approfondimenti
EUROPA
Organizzare la speranza: la nuova fase della sinistra tedesca
Il congresso di Potsdam conferma la straordinaria crescita di Die Linke come attore rilevante della politica tedesca. Questa espansione porta con sé nuove tensioni politiche: dall’impatto delle mobilitazioni per Gaza sulle identità della sinistra alle divisioni sull’antimilitarismo, dalle strategie per contrastare l’AfD al rapporto tra radicalità politica e radicamento sociale
L’Effetto Palestina e una crescita senza precedenti
«Le persone sono dannatamente arrabbiate» (Die Menschen sind verdammt noch mal wütend). È questo il messaggio che Luigi Pantisano ha messo al centro del suo discorso dopo l’elezione alla co-presidenza di Die Linke. Un risultato ottenuto con appena il 53,3% dei voti a testimonianza di un congresso attraversato da molte tensioni. Più solida, invece, la riconferma dell’altra co-presidente, Ines Schwerdtner, che ottiene l’85,7% delle preferenze e rafforza ulteriormente la propria leadership. Entrambe le figure incarnano bene la trasformazione attraversata dalla sinistra tedesca negli ultimi anni. Da un lato Ines Schwerdtner, 37 anni, giornalista ed ex-caporedattrice di Jacobin Deutschland; dall’altro Luigi Pantisano, 46 anni, figlio di Gastarbeiter italiani, nato a Waiblingen, nel Baden-Württemberg. È attorno a questa nuova leadership che Die Linke si è riunita a Potsdam per un congresso largamente atteso, lanciato dallo slogan “Organizzare la speranza” e convocato a pochi mesi da una fase di crescita senza precedenti.
Dopo un boom di iscrizioni straordinario – dai 50.251 membri del 2023 agli attuali 123.126 – e l’exploit elettorale dello scorso anno, il partito socialista tedesco si è presentato all’appuntamento congressuale profondamente trasformato. I cambiamenti sono visibili a tutti i livelli: oltre il 53% dei delegati erano donne, mentre l’età media degli iscritti è scesa fino a circa 37 anni.
Numeri che riflettono in larga misura quello che potremmo definire l’«effetto Palestina», un fenomeno che in Germania, come in altri paesi europei, ha contribuito a ridefinire gli equilibri della sinistra radicale e, più in generale, del panorama politico. Quel mutamento di sensibilità che da mesi attraversa la società tedesca e le mobilitazioni per la Palestina è riuscito a imporsi anche nelle posizioni ufficiali della Linke. Non senza contraddizioni. La mozione sul Medio Oriente approvata a Potsdam porta infatti il segno di un compromesso difficile: da un lato riconosce che, secondo numerose organizzazioni per i diritti umani ed esperti di diritto internazionale, quanto avviene a Gaza può configurare «gravissime violazioni del diritto internazionale, fino ad arrivare al genocidio»; dall’altro prende atto che, per la maggioranza degli iscritti del partito, quei crimini costituiscono già un genocidio. Il testo porta i segni evidenti di una mediazione difficile. Da un lato recepisce una sensibilità ormai largamente diffusa nella base del partito e nelle mobilitazioni degli ultimi mesi; dall’altro evita di assumere alcune delle formulazioni più radicali sostenute dagli ambienti filopalestinesi. Non sorprende quindi che il compromesso non abbia chiuso la discussione. Una parte dei delegati ha infatti scelto di sostenere una mozione alternativa promossa dal gruppo di lavoro sulla solidarietà con la Palestina, che ha raccolto quasi un terzo dei voti congressuali. Un risultato che restituisce la misura di quanto la questione mediorientale continui a rappresentare uno dei principali terreni di confronto all’interno della nuova Linke.
Il diritto contro la forza
Più agevole è apparsa, invece, la conferma di una linea comune sulla guerra in Ucraina. La condanna dell’aggressione russa non è stata oggetto di particolari controversie, così come il riconoscimento del diritto del popolo ucraino a difendersi e il richiamo alla violazione del diritto internazionale operata da Mosca. Ciò che emerge da Potsdam è piuttosto il tentativo di riaffermare una concezione della politica internazionale fondata sul primato del diritto rispetto ai rapporti di forza, sintetizzata dalla formula Recht vor Macht – il diritto prima della forza – che ricorre in diversi documenti congressuali. In un contesto segnato dalla crisi dell’ordine internazionale e dal ritorno della guerra come strumento ordinario della competizione geopolitica, la Linke continua così a individuare nel diritto internazionale non un semplice orizzonte normativo, ma una risorsa politica da difendere e rafforzare.
Qui, le tensioni emergono semmai sul terreno dell’antimilitarismo, elemento costitutivo della tradizione politica del partito e oggi oggetto di una rinnovata pressione da parte della sua componente giovanile.
La crescita straordinaria registrata negli ultimi mesi ha infatti rafforzato il peso della Linksjugend Solid, che guarda con grande preoccupazione al riarmo tedesco ed europeo e tende a leggere le proposte per una difesa autonoma come il riflesso di una più generale trasformazione autoritaria e militaristica delle democrazie contemporanee. La stessa organizzazione che che nelle settimane precedenti al congresso è stata travolta dalle polemiche dopo un’inchiesta della Bayerischer Rundfunk, secondo cui in alcune chat di suoi militanti sarebbero circolati slogan antisemiti, messaggi di esaltazione dello stalinismo in quelle che sembrano essere classiche dinamiche da alt-left.
Riconquistare la classe lavoratrice
Ma non è soltanto la politica internazionale a mettere a confronto le diverse anime della sinistra tedesca. Il congresso ha affrontato numerosi altri temi: dal taglio delle indennità parlamentari della Linke – che dalla prossima legislatura saranno equiparate allo stipendio medio di un dipendente pubblico federale, circa 5.300 euro lordi al mese – fino al delicato nodo delle alleanze politiche alle prossime elezioni. Gli occhi sono infatti già puntati sul voto in Sassonia-Anhalt, dove i sondaggi accreditano l’AfD di oltre il 40% dei consensi. Uno scenario che potrebbe costringere le forze democratiche a valutare formule di governo inedite, compresi eventuali governi di minoranza. Ed è proprio su questo terreno che si è manifestata una delle principali linee di frattura interne al partito. Se una parte della dirigenza ritiene necessario mantenere aperta la possibilità di accordi tattici anche con la CDU, in nome del Brandmauer – il cordone sanitario contro l’estrema destra –, la componente più giovane e movimentista continua a escludere qualsiasi forma di collaborazione con il partito del cancelliere Friedrich Merz.
Lo stesso Luigi Pantisano, pochi giorni prima del congresso, aveva suscitato forti polemiche definendo la CDU un partito fascista e giudicando impossibile ogni forma di accordo. Dichiarazioni che hanno provocato un acceso dibattito interno e che lo stesso neo-presidente ha successivamente ridimensionato. Certo, il governo Merz appare sempre più apertamente spostato a destra, quasi ad inseguire le parole d’ordine dell’AfD: dai tagli allo Stato sociale alle politiche migratorie sempre più restrittive, fino a frequenti dichiarazioni razziste contro migranti e minoranze. Tuttavia, il congresso non ha prodotto indicazioni definitive sul tema delle future alleanze. La questione è stata rinviata alle urne, nella speranza che la Linke riesca a confermare, o addirittura superare, il sorprendente risultato ottenuto alle elezioni federali dello scorso anno.
Per riuscirci sarà necessario dare seguito alle promesse avanzate dal nuovo co-presidente Luigi Pantisano e, nelle sue parole, «riconquistare la classe lavoratrice alla Linke».
Gran parte della scommessa politica della nuova dirigenza ruota infatti attorno alla capacità di tenere insieme la radicalizzazione di una generazione mobilitata dalla guerra a Gaza e il ritorno a una politica di radicamento nei luoghi di lavoro, nei quartieri popolari e nei conflitti sociali. In altre parole, tornare a essere un partito di classe senza rinunciare alle nuove sensibilità che ne hanno accompagnato la crescita.
In questa prospettiva, alcune delle esperienze maturate nel Baden-Württemberg – dalle mobilitazioni sindacali alle vertenze nelle fabbriche minacciate dalla chiusura o dalla riconversione produttiva – potrebbero offrire indicazioni preziose per il futuro del partito.
La lotta contro l’avanzata dell’estrema destra in Europa passa anche da qui: dalla capacità di elaborare strategie efficaci contro la crescente polarizzazione delle nostre società e di rilanciare una pratica democratica capace di ricostruire consenso e partecipazione. In definitiva, quello di Potsdam è stato un congresso attraversato da tensioni e conflitti, ma anche da una ritrovata vitalità politica. Lo ha sintetizzato efficacemente Jan van Aken nel suo discorso di commiato: «Eine Partei, die wächst, die wird bunter.Das ist wunderbar. Aber dazu gehört, dass man auch mal eine andere Sichtweise aushalten muss.» («Un partito che cresce diventa più vario, più plurale. È una cosa meravigliosa. Ma questo significa anche imparare a convivere, talvolta, con punti di vista diversi dai propri»). Una frase che forse descrive meglio di qualsiasi altra la nuova Linke emersa dal congresso di Potsdam: più giovane, più ampia, più conflittuale e, proprio per questo, chiamata a confrontarsi con sfide politiche che andranno ben oltre i confini del partito e che vedrà nelle elezioni berlinesi di settembre il primo decisivo banco di prova.
L’immagine di copertina è un corteo berlinese dell’ottobre 2025, collettivo From the River to the sea, Magdalena Vassilleva
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