approfondimenti

ITALIA

Le mani del Governo sull’Università e sulla Ricerca

Il Governo Meloni sta implementando un disegno autoritario dell’Università e della Ricerca funzionale al sovranismo coloniale occidentale e alla riconversione bellica del settore. Solo una mobilitazione dal basso contro precarietà e militarizzazione potrà bloccare questa restaurazione

Nel corso degli ultimi 12 mesi, il Governo Meloni ha varato e incardinato alle Camere diversi provvedimenti legislativi aventi come bersaglio il sistema Università e Ricerca: dalla Legge di Bilancio 2026 che taglia il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) di ulteriori 132 milioni di Euro; all’introduzione di forme contrattuali più precarie  e con meno tutele; alla riforma della governance dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) e alla proposta di ristrutturazione degli organi di governo degli atenei; alla riforma del reclutamento universitario in discussione alla Camera; al cosiddetto disegno di legge “di contrasto all’antisemitismo” ora alla Camera.

L’insieme di questi provvedimenti, non tutti per fortuna approvati in via definitiva, rende evidente l’idea che il primo Governo a guida post-fascista della Repubblica ha dell’istruzione superiore e della ricerca e indica chiaramente la restaurazione che intende imporre: l’obiettivo è un ulteriore definanziamento, consistente, del comparto, le cui uniche funzioni saranno la legittimazione e la riproduzione del pensiero sovranista e la produzione di tecnologie per la riconversione bellica del paese. Una radicale militarizzazione dei saperi che si delineerà anche attraverso l’implementazione di un neo-autoritarismo universitario con il diretto controllo ministeriale degli organi di governo degli atenei e della valutazione della ricerca (e quindi della distribuzione dei fondi).

Conseguenza diretta e immediata di questo disegno sarà (anzi è, dato che il processo è già in corso) l’espulsione e la sostituzione generazionale dei precari e delle precarie storiche. A meno di grandi mobilitazioni, l’Università di questo paese diventerà il piccolo bosco (che piace tanto a destra) militarizzato di vecchi baroni (maschi, ça va sans dire) che potranno ubriacarsi liberamente del loro potere a patto di essere sudditi diligenti del Ministro di turno. Analizziamo i provvedimenti in sequenza.

Definanziamento ed espulsione

Il sistema universitario non si è mai realmente ripreso dai tagli e dal blocco del turn-over decretati da Tremonti nel 2008 (- 1,5 miliardi). Un numero su tutti descrive chiaramente la situazione: nel 2008 il Fondo di Finanziamento Ordinario era di 7,4 miliardi di Euro; nel 2025 è, sì, aumentato a 9,3 miliardi («il valore più alto di sempre», come sbandierato ai quattro venti dalla Ministra Bernini), ma a fronte di un’inflazione cumulata di oltre il 35% nel periodo 2008-2026 – all’appello mancano ancora almeno 700 milioni di Euro! Rispetto al finanziamento stanziato nel 2008, tenendo conto dell’inflazione (non certo per instaurare una dinamica espansiva del settore, figuriamoci, quando mai) cumulativamente in questi 17 anni il comparto ha perso oltre 16 miliardi di Euro, quasi l’equivalente di una finanziaria.

Negli anni l’FFO è diminuito nominalmente in maniera continuativa fino al 2017, con governi di qualunque colore politico, per poi iniziare ad aumentare soprattutto dal 2019 in poi. Con l’arrivo del Governo Meloni si registra invece il brusco arresto con tagli di oltre mezzo miliardo nel 2024 e quasi 150 milioni nel 2025. Tagli che vanno ad aggiungersi agli oltre 600 milioni che le Università hanno dovuto riservare all’adeguamento ISTAT delle retribuzioni del personale dipendente. Un taglio complessivo di oltre un miliardo e duecento milioni, quasi paragonabile quindi alla scure Tremonti. 

La carne da macello di questi ennesimi tagli è stato il personale precario (già esploso numericamente nel periodo 2008-2024 da 12.000 a oltre 36.000), con la mancata attivazione del piano straordinario di reclutamento previsto nella Finanziaria 2022 e con la conseguente espulsione di migliaia di precari/e: nel solo 2025 gli/le assegniste di ricerca sono diminuiti da circa 24 mila a 15.000, mentre i/le ricercatrici a tempo determinato di tipo A (RTD-A) da 8.200 a poco più di 7.000.

Tutto questo a valle della bolla gonfiata dal PNRR che ha aumentato a dismisura i/le RTD, anche negli enti di ricerca. Chi è rimasto si è trovato/a davanti a una giungla di nuove tipologie contrattuali, sempre precarie e sottopagate naturalmente, invocate a gran voce dai rettori e dai presidenti degli enti di ricerca  (e ottenute, grazie all’ignobile emendamento Occhiuto-Cattaneo) per poter continuare a mandare avanti didattica e ricerca con le casseforti sempre più vuote: ecco serviti gli incarichi di ricerca e gli incarichi post-doc, introdotti da Bernini lo scorso anno. A differenza dei contratti di ricerca (unica forma contrattuale di tipo subordinato con tutte le relative tutele e di durata minima biennale), gli incarichi sono di fatto degli assegni di ricerca di nuova generazione, di durata minima annuale, con tuttavia una fondamentale “innovazione” nel caso degli incarichi di ricerca: sono attivabili soltanto entro 6 anni dall’ottenimento della laurea.

Sono quindi contratti che saranno rivolti quasi esclusivamente o neo-laureati (visto il numero calante di borse di dottorato nel post-PNRR) o neo-dottorati entro un paio di anni dall’ottenimento del titolo. Visto il costo vergognosamente esiguo degli incarichi di ricerca (minimale a 22.500 Euro lordo percipiente) rispetto agli incarichi post-doc (min. circa 40.000 Euro), non è difficile immaginare quale sarà il quadro che si delineerà nel prossimo futuro: un aumento esponenziale dei contratti “per giovani” (il conteggio attuale parla già infatti di un numero di incarichi di ricerca attivati superiore di oltre quattro volte il numero degli incarichi post-doc), con la conseguente diretta espulsione di tutti/e i/le precarie storiche, in particolare degli/delle assegniste di ricerca, che non sono di fatto neanche presi in considerazione nelle poche misure ad-hoc escogitate dalle menti del ministero per tamponare l’emorragia post-PNRR.

Il Governo ha infatti stanziato qualche briciola (circa 50 milioni) per il reclutamento mirato di ricercatori/ricercatrici assunti/e esclusivamente con il PNRR con alcuni vincoli di anzianità / stato di servizio tanto assurdi quanto iniqui. Innanzitutto, non è dato sapere quale sarebbe la ragione per riservare questi bandi a chi ha lavorato sul PNRR: quale capacità avrebbe in più chi è stato/a assunto/a nell’ambito di un progetto finanziato dal PNRR rispetto, ad esempio, al personale assunto su un progetto europeo? In secondo luogo, il bando riserva un numero di posti a chi si è visto scadere il contratto nel 2025 e nel 2026 (nelle Università) o a chi era in servizio il 30/06/2025 con almeno due anni di anzianità (negli Enti Pubblici di Ricerca).

In pratica è una lotteria con regole del tutto arbitrarie, dove il caso conta più di qualunque altro elemento (alla faccia del tanto sbandierato merito). Cosa dovrebbero dire i/le ricercatori/ricercatrici il cui contratto è scaduto nel 2024 (almeno 1.500 persone)? Quale colpa ha invece chi al CNR si è trovato con meno di due anni di anzianità al 30/06/2025 magari per lungaggini burocratiche nell’attivazione dei contratti? E che ne è di tutt@ le altr@ ricercator@, considerat@ di serie B evidentemente, che non hanno vinto il terno al lotto del PNRR?

Le uniche certezze sono che tanti/e rimarranno fuori in quanto in totale il numero di posti che saranno banditi con questi due spicci è inferiore a 2.000 e che la maggior parte dell@ esclus@ saranno assegnist@ dal lungo corso e di ambiti non-STEM, visto che il PNRR ha privilegiato di gran lunga tali settori disciplinari.

Non è un caso che questi profili corrispondano precisamente a chi negli ultimi quindici anni ha animato le lotte per le stabilizzazioni e contro la precarietà nella ricerca. Alla millantata, immaginaria e razzista sostituzione etnica, cavalcata strumentalmente e ideologicamente dalla destra al governo per raccogliere consensi, il Governo affianca invece una reale, materiale (e infame) sostituzione generazionale delle@ precari@ storic@ della ricerca: “largo ai giovani” d’altronde, no?

Inoltre, dati i bassi compensi e le frequenti interruzioni contrattuali che plausibilmente si verificheranno vista la diminuzione complessiva dei finanziamenti, questo ricambio non sarà orizzontale, ma saremo di fronte a una sostituzione di classe della componente precaria. Soltanto chi avrà alle spalle garanzie e capitali familiari potrà intraprendere un percorso all’interno dell’Accademia.

Il “nuovo” reclutamento

La volontà di far fuori la vecchia generazione dell@ precari@ emerge nettamente anche dalla cosiddetta “riforma” del reclutamento che approda questa settimana in Aula alla Camera. Il testo elimina l’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN), titolo fino a oggi necessario per poter accedere alla posizione strutturata di Professore/Professoressa Associata dopo lo svolgimento di un concorso bandito localmente.

Sgomberiamo il tavolo da eventuali equivoci: l’ASN è stata una tragedia per l’Università di questo paese. Ha conferito nelle mani delle commissioni nazionali un potere stratosferico, capace di decidere della vita e della morte dei/delle precarie e dei settori disciplinari, orientando a piacimento la ricerca in alcune direzioni più affini ai commissari. Inoltre, l’introduzione degli indicatori, spesso in venerazione dell’oracolo bibliometrico, ha profondamente cambiato le modalità e le finalità della ricerca: articoli sfornati a ciclo continuo per fare numero senza reali contenuti originali, cordate internazionali di citazioni per spingere in alto il proprio h-index, inflazione del numero di autori e via dicendo. In poche parole, poca qualità e tanta quantità scadente, con grandi gruppi di influenza in grado di falsare i numeri. Nessuno rimpiangerà quindi l’ASN.

Tuttavia, la nuova procedura di reclutamento non solo mantiene intatte tutte le criticità addirittura aggravandone alcuni aspetti (ci torniamo brevemente fra poco), ma la relazione illustrativa della riforma al Senato esplicita schiettamente che la ratio di questo provvedimento è proprio fare piazza pulita delle decine di migliaia di precari@ che, da anni ormai, hanno ottenuto l’ASN, ma sono rimasti però esclus@ dall’entrata in ruolo visto il massiccio definanziamento del settore. Una condizione che, come di fatto riconosce la stessa relazione, costituisce « una sorta di diritto acquisito alla chiamata in ruolo: questa aspettativa, unitamente all’altissimo numero di abilitati, comporta effetti distorsivi molto pesanti sulla programmazione strategica degli Atenei». E che quindi va estirpata.

Dopo decenni di lezioni, esami, scrittura di progetti portati avanti gratuitamente e ripagati soltanto con la moneta della promessa («l’economia della promessa», do you remember?) il problema va eliminato alla radice. Come? Non certo con un piano straordinario di reclutamento (sia mai), ma neutralizzando il titolo stesso di ASN: da oggi in poi non vale più nulla! Tutto ciò «avendo presente in particolare la necessità di renderlo [il sistema universitario italiano] maggiormente accessibile agli studiosi più giovani»: il ricambio è servito nel nome delle giovani generazioni. Grazie per il servizio.

Via il titolo, via il dolore? Certo che no, le storture introdotte con l’ASN rimangono inalterate. I cosiddetti «requisiti» delle nuove procedure concorsuali saranno fissati sempre dall’ANVUR e saranno di fatto equivalenti ai criteri, parametri e valori-soglia da raggiungere per ottenere l’abilitazione fino a qualche tempo fa. Tutto cambia, affinché niente cambi, tranne il fatto che d’ora in poi tutto il potere sarà nelle mani delle commissioni locali che potranno addirittura definire il profilo del@ candidat@ in modo molto più circoscritto rispetto a ora.

In pratica, nel nuovo bando sarà di fatto indicato il nome del vincitore restringendo ad-hoc l’ambito disciplinare oggetto del concorso; una restaurazione in pompa magna del sempre vivo (e utile, in chiave governativa) baronato locale. Una delle tante monete di scambio che il Governo mette sul tavolo per evitare qualunque sussulto della già poco conflittuale classe docente italiana, che tutto negli anni ha avvallato, diventando la prima responsabile del disastro in cui ci troviamo ora.

Se non bastasse, la beffa è che il Governo che presenta questo provvedimento è espressione della stessa maggioranza che nel 2010 varò la riforma Gelmini che introdusse l’ASN proprio, secondo la narrazione pubblica dell’epoca, per «contrastare feudi locali e baronati». La coerenza, si sa, non è sempre per tutti.

Il volto neo-autoritario dell’Università e della Ricerca

Dopo l’espulsione di massa dell@ precari@ storic@ e il reinsediamento dei feudi baronali, il terzo obiettivo essenziale del disegno governativo di riconfigurazione del sistema universitario e di ricerca è l’imposizione di una stretta neo-autoritaria che si articola in tre atti, uno dei quali già portato a casa lo scorso autunno: la riforma delle funzioni e la Governance dell’ANVUR, cui è recentemente seguita la nomina ministeriale dei vertici della stessa Agenzia. Gli altri due provvedimenti sono la riforma della Governance delle Università (delegata alla commissione “Galli della Loggia”) e il ddl “Antisemitismo” in procinto di discussione alla Camera dopo il passaggio al Senato. L’insieme di queste tre misure accentra significativamente il controllo del sistema in capo al Ministero.

Con la riforma dell’ANVUR varata a gennaio, il Ministero commissaria l’Agenzia il cui Presidente e Consiglio Direttivo sono ora di fatto nominati direttamente dal/la Ministro/a di turno. La rosa recentemente proposta di nomi è infatti nel solco della lottizzazione politica tipica della Prima Repubblica. Lo stretto controllo del Ministero sull’ANVUR è molto preoccupante visto il ruolo che l’Agenzia ha svolto negli ultimi quindici anni. Con l’ossessione valutativa neoliberale codificata nei criteri utilizzati per la Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR), l’ANVUR è stata responsabile dello smantellamento del carattere nazionale del sistema universitario, polarizzando radicalmente la distribuzione delle risorse creando, di conseguenza, università di serie A e università di serie B: le prime con finanziamenti (pochi ma pur sempre maggiori di zero) e qualche velleità di fare ricerca, le seconde ridotte a Teaching Universities, parcheggio di ventenni in attesa di futuro sfruttamento lavorativo. Inoltre, la riforma del funzionamento dell’ANVUR suggerisce che il Ministero potrebbe disporre di «ulteriori specifici fondi premiali da allocare a strutture che hanno conseguito risultati particolarmente significativi» (art. 4), aumentando quindi lo squilibrio nella distribuzione dei finanziamenti, in una plastica realizzazione del cosiddetto «effetto San Matteo»: perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha (Matteo 25, 29). Invece di rafforzare e sostenere gli anelli deboli del sistema, si tende a condannarli all’irrilevanza, e nel medio termine alla chiusura.

Tuttavia, è importante sottolineare che per quanto formalmente indipendente, l’ANVUR è stata sempre legata a doppio filo ai Governi che si sono succeduti, traducendone materialmente le indicazioni politiche. La nomina diretta rappresenta però un netto salto di qualità. Non è un mistero che i movimenti dell@ precari@ abbiano infatti sempre chiesto una democratizzazione e una profonda revisione del ruolo dell’ANVUR quando non una abrogazione tout-court. L’ampliamento invece dei poteri dell’ANVUR e lo stretto controllo ministeriale della sua governance sono quindi sintomi preoccupanti della traiettoria intrapresa dal Governo.

Il secondo passo sul sentiero che porta esplicitamente all’autoritarismo universitario è la nomina di un membro governativo all’interno dei Consigli di Amministrazione delle Università, facendo carta straccia dell’autonomia universitaria. A fianco al controllore governativo, il super-Rettore, il cui mandato viene esteso (fino a 8 anni!) e che avrà la facoltà di nominare altri 4 membri del CdA. Su 11 totali, al Rettore basterà il voto rappresentante del Governo per avere il controllo totale dell’organo di Governance della propria Università. Se queste misure, contenute in una bozza circolata lo scorso novembre, fossero confermate, l’attacco all’autonomia degli Atenei sarebbe senza pari nella storia repubblicana. 

Infine, l’ultimo tassello è il ddl cosiddetto “di contrasto all’antisemitismo”. Il testo adotta integralmente la definizione di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), contestata da centinaia di studiosi perché equipara le critiche alle politiche dello Stato di Israele all’antisemitismo, con il chiaro obiettivo di silenziare le legittime mobilitazioni e prese di parola contro l’occupazione coloniale, l’apartheid e il genocidio perpetrato da Israele in Palestina. Il provvedimento si inserisce in una «strategia nazionale contro l’antisemitismo» che tratta quest’ultimo come una «minaccia alla sicurezza nazionale», equiparandolo al terrorismo, con derive autoritarie facilmente intuibili.

Nel caso in cui questo testo fosse approvato dalla Camera, il boicottaggio economico, culturale e accademico di Israele, così come definire colonialismo di insediamento o razziste le politiche di Israele, sarebbero tutte azioni qualificate come antisemite, con buona pace della Corte Internazionale di Giustizia che nel luglio 2024 scorso ha definito «politiche di apartheid» le misure messe in atto in Palestina da Israele.

Oltre a essere un provvedimento lesivo della libertà di espressione, questo disegno di legge limita fortemente la libertà di ricerca in ambito accademico. Basti pensare agli studi postcoloniali e decoloniali, alle ricerche che inseriscono la costruzione dello Stato di Israele nel contesto del colonialismo europeo e dell’imperialismo britannico … Tutte linee di ricerca che verrebbero soppresse in nome del contrasto all’antisemitismo.

Il quadro complessivo e le traiettorie di lotta

Alla luce di quanto descritto, è chiaro che ci troviamo di fronte a un processo di trumpizzazione dell’Università e della Ricerca volto a legittimare e riprodurre l’ideologia sovranista, coloniale e occidentalista delle destre globali e a preparare il terreno per la riconversione bellica del comparto. D’altronde il disegno è stato illustrato esplicitamente, senza scrupolo, da Crosetto il 4 dicembre scorso al Defence Summit 2025 di Roma: «La proposta che porterò al Parlamento è chiara: una Difesa che possa adattarsi alle situazioni, con norme adeguate capaci di assicurare un ecosistema integrato in cui Industria, Università, Centri di ricerca e Difesa lavorino in sinergia». E tutte le misure varate o in procinto di discussione sono funzionali a tale scellerato progetto.

In primo luogo, l’ulteriore riduzione dei finanziamenti pubblici indica una chiara volontà di aumentare il peso degli attori privati nell’indicazione delle linee di ricerca da seguire, ma anche nell’offerta didattica. Il colosso pubblico Leonardo S.p.A. in questo campo la fa già da padrone avendo in essere contratti e collaborazioni con oltre il 70% degli atenei italiani e oltre 50 contratti con il solo Politecnico di Milano.

Il commissariamento dell’ANVUR e l’ulteriore facoltà di allocare fondi premiali da parte del Ministero, servono invece a trasferire in proporzione quantità sempre maggiori di finanziamento pubblico proprio ai Politecnici del Nord, che appunto sono già embedded nella macchina bellica e possiedono il know how specifico. La condizione di perenne precarietà (fino alla sostituzione generazionale e di classe, quando troppo vecchi@ e magari si commette l’errore di avere qualche «aspettativa» di troppo) e conseguente ricattabilità limita enormemente la libertà di ricerca e rende molto difficile la sottrazione da ricerche nell’ambito bellico: la precarietà è funzionale all’arruolamento de@ precar@ nell’Università della Guerra. Per essere sicuri che nessuna deviazione avvenga da questa traiettoria in mimetica ecco infine da una parte il controllo ministeriale diretto dei CdA e la catena di comando garantita dai feudi baronali locali, e dall’altra la limitazione della libertà di espressione, insegnamento e ricerca con la censura dei corsi scomodi e gli osservatori à la Del Rio «contro l’antisemitismo».

Il quadro è molto preoccupante e il servilismo e la complicità, anche in questa occasione come nel 2010, della quasi totalità della classe docente sicuramente non aiuta. Una classe docente (con poche eccezioni) che, è bene ricordare, negli anni ha sfruttato senza remore decine di migliaia di precari@ pretendendo lavoro gratuito e totale disponibilità, anche in assenza di qualunque prospettiva (non che in presenza di possibili sbocchi futuri queste dinamiche siano invece accettabili o legittime, sia chiaro). Questo carattere della componente strutturata conferma che l’unica possibilità di costruire un’Università e una Ricerca profondamente alternative, al servizio della collettività e volte a migliorare materialmente e immaterialmente la vita delle persone, può venire solo da una mobilitazione dal basso, dall@ student@ e da@ precar@ (e dal poco personale strutturato capace di leggere quanto sta accadendo).

Conflitti che siano in grado di mettere al centro il ruolo sociale e l’autonomia dei saperi, dal potere e dal capitale, componendo le lotte contro la precarietà, contro l’aziendalizzazione dell’Università e per una ricerca libera dalla complicità nel genocidio e dalla filiera bellica. Lotte che invece troppo spesso hanno viaggiato su binari paralleli, se non addirittura divergenti, con piattaforme anche sindacali imbarazzanti (senza mezza riga sulla Palestina) che, assumendo talvolta tratti corporativi, hanno servito il divide et impera al Governo. È  il momento invece di ricostruire pratiche e obiettivi comuni.

Non sarà facile, ma there is no alternative.

La copertina è di Paolo (wikicommons)

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