la grande onda di crescita durante la presidenza di Lula, cui si sono aggiunti gli effetti della crisi pandemica e climatica internazionale, hanno avuto ripercussioni importanti sull’aumento della povertà.
Questi elementi devono necessariamente essere presi in considerazione per capire perché, anche tra le fasce più povere della società, ci siano elettorɜ che hanno optato e optano per appoggiare o coiso (letteralmente: il coso).

Criticare Lula, senza dimenticare il Brasile
Del precedente governo Lula (2003-2010), poi proseguito in larga linea da Dilma Rousseff (2011-2016), ricordiamo la forte espansione di programmi sociali tanto criticati dalla destra come la Bolsa Família o la Cesta básica, che hanno invece permesso una crescita economica cui ha corrisposto una sostanziale riduzione della povertà: grazie alle politiche contro la fame e il sostegno all’agricoltura familiare, alla sicurezza alimentare e all’accesso al cibo il Brasile esce dal Mapa do fome (vi rientra poi durante il successivo governo Bolsonaro e di nuovo ne esce con le politiche di quest’ultimo governo Lula); ricordiamo l’introduzione del sostegno economico di un salario minimo per persone con disabilità di qualsiasi età appartenenti a famiglie a basso reddito. Ancora: la moltiplicazione di università e di scuole pubbliche; le quote razziali sopra menzionate; il programma di edilizia abitativa per famiglie a basso reddito (Minha Casa, Minha Vida); l’incremento di presenza medica nelle aree con maggiore carenza sanitaria (il programma Mais médicos); Luz para Todos, uno dei programmi simbolo del primo governo Lula, lanciato nel 2003, che portò l’elettricità nelle aree rurali e nelle comunità più povere e isolate del Paese, contribuendo a migliorare concretamente le condizioni di vita di milioni di persone e a ridurre una delle forme più elementari di esclusione sociale: l’assenza di accesso all’energia elettrica e la conseguente impossibilità di avere un elettrodomestico in casa.
Ricordiamo, molto bene, la rottura degli accordi con Israele e la condanna nei confronti della politica di Trump. A tal proposito, nel recente discorso di Lula all’Assemblea Generale dell’ONU del 22 settembre 2026, a New York, pur non nominando direttamente Donald Trump, allude alle recenti tensioni con l’amministrazione trumpiana in una frase divenuta subito celebre: «O Brasil não cabe no quintal de ninguém» (Il Brasile non rientra nel cortiletto di nessuno).
Ricordiamo, proprio di questi giorni, il provvedimento di Lula 1.394/2026 (Medida Provisória del 25 settembre 2026) che vieta l’esercizio, l’offerta, l’intermediazione e la pubblicità delle bets, cioè delle scommesse a quota fissa, sia online sia negli eventuali punti fisici.
Abbiamo anche critiche, per Lula. Legittime. Critiche che in una democrazia è lecito e sano rivolgere perché la politica di un Paese gigante e complesso e sovrappopolato come il Brasile è certamente meno banale di una mera suddivisione in buoni e cattivi, onesti e corrotti.
Una critica che non si può risparmiare al Presidente Lula riguarda le politiche ambientali e in particolare il Decreto 12.600, la cui entrata in vigore avrebbe colpito in maniera diretta e contundente le comunità ribeirinhas indigene che vivono lungo le rive del grande fiume Tapajós: il decreto, firmato da Lula il 28 agosto 2025 e pubblicato nel Diário Oficial da União il 29 agosto 2025, inserisce la idrovia del Rio Tapajós, insieme ai suoi affluenti Madeira e Tocantins, nel Programma Nazionale di Privatizzazione con l’obiettivo di fatto di concedere tratti di fiume agli investimenti privati e, di conseguenza, aprire le porte per la trasformazione del corso d’acqua in un’idrovia per il commercio (di multinazionali statunitensi). L’impatto sulla vita della popolazione locale, legata a pesca, agricoltura, raccolta di prodotti della foresta e navigazione fluviale, sarebbe stato devastante.

Ma l’epilogo qui è diverso
Nel febbraio 2026, Lula è costretto a rivedere la propria posizione di fronte all’enorme protesta delle popolazioni indigene: da Santarém, nel Pará, in quel tratto di fiume maggiormente interessato dal Programma Nazionale di Privatizzazione, dove sorge l’enorme terminal della Cargill – multinazionale statunitense attiva nell’esportazione di cereali, principalmente soia e mais –, le comunità indigene locali hanno chiamato alla mobilitazione tutte le comunità alleate che si sono messe letteralmente in marcia da tutto il Paese per raggiungere l’enorme presidio. Le immagini dei cacique, delle donne, degli uomini, dei bambini, adolescenti, ragazzi e ragazze che per intere settimane hanno protestato, anche sotto le piogge torrenziali, marciato, sfilato, cantato, ballato, acceso fuochi davanti e dentro l’enorme terminal della Cargill fino alla revoca del provvedimento, costituiscono una testimonianza di grande forza e ispirazione per tuttɜ noi che crediamo che, sì, la lotta paga. E pure vedere un Presidente che fa un passo indietro e chiede scusa è gratificante, specie dopo le schifezze cui abbiamo assistito e stiamo assistendo in questi ultimi anni di politica di estrema destra internazionale che fa dell’estrattivismo e del silenziamento di interi popoli il proprio braccio armato per avanzare.
Inoltre, durante la sua lunga carriera politica Lula è stato più volte accusato di corruzione: sono diverse le accuse e gli scandali che lo hanno coinvolto o che hanno coinvolto il suo partito – nessunƏ di noi vive sul pero in cima alla montagna del sapone: sappiamo che la politica non si fa solo con la bella gente e che il PT non è composto di soli angeli e creature meravigliosamente pure. Tuttavia, non esiste nulla di simile, nulla, nisba, nada, di simile alle sordità in cui è invischiata la famiglia Bolsonaro e la cerchia di politicanti miliziani corrotti che la sostiene. Non esiste un audio registrato di Lula che dice al bandito miliziano ex PM: «Amiguinho me dá 130 milhões de reais», a differenza del suo opponente nel caso Vorcaro, per dirne una. Insomma, anche per Lula tenho críticas, ci mancherebbe. Tuttavia, pra Bolsonaro e familia, tenho nojo (schifo).
Un’altra critica, mossa anche da una parte dell’elettorato di sinistra, riguarda la crescente personalizzazione della politica attorno alla figura di Lula, tanto nel PT quanto, più in generale, nella sinistra brasiliana.
La sua enorme centralità politica e simbolica rischia infatti di rendere il progetto politico progressista e la stessa identità del Partito dei Lavoratori eccessivamente dipendenti dalla figura del suo principale leader, comprimendo lo spazio per il ricambio generazionale (argomento a vantaggio di Bolsonaro Jr, ad esempio), per l’emergere di nuove leadership e per una più ampia pluralità di voci all’interno del campo progressista.
È una questione che va oltre la persona di Lula: riguarda la capacità della sinistra brasiliana di costruire una prospettiva politica che non coincida necessariamente con la permanenza, la popolarità o la capacità elettorale di un singolo leader. C’è da dire però che Lula è molto, molto amato dal suo elettorato: è il primo operaio, senza alcun diploma, ad accedere alla carica presidenziale del Brasile ed è quello che ha fondato il maggior numero di Università mai visto, in un Paese, vale la pena sottolinearlo, dove la prima Università appare solo nel 1920. Un uomo di una semplicità e allo stesso tempo di uno spessore politico, un carisma, una sensibilità, concretezza e diplomazia inimitabili, bisogna proprio ammetterlo.

Il Brasile alle urne
Cosa ci possiamo aspettare da queste elezioni, in un Paese spaccato a metà, dunque?
Negli ultimi anni, le indagini della Polícia Federal brasiliana e diverse ricerche hanno evidenziato la crescita di ambienti legati al neonazismo e all’estremismo di destra in Brasile. Un fenomeno che si inserisce in una storia più lunga, segnata dall’invasione e colonizzazione portoghese, da profonde disuguaglianze sociali, dal razzismo sistemico e, nel Novecento, da periodi di autoritarismo culminati nella dittatura militare del 1964-1985. La presenza dell’estrema destra nel Paese, del resto, non è un fenomeno recente. Già negli anni Trenta, con Getúlio Vargas, il Brasile ospitava una delle più importanti organizzazioni estere del Partito Nazionalsocialista Tedesco. E nel dopoguerra il Paese divenne una delle destinazioni di alcuni criminali nazisti in fuga dall’Europa attraverso vie clandestine (la ratline). Tra i vari, menzioniamo Josef Mengele, medico delle SS ad Auschwitz divenuto tristemente famoso in virtù degli esperimenti sui prigionieri del campo: Mengele visse in Brasile sotto falsa identità fino alla sua morte, nel 1979, senza mai essere processato per i crimini commessi durante l’Olocausto.
È una vicenda che aiuta a comprendere come ideologie estremiste mai realmente tramontate possano trovare nel tempo nuovi spazi di diffusione e nuove forme di espressione. Il fenomeno del neonazismo e dell’estremismo di destra non riguarda soltanto l’Europa: anche il Brasile è oggi uno dei diversi epicentri di una destra internazionale che attraversa confini, paesi e continenti.
Ma la risposta c’è, è viva e vivida, altrettanto internazionale, incarnata nei molti corpi che resistono nelle strade, nelle periferie, nelle favelas ― no interior, no morro, no sertão, no mato ― ma anche nei luoghi istituzionali. È una resistenza che non si limita alla protesta, ma prova a conquistare spazio, voce e rappresentanza. A queste elezioni politiche sono candidate anche alcunɜ di noi a Presidenta, deputata federale o statale: ci sono Anielle Franco, sorella di Marielle e ministra dell’Uguaglianza Razziale nel governo Lula, candidata alla Camera dei deputati per Rio de Janeiro; Erika Hilton, prima donna nera e transgender eletta alla Camera dei deputati, candidata alla riconferma a deputata federale per San Paolo; Sônia Guajajara, donna indigena e prima ministra dei Popoli Indigeni del Brasile, candidata alla Camera dei deputati per San Paolo; e poi ancora Sofia Favero, psicologa, scrittrice e attivista trans, candidata come deputata statale nello Stato di São Paulo, dal PSOL.
Per la corsa alla Presidenza merita di essere menzionata Samara Martins, candidata del partito Unidade Popular (UP), con Raquel Brício come candidata vicepresidente: dentista del SUS (Sistema Único de Saúde pubblica), militante femminista e antirazzista, è la prima donna nera candidata alla Presidenza del Brasile e porta nella competizione elettorale una piattaforma socialista e anticapitalista, incentrata sui diritti sociali, sul lavoro e sulla redistribuzione della ricchezza. È opportuno precisare a questo proposito che la polarizzazione tra Lula e o coiso potrebbe inoltre spingere una parte dell’elettorato delle candidature minori, tra cui quella di Samara Martins, verso il cosiddetto “voto utile”: una scelta strategica e prioritaria per impedire l’avanzata del bolsonarismo.
Percorsi diversi, che raccontano altrettante forme di presenza politica: quella di chi porta nelle istituzioni la memoria generazionale e identitaria delle vittime di violenza, di chi rompe barriere di genere, razza e classe, e di chi rappresenta popoli che per secoli sono stati esclusi dai luoghi del potere.
È forse questa la contraddizione più profonda del Brasile oggi: mentre una parte del Paese continua a coltivare nostalgie autoritarie, razzismo e nuove forme di estremismo, un’altra occupa gli spazi da cui per generazioni è stata esclusa. È una disputa che non si combatte soltanto nelle urne o nei palazzi della politica, lo sappiamo, ma nelle strade, nelle periferie e nei corpi di coloro che decidono di esserci – quei corpi che spesso non hanno altra scelta, altro orizzonte possibile che non sia la lotta, la resistenza, l’autodifesa. Il 4 ottobre però si disputerà nelle urne, e dobbiamo sapere da che parte stare. Il Brasile nostalgico che guarda al suo passato coloniale e militare non è l’unico Brasile possibile: accanto alla memoria di quella violenza sistemica e mortifera, ce n’è un altro, quello delle persone native, nere, trans, travesti, lesbiche, delle donne, delle persone povere, delle comunità faveladas, periferiche, suburbane e soteropolitane [di Salvador de Bahia), di chi per generazioni è statƏ relegatƏ ai margini e oggi rivendica il diritto di occupare le strade, le università, la Camera. Un Brasile che non chiede soltanto di essere rappresentato, ma che esige di rappresentarsi oltre la narrazione unica do Pais do Carnaval: un Brasile che prende (pretende) parola per decidere del proprio futuro. Forse è qui che si gioca davvero la partita: non tra due Brasile contrapposti, uno rosso e uno giallo, ma tra l’idea di un Paese che vuole conservare i propri privilegi e quella di un Paese che prova, ogni giorno, a inventare un altro modo di fare politica, tessere relazioni e costruire comunità.
(Con lo sguardo prezioso di Fabio Dos Santos)
Tutte le foto sono di Lula official via Flickr
Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione.
Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580
