EUROPA

«Zvërnec, il punto di non ritorno». La nuova stagione del conflitto in Albania

Un primo bilancio, attraverso interviste, dell’ondata di lotte che percorre l’Albania sotto il nome di “rivoluzione dei fenicotteri” e che investe un sistema oligarchico e speculativo di stampo neoliberale

In Albania, la difesa dei fenicotteri della laguna di Zvërnec si è trasformata nel punto di emersione di un conflitto che riguarda terra, potere e diritto di cittadini e cittadine di intervenire sulle scelte che ridisegnano il loro Paese. Le mobilitazioni contro il progetto turistico di lusso legato a Jared Kushner, hanno messo in luce un malcontento che attraversa il Paese da anni e che si alimenta della sensazione diffusa che territori, spazi pubblici e risorse comuni vengano progressivamente sottratti alla popolazione per essere consegnati a interessi privati, oligarchie e investitori stranieri.

Dietro la difesa di uno degli ecosistemi più delicati del Mediterraneo emerge così un interrogativo profondo su chi abbia il diritto di decidere il futuro dell’Albania e il destino delle sue terre. Lo raccontano due attiviste: Fioralba Duma, italo-albanese e membro dei collettivi Italiani Senza Cittadinanza, Mesdhe e Palestina e lirë, e Sidorela Vatnikaj, albanese di base a Tirana impegnata sui temi della giustizia di genere, urbana e sociale, con un percorso radicato nei movimenti contro la privatizzazione e la gentrificazione. Entrambe leggono nelle proteste di Zvërnec il punto di condensazione del conflitto tra bene pubblico e profitto privato, tra diritto collettivo alla terra e un modello di sviluppo imposto dall’alto.

Territorio, sovranità e interessi globali

Per Fioralba Duma, Zvërnec è il luogo in cui una frattura politica sedimentata negli anni ha trovato finalmente un punto di rottura.

«È vero, la protesta nasce dalla difesa di un ecosistema fragile, ma non solo. Parte dalla percezione che gli albanesi hanno del proprio peso politico, dalla possibilità concreta di incidere sulle decisioni che riguardano le loro terre, le loro istituzioni, il loro paesaggio. Zvërnec è, quindi, il punto di non ritorno di un malcontento che dura da decenni in Albania: quello verso istituzioni che sembrano pensare soltanto a svendere il Paese a interessi stranieri, a chi ha più potere, più ricchezza, più legami con il potere».

Quando Duma parla di “svendita”, il riferimento è tanto locale quanto globale. Da un lato, la revisione della normativa sui parchi protetti e il declassamento della laguna di Narta-Zvërnec hanno modificato il regime di tutela dell’area, consentendo progetti edilizi e turistici che fino a poco tempo fa non sarebbero stati autorizzabili. Dall’altro, il progetto di Jared Kushner si inserisce in una rete di capitali transnazionali e relazioni geopolitiche che eccedono il caso albanese.

«Si tratta di una cessione del territorio albanese a interessi internazionali. Senza contare che Kushner è legato a fondi e investimenti provenienti dal Qatar e dall’Arabia Saudita». Il riferimento è ad Affinity Partners, la società di investimento creata da Jared Kushner dopo la fine del suo incarico alla Casa Bianca e sostenuta in larga parte dal fondo sovrano saudita.

Tuttavia, per Duma, leggere questa vicenda solo attraverso la lente degli investimenti significherebbe perdere il quadro più ampio in cui si inserisce. «Non possiamo dimenticare che Kushner ha avuto un ruolo centrale nella negoziazione degli Accordi di Abramo».

Firmati nel 2020 sotto l’amministrazione Trump, questi Accordi hanno normalizzato le relazioni tra Israele e diversi Paesi del Golfo, consolidando la rete politica e finanziaria che oggi alimenta anche molte delle operazioni economiche di Kushner.

Per Duma, quella rete si riflette anche nella visione di territori trasformati in asset immobiliari. In questa direzione, si colloca anche la cosiddetta “Gaza Riviera”: l’idea, emersa nel dibattito internazionale, di una riconversione immobiliare della Striscia di Gaza in una fascia costiera di lusso. Una prospettiva, quest’ultima, che si configura come paradigma estremo di espropriazione e valorizzazione speculativa del suolo.

Da qui, il parallelismo con Zvërnec. Ciò che sta accadendo nella laguna riguarda un modello politico ed economico in cui la ridefinizione legislativa del territorio diventa lo strumento attraverso cui trasformare il bene comune in spazio da privatizzare. «È la stessa logica: guardare ai territori prima di tutto come occasioni di investimento».

Duma sposta poi il discorso su un altro piano, dove lo spazio albanese si intreccia con la politica migratoria e con il ruolo del Paese negli equilibri regionali. «È una coincidenza significativa che l’accordo Rama-Meloni sia stato modificato proprio nello stesso giorno in cui è stata approvata la legge che rende possibili costruzioni e investimenti immobiliari in aree protette».

Il riferimento è al protocollo siglato tra Edi Rama e Giorgia Meloni sulla gestione dei centri per migranti in territorio albanese. Questo accordo ha trasformato il Paese in uno spazio di esternalizzazione delle politiche migratorie italiane, destinando porzioni del suolo albanese alla detenzione e gestione di persone migranti intercettate dall’Italia.

Per Duma, il parallelismo è politico prima ancora che giuridico.

«Anche quell’accordo è un esempio chiaro del fatto che l’Albania non risponda più agli interessi dei suoi cittadini, ma metta i propri spazi a disposizione di altri governi, a volte persino gratuitamente».

Il progetto Kushner, la modifica delle leggi sulle aree protette e il protocollo con l’Italia finiscono così per comporsi dentro uno stesso disegno, che riguarda la progressiva messa a disposizione del territorio albanese – per investimenti, infrastrutture o accordi geopolitici – attraverso processi decisionali poco trasparenti e sempre più distanti dalla partecipazione democratica.

«Sono tutte queste dinamiche ad aver riempito il vaso del malcontento. E oggi quel vaso è traboccato».

La geografia del conflitto non si esaurisce né a Zvërnec né a Rrjoll, località costiera nel nord dell’Albania che negli ultimi anni è diventata un altro dei luoghi simbolo delle tensioni legate alla privatizzazione del litorale e alla sottrazione di spazi alle comunità locali. «C’è anche la questione delle montagne. Una delle quattro richieste principali della mobilitazione riguarda proprio il cosiddetto “pacchetto montagne”, che apre alla privatizzazione delle aree alpine e montane del Paese, oltre al progetto Kushner». Si tratta di una proposta legislativa che punta a ridefinire l’uso di vaste aree montane dell’Albania, aprendo a concessioni e investimenti privati in territori finora rimasti in larga parte fuori dai grandi circuiti speculativi.

Per Duma, questi processi si tengono insieme dentro una stessa architettura di potere. «Adesso il premier cerca di delegare ad altri la responsabilità di questo scempio. Ma ci sono sempre gli stessi oligarchi, con interessi nella politica, negli affari, nelle imprese e nei media. È tutto profondamente intrecciato».

In questo intreccio, il ruolo dell’informazione diventa centrale. Duma sottolinea come, nelle prime fasi della protesta, la copertura mediatica sia stata limitata e frammentaria. «Uno degli elementi che ha segnato questa protesta è stato proprio il boicottaggio mediatico. All’inizio solo uno o due media hanno raccontato quello che stava succedendo. Poi altri si sono aggiunti, ma spesso speculando sulla mobilitazione». È anche per questo che, secondo Duma, il conflitto aperto a Zvërnec ha finito per catalizzare fratture che attraversano la società albanese in maniera trasversale. «Il disagio è molto profondo. Dentro questa protesta ci sono tanti temi: istruzione, sanità, salute pubblica, diritti, ma soprattutto la dimensione economica della vita sociale».

Tra questi, uno dei più significativi è la migrazione. Negli ultimi anni, sono tantissimi i cittadini e le cittadine albanesi ad aver lasciato il Paese. «La migrazione dall’Albania è un tema centrale. Negli ultimi anni centinaia di migliaia di persone se ne sono andate, soprattutto per ragioni economiche e per la mancanza di prospettive. Tuttavia, la diaspora continua a mantenere un legame forte con quello che accade qui. Anche per questo gli uccelli migratori, che sono diventati il simbolo di questa protesta, finiscono per richiamare qualcosa di molto concreto: il movimento di chi parte, la possibilità del ritorno e il rapporto che continua a esistere con il proprio Paese».

La forma urbana del potere

Per Sidorela Vatnikaj, quanto sta accadendo a Zvërnec si inserisce dentro una continuità politica che in Albania è visibile da molto tempo, soprattutto nei conflitti urbani. «Si tratta della stessa logica contro cui protestiamo da anni. Nel sud e nel nord del Paese riguarda l’appropriazione delle montagne, delle spiagge e delle aree protette. A Tirana riguarda soprattutto la privatizzazione di parchi e spazi collettivi». Al centro, spiega, c’è un processo decisionale verticale, in cui il governo procede senza consultazione pubblica, mentre il coinvolgimento di oligarchi e grandi investitori serve a consolidare e legittimare i progetti. È uno schema che, secondo Vatnikaj, Tirana conosce bene. Cita il caso del quartiere 5 Maggio, segnato da demolizioni e sgomberi, e quello di Kombinat, anch’esso attraversato da conflitti legati a trasformazioni urbane e processi di espulsione.

«In quei quartieri, come in altri, architetti di fama internazionale sono stati usati per dare legittimità a processi violenti e corrotti di gentrificazione».

Da più di cinque anni, la capitale è stata attraversata da un processo accelerato di gentrificazione e verticalizzazione che ha modificato il tessuto urbano e reso l’abitare sempre più precario, mentre i movimenti urbani di Tirana denunciano questi processi: «Prima si privatizzano beni pubblici, poi questi spazi diventano strumenti di speculazione e, spesso, di riciclaggio di denaro da parte di soggetti legati al crimine organizzato».

La questione della trasformazione fisica degli spazi, finisce per investire direttamente la qualità democratica del Paese. «Si tratta della distruzione del bene pubblico, ma anche di una violazione dei processi democratici, dei diritti umani e delle leggi che dovrebbero proteggere questi territori. Nel frattempo molte comunità sono state espulse dalle loro case e dai loro quartieri senza alcuna spiegazione o informazione preventiva».

Le conseguenze si misurano soprattutto sul piano dell’accesso alla casa. In una città dove il salario minimo si aggira intorno ai 400 euro e gli affitti medi superano ormai i 500 o 550 euro, il costo dell’abitare ha superato la capacità economica di una parte significativa della popolazione. «Oggi la casa è diventata economicamente insostenibile per la maggior parte delle persone. Non è possibile pagare un affitto e allo stesso tempo sostenere il costo della vita».

Per Vatnikaj, il paradosso che attraversa Tirana si condensa in questo punto: mentre gli affitti continuano a salire, anche il numero dei grattacieli cresce. «Più gli affitti diventano cari, più aumentano i grattacieli. E la domanda è inevitabile: se le persone non possono permettersi di vivere qui, per chi stanno costruendo?». Una domanda che, secondo i movimenti urbani, si intreccia con la questione sull’origine dei capitali che alimentano il boom edilizio. «Questi appartamenti vengono venduti, ma spesso nessuno sa davvero da dove arrivino i soldi».

Su questo fronte, ricorda Vatnikaj, anche la magistratura ha aperto indagini che riguardano ipotesi di riciclaggio di denaro, confermando un sospetto che i movimenti denunciano da tempo, sottolineando come la trasformazione urbana della capitale non risponda ai bisogni sociali, ma a logiche speculative e finanziarie sempre meno chiare. Tuttavia, il nodo è più profondo è riguarda un modello di trasformazione che investe insieme spazio, vita sociale e potere politico. «Si tratta della dissoluzione delle comunità e dello sconvolgimento delle vite delle persone, ma anche dell’affermazione di un’idea distorta di controllo, secondo cui tutto deve essere regolato, governato e convertito in profitto, persino lo spazio pubblico».

È da qui che Vatnikaj legge anche l’ampiezza della mobilitazione in corso. Dopo giorni consecutivi di protesta, il movimento nato attorno a Zvërnec appare ormai come il punto di convergenza di conflitti diversi. Quello che si sta mettendo in discussione è un’intera architettura di potere costruita negli ultimi trentasei anni, fondata sull’alternanza e la collaborazione tra i due principali partiti, sostenuta da oligarchie economiche, grandi gruppi mediatici e istituzioni internazionali. «Per anni queste forze hanno governato insieme, con il sostegno degli oligarchi che hanno tratto profitto dalla privatizzazione dei beni pubblici, dei media che fanno parte di questo stesso sistema, e delle istituzioni internazionali che continuano a sostenere l’autocrazia di Edi Rama».

Per questo, conclude, ciò che sta prendendo forma nelle piazze albanesi è un’affermazione politica. «Quello che stiamo costruendo oggi è anche una speranza. È un modo per dire che vogliamo un’altra Albania, un’altra idea di sviluppo. Per noi la crescita di un Paese non può coincidere con la privatizzazione dei beni pubblici, nè con la distruzione di quartieri o case per costruire resort di lusso. Significa costruire un’Albania democratica e più giusta, dove non siano autocrati e oligarchi a decidere delle nostre vite».

Le immagini sono di Trivet Art e Flamingo Revolution

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