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EUROPA
C’è un futuro per il partito laburista?
L’ascesa ormai definita di Andy Burnham alla guida del partito laburista e del governo inglese pone fine alla disastrosa era Starmer, ma presenta elementi di ambiguità in politica interna e internazionale che ridimensionano l’efficacia della ricetta “manchesteriana”. Molto dipenderà dal mantenimento della spinta di base che ha imposto un cambio di rotta
Andy Burnham ha vinto trionfalmente l’elezione suppletiva nel seggio di Makerfield, un risultato storico che lo riporta alla Camera dei Comuni e lancia una sfida diretta e formale alla leadership di Keir Starmer per la guida del Partito Laburista e del governo britannico. Con quasi il 55% dei voti e un distacco di circa 9.000 preferenze rispetto al candidato di Reform UK, l’ex-sindaco di Manchester ha capitalizzato il malcontento verso l’attuale Primo Ministro, posizionandosi come il candidato forte in grado di bloccare l’avanzata della destra populista di Nigel Farage.
Come già avevano dimostrato i risultati di Caerphilly (dove aveva vinto il candidato del Plaid Cymru) e di Gorton & Denton (dove invece si era affermata la candidata dei Greens), questa vittoria dimostra che la sinistra può superare Reform UK quando si schiera compatta dietro un unico candidato.
La vittoria di Burnham ha fatto precipitare gli eventi a Westminster, dove, dopo circa due mesi in cui un numero consistente di parlamentari del partito laburista avevano chiesto una transizione verso una nuova leadership, Keir Starmer lunedì scorso ha rassegnato le proprie dimissioni da primo ministro, rimanendo in carica solo per gli affari correnti. Più o meno in contemporanea, Wes Streeting, l’ex-ministro della Sanità e candidato di punta della componente blairiana del Labour, si è ritirato dalla competizione e ha annunciato che sosterrà Burnham.
Il comitato esecutivo nazionale del Partito Laburista ha presentato il 23 giugno il calendario delle elezioni: i parlamentari avranno la possibilità di presentare le proprie candidature dal 9 al 15 luglio, mentre i sindacati e le altre organizzazioni affiliate dovranno farlo il giorno successivo. È prevista una conferenza speciale per il 17 luglio che, a meno che non si verifichi una competizione forzata, vedrà Burnham eletto leader del Partito Laburista e Primo Ministro. Quest’ultimo ha già annunciato i punti qualificanti del suo programma di governo.
Il “Manchesterism”
Colui che si appresta a diventare il nuovo inquilino di Downing Street, basa il suo manifesto politico sul cosiddetto “Manchesterism”. Questa visione, descritta come un socialismo pragmatico e attento alle imprese, punta a ribaltare le politiche neoliberiste della finanza londinese per favorire il rilancio industriale ed economico del Nord e delle aree dimenticate del Paese. Il Regno Unito presenta una delle peggiori disuguaglianze regionali tra i paesi “sviluppati”, il che, secondo Burnham, è dovuto in parte all’elevata centralizzazione del potere politico a Londra. Per questo, e per contenere le spinte indipendentiste in netta avanzata negli ultimi anni, il deputato eletto a Makerfield ha in programma di trasferire parte delle attività di Downing Street a Manchester e in Irlanda del Nord, nell’ambito di misure volte a decentrare il potere da Londra entro la fine dell’anno.
I pilastri del programma di governo prevedono:
1) Il controllo pubblico dei servizi essenziali attraverso la nazionalizzazione o la forte supervisione statale su distribuzione energetica, ferrovie e utilities idriche (come ad esempio la Thames Water).
2) Una riforma fiscale basata sul taglio del 20% delle tasse locali (business rates) per pub e spazi culturali, finanziato da maggiori imposte sulle majors dell’e-commerce come ad esempio Amazon.
3) Investimenti strutturali, con un focus massiccio sull’edilizia sociale a basso costo per frenare le speculazioni dei privati e potenziamento dell’istruzione tecnica.
4) Decentramento radicale, con il trasferimento di effettivi poteri di spesa e decisionali da Westminster direttamente alle regioni e ai sindaci locali.
Si tratta di un programma che riaccende le speranze dello storico elettorato laburista, a partire dalle organizzazioni sindacali. Andrea Egan, segretaria generale di UNISON, ha dichiarato che il prossimo primo ministro ha «l’opportunità di rompere con i rimedi di facciata e di realizzare una trasformazione completa di questo Paese, trasferendo in modo permanente ricchezza e potere alla classe lavoratrice», attraverso l’attuazione completa del piano “Make Work Pay”, un imponente programma di investimenti pubblici e di internalizzazione volto a risanare i servizi pubblici (scuola e sanità su tutti), nonché la proprietà pubblica nazionale dei servizi di pubblica utilità. La segretaria generale di Unite, Sharon Graham, ha salutato positivamente le dimissioni di Starmer e ha affermato la necessità di intervenire con urgenza per porre fine al blocco delle soglie di tassazione, una specie di flat tax in salsa britannica, porre un tetto massimo al prezzo dell’energia e intervenire sulla strategia industriale, con investimenti in posti di lavoro e nell’industria. Infine, il segretario generale della Fire Brigades Union, Steve Wright, ha dichiarato che «chiunque subentri a Keir Starmer» dovrà «rompere con la convinzione diffusa che sia giusto attaccare i servizi pubblici», «affrontare la disuguaglianza di ricchezza che ha permesso ai servizi pubblici privatizzati di derubare i cittadini di questo Paese».
Le incognite
Fin qui, le dichiarazioni di principio, ma Burnham dovrà però affrontare due grosse incognite. La prima riguarda la cornice economica e finanziaria dentro la quale applicare il suo programma. Nonostante le promesse di un cambiamento radicale, l’ex-sindaco di Greater Manchester ha comunque assicurato che rimarrà all’interno delle rigide regole fiscali dello Stato definite da Rachel Reeves, l’attuale Cancelliera dello Scacchiera contro cui si sono indirizzati gli strali del movimento sindacale e che Burnham ha già dichiarato che non confermerà. È dunque probabile l’inserimento di tecnici o politici moderati fedeli a questa linea per rassicurare i mercati finanziari.
Il secondo punto è invece legato alla questione immigrazione e alla mattanza israeliana a Gaza. Per contrastare Reform UK nel Nord dell’Inghilterra, Burnham ha adottato una linea sull’immigrazione molto più dura rispetto al passato. L’ex-sindaco ha dichiarato di appoggiare gran parte delle rigide riforme promosse dalla ministra dell’Interno di Starmer, Shabana Mahmood, tese a limitare i flussi legali e illegali. Burnham ha fatto un passo indietro rispetto alle sue storiche battaglie sui sussidi ai migranti e ha esortato il governo a fare un “maggiore uso” dei centri di detenzione per immigrati e ad accelerare le espulsioni dei richiedenti asilo respinti.
Sebbene proponga misure di reinserimento lavorativo per chi è rimasto “in un limbo burocratico” già all’interno dei confini, questa parziale sovrapposizione con le ricette securitarie solleva forti dubbi e critiche sia tra le associazioni per i diritti umani che all’interno dell’ala sinistra del Labour.
Coalizioni come Stand Up to racism e sindacati come UNISON hanno già chiarito che ci dovrà essere un cambiamento di approccio sia sui centri di detenzione, sia sugli arresti, sia ancora sui licenziamenti e le deportazioni di lavoratori e lavoratrici migranti, soprattutto nella Sanità. Ciò che serve, secondo i movimenti, è una rottura totale con la politica del razzismo e della ricerca di capri espiatori.
Inoltre Burnham, storicamente vicino al gruppo Labour Friends of Israel (il corrispettivo britannico del gruppo di Picierno, Fassino e Fiano in Italia, per capirci), ha mostrato una posizione ambigua verso lo Stato ebraico. Infatti, pur facendo dichiarazioni formali e sottoscrivendo appelli per il cessate il fuoco e per il riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina, egli ha sempre rifiutato di definire l’azione militare israeliana a Gaza come un “genocidio”, ma soprattutto non ha mai preso posizione sul sostegno economico, logistico e militare britannico a Israele e al momento non ha risposto alla richiesta, arrivata da Jeremy Corbyn, di una commissione d’inchiesta a Westminster sul ruolo britannico nelle operazioni militari israeliane a Gaza qualora Burnham diventasse primo ministro.
Insomma, Burnham si trova quindi a dover gestire un delicato, doppio equilibrio:
1) rassicurare il movimento sindacale, le realtà associative sui territori e la base elettorale del partito (che chiedono una radicale trasformazione delle politiche economiche e sociali) senza spaventare l’elettorato moderato e il modo finanziario e imprenditoriale, che tanto ha speso per mandare Starmer a Whitehall;
2) rassicurare le comunità migranti locali e la sinistra pacifista senza spaventare sempre lo stesso elettorato moderato, che magari strizza l’occhio a Farage sulle politiche migratorie, e/o le storiche organizzazioni filo-israeliane interne al partito.
La composizione del governo dovrebbe rispecchiare questa situazione. Accanto a uomini che già facevano parte dell’esecutivo Starmer in ruoli chiave, come il blairiano Wes Streeting, ex-Segretario alla Salute e in prima linea per ottenere un ministero di primissimo piano o la riconferma in un ruolo di peso nel settore dei servizi pubblici, o Darren Jones, attuale Chief Secretary al Tesoro, che avrebbe ottenuto rassicurazioni sulla linea di stabilità economica, assicurandosi un ruolo centrale nella gestione finanziaria del nuovo governo, o ancora Al Carns, ex- ministro delle forze armate ed ex-ufficiale dei Royal Marines, che dovrebbe garantire continuità e competenza sui dossier legati alla difesa e alla sicurezza nazionale, vi è l’attuale ministro dell’Energia Ed Miliband in cima alla lista per sostituire Rachel Reeves nel ruolo di Cancelliere dello Scacchiere (Ministro delle Finanze). L’obiettivo di Miliband è modificare radicalmente le rigide regole fiscali ereditate dall’era Starmer-Reeves, sbloccando maggiori investimenti pubblici e fondi da destinare alle priorità del nuovo esecutivo.
C’è poi il tema della comunicazione, che nell’epoca Starmer è stato a dir poco disastroso. Per questo Burnham avrebbe scelto James Purnell come suo Chief of Staff (Capo di gabinetto). Purnell, ex-ministro dell’era Blair-Brown, torna a sorpresa in politica attiva dopo anni, e dovrebbe portare, nelle intenzioni del futuro primo ministro, una visione di rottura rispetto alle strategie comunicative e gestionali del cerchio magico di Starmer.
Conclusioni
Sir Keir ha praticamente distrutto il Labour Party, Burnham potrebbe ridare un futuro al partito rilanciando una politica socialdemocratica dentro una cornice di reale decentramento amministrativo, anche per rintuzzare l’avanzata dell’indipendentismo socialista in Galles, Irlanda del Nord e Scozia. È di pochi giorni fa la notizia che la Socialist Campaign (la corrente di sinistra nel gruppo parlamentare laburista) non presenterà candidati alternativi alla leadership, neanche di bandiera, come invece ha fatto in passato. Allo stesso modo già da giorni si erano espressi anche i blairiani nel partito. È possibile sia stato raggiunto un compromesso su una gestione “alla Lyndon Johnson” del governo, basata su una politica sociale ed economica interna attenta ai segmenti sociali popolari e operai, e una politica estera che invece si mantiene dentro la cornice Nato e “riarmista”. Rimane il nodo immigrazione, dove sembra che Burnham sia intenzionato a mantenere gli approcci restrittivi di Shabana Mahmood e questa scelta non sarà indolore sul piano del rapporto coi movimenti, così come quella su Gaza.
Al momento non ci sono certezze, ma solo sensazioni e interpretazioni di dinamiche e notizie. Dovremo aspettare dopo il 17 luglio per vedere come questo nodo verrà sciolto e da questo dipenderà il futuro del Partito Laburista, se mai ne avrà uno. Su questo, molto inciderà proprio il mantenimento e la crescita di quelle mobilitazioni dal basso che negli ultimi due anni hanno rafforzato l’unità tra le campagne sociali e politiche antirazziste, contro la guerra e contro l’austerità e le vertenze messe in campo dal movimento sindacale.
La copertina è tratta da WikiCommons
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