ITALIA
L’omidicio di Sako Bakari interroga Taranto
All’alba del 9 maggio a Taranto è stato ucciso Sako Bakari, bracciante di 35 anni originario del Mali. L’omicidio interroga profondamente la città. In quale contesto sociale, economico e culturale ha preso forma? Ne abbiamo parlato con Enzo Pilò, presidente dell’associazione Babele, impegnata da molti anni nell’accoglienza e nella solidarietà con le persone migranti
All’alba del 9 maggio, in piazza Fontana, nella città vecchia di Taranto, Sako Bakari è stato ucciso mentre stava raggiungendo il luogo in cui lavorava. Aveva 35 anni, era originario del Mali, viveva in Italia da anni e lavorava come bracciante agricolo. Secondo le ricostruzioni delle autorità inquirenti, sarebbe stato circondato da un gruppo di giovanissimi e colpito con diversi fendenti mentre tentava di fuggire. Per l’omicidio sono stati disposti cinque fermi, quattro dei quali riguardano minorenni.
È una vicenda specifica. Riguarda un uomo, la sua vita e la sua morte violenta, e riguarda i suoi aggressori. Ma è anche una vicenda che rimanda immediatamente ad altri livelli. Chiama in causa la città e il contesto sociale, economico e culturale in cui ha preso forma. Interroga Taranto e il suo rapporto ambivalente con le migrazioni, fatto insieme di presenza quotidiana e rimozione, prossimità e distanza.
Negli ultimi quindici anni Taranto e la sua provincia hanno avuto un ruolo di primo piano nella geografia delle politiche migratorie. Dalla tendopoli di Manduria del 2011 — luogo di confinamento per persone migranti provenienti dal Nord Africa durante le cosiddette primavere arabe — alla vicenda del Palaricciardi nel 2015, un palazzetto dello sport in periferia trasformato in centro di transito e, allo stesso tempo, in una straordinaria palestra di solidarietà, sostenuta da una fitta rete di attivistǝ. Fino all’installazione dell’hotspot nel porto, struttura destinata al trattenimento e alla selezione delle persone in arrivo dal Mediterraneo centrale, attualmente non in uso.
Su questo sfondo, negli stessi anni, è cresciuta la presenza di persone con background migratorio che vivono stabilmente in città. Una componente ormai strutturale della società tarantina, spesso concentrata nelle aree dove l’accesso alla casa è più economico, eppure ancora largamente esclusa dal dibattito pubblico. Una presenza costante, ma alla periferia dello sguardo collettivo.
Abbiamo parlato dell’omicidio di Sako Bakari e del rapporto tra migrazioni, razzismo e città con Enzo Pilò, presidente dell’associazione Babele, rete di attivistǝ e professionistǝ che si occupa di accoglienza, orientamento ai diritti e solidarietà a Taranto e nella sua provincia. Ne emerge il ritratto di un territorio in cui le fragilità economiche e sociali si intrecciano con forme diffuse di razzismo, con la tenace presenza di un tessuto solidale che continua a costruire alternative.
Chi era Sako Bakari?
Sako Bakari era la regola, non l’eccezione. Nelle ore immediatamente successive all’omicidio, i commenti sui social hanno assunto la consueta superficialità o un accanimento razzista, liquidando la vicenda come un regolamento di conti. Bakari, invece, apparteneva a quelle decine di migliaia di persone che lavorano sul nostro territorio spesso in condizioni di sfruttamento e alle quali dobbiamo restituire la dignità di lavoratori, contrastando la razzializzazione e la disumanizzazione di chi non viene considerato come persona, ma come categoria.
Questo omicidio è un episodio isolato oppure l’espressione più estrema di dinamiche più diffuse che attraversano la città?
Va sicuramente letto all’interno di un quadro più ampio, che riguarda non solo Taranto ma l’intero territorio nazionale. La violenza giovanile sembra essere un fenomeno in espansione; probabilmente sarebbe utile fare riferimento a studi specifici. Posso però affermare con certezza che le aggressioni nei confronti di persone straniere in città si verificano frequentemente e sono documentate solo in parte attraverso denunce e articoli di stampa. I racconti di giovani stranieri vittime di aggressioni e intimidazioni sono numerosi.
Negli ultimi quindici anni Taranto ha conosciuto diverse modalità di gestione delle migrazioni. Che eredità hanno lasciato questi passaggi nella memoria pubblica e nello sguardo della città sulle migrazioni?
Un elemento positivo è stato certamente il radicamento di realtà solidali, sebbene numericamente limitate, che permettono l’attivazione di iniziative e interventi nei momenti di criticità. Dall’altro lato, però, si sono prodotti effetti chiaramente negativi, come l’espulsione dai centri di accoglienza straordinaria senza un adeguato lavoro di supporto e accompagnamento all’inclusione abitativa e lavorativa. Non vi è stato un intervento specifico dell’ente locale nel governo delle dinamiche attivate, con la conseguente formazione di “banlieue”, come accade in altre parti del Paese.
L’accesso ai servizi risulta complesso, soprattutto in assenza di accompagnamento da parte di operatori e operatrici. Nonostante le sollecitazioni, resta difficile anche l’iscrizione al registro dei senza fissa dimora. Le e i minori non accompagnati vengono inseriti in comunità senza che il Comune abbia definito un protocollo chiaro sui servizi da garantire. Inoltre, si colgono segnali di una tratta strutturata nella città e nella provincia. In sintesi, la questione migratoria a Taranto, come altrove, è lasciata all’improvvisazione.
In che modo le crisi che attraversano Taranto — ambientale, sociale ed economica — influenzano, alimentano o trasformano le forme di razzismo?
Su questo tema so che attirerò critiche, ma non c’è dubbio che il processo di deindustrializzazione abbia provocato un impoverimento economico e il conseguente avanzare del degrado socio-culturale. Negli ultimi vent’anni la città ha perso circa ventimila abitanti: chi ha più strumenti tende ad andarsene, mentre restano le persone meno attrezzate. Questa dinamica contribuisce a un impoverimento culturale e a una riduzione della capacità di progettazione e di azione politica e sociale. La semplificazione del dibattito sulla chiusura o meno della grande fabbrica è parte integrante di questo impoverimento economico, sociale e culturale.
In questi giorni si moltiplicano mobilitazioni e prese di parola: che forme stanno assumendo? Cosa possiamo fare per mantenere il tema del razzismo al centro del dibattito pubblico anche quando l’attenzione mediatica calerà?
Preferisco non dare ancora una risposta compiuta e attendere eventuali sviluppi. Per ora posso osservare che un semplice post, scritto da noi in reazione alle violenze che si stavano diffondendo sui social, ha contribuito a ribaltare la narrazione dominante e ha fatto emergere un tessuto solidale che sembra ancora presente sul territorio. Resta da capire se questa spinta si tradurrà in azioni concrete, capaci di coinvolgere anche le istituzioni e la classe dirigente nel suo complesso.
La foto di copertina è di Paul Sableman, wikicommons.
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