ITALIA
Con un emendamento al Dl Sicurezza il governo è finito in un vicolo cieco
Il decreto sicurezza si impantana sull’emendamento che riconosce il compenso allə avvocatə in relazione al rimpatrio “volontario” delle persone assistite. La misura supera una soglia critica e rende esplicito il nesso tra denaro e rimpatrio. Il fronte di chi si oppone è ampio e composito. In questo scenario, le mobilitazioni possono essere decisive per bloccare la conversione del decreto.
Se il tema non fosse così cupo, verrebbe quasi da osservare con una certa soddisfazione — popcorn alla mano — il governo schiantarsi contro la propria boria. Il compenso riconosciuto allə avvocatə in funzione dell’effettivo rimpatrio volontario del proprio assistito è, per l’esecutivo, un’enorme grana politica. Dopo l’approvazione di questo emendamento, la conversione in legge del decreto sicurezza si sta trasformando in un terreno sorprendentemente accidentato per la maggioranza. Un corto circuito che la costringe a immaginare soluzioni paradossali, irritando il Quirinale.
Si allarga, intanto, il fronte di chi si oppone alla conversione del decreto, ben oltre i circuiti abituali del dissenso. Non solo organizzazioni e movimenti solidali, ma anche settori dell’avvocatura, ordini professionali, attori generalmente prudenti. Un’ampia area intermedia — con molte sfumature di grigio — che raramente si espone con questa nettezza.
Eppure, negli ultimi anni non sono certo mancate misure altrettanto aberranti: dalla finzione giuridica dei centri in Albania rappresentati come suolo italiano, alla moltiplicazione delle forme di trattenimento, fino alle strategie più bizzarre per limitare l’accesso alla protezione. Una lunga sequenza di provvedimenti insieme raffazzonati e crudeli, che il dibattito politico ha assorbito con discreta facilità. Perché, allora, proprio ora il governo si impantana?
Qui si intrecciano fattori che finora non si erano mai allineati. La norma oltrepassa una soglia sensibile. Non colpisce soltanto le persone migranti, ma investe direttamente la funzione dell’avvocatura. Trasforma — anche solo potenzialmente — lə difensorə in un soggetto incentivato a orientare la scelta del proprio assistito. In secondo luogo, si tratta di una misura troppo esplicita: il nesso tra denaro e rimpatrio è esibito senza mediazioni. Viene meno quella zona di opacità — almeno sul piano discorsivo — che negli anni ha reso digeribili dispositivi altrettanto violenti.
Infine, pesa la congiuntura politica. Siamo in una finestra temporale in cui, anche a seguito del referendum, l’idea dell’inevitabilità delle politiche del governo si è radicalmente incrinata. A livello internazionale, alcune delle figure simbolo dell’offensiva reazionaria — Trump in testa — attraversano difficoltà che ne riducono la capacità di dettare l’ordine del discorso. È in questo incrocio che una norma, pur molto grave ma non isolata nel panorama recente, produce una rottura ampia e diffusa.
Che fare, allora? Limitarsi a osservare, magari sghignazzando, il governo che affanna? Occorre spingere sull’acceleratore. Le mobilitazioni annunciate dai movimenti, in concomitanza con il dibattito parlamentare, possono rappresentare una leva decisiva.
La mancata conversione del decreto sarebbe un risultato eccellente, non solo per questo singolo profilo, ma per un provvedimento nel suo complesso inaccettabile. Riuscire a bloccarlo “a caldo”, dando visibilità a un movimento in crescita, capace di attivare in profondità il dibattito pubblico, costituirebbe un passaggio politico di grande rilievo.
Dimostrerebbe che è possibile incidere — e persino fermare — l’azione del governo anche sul terreno della conversione dei decreti legge: un precedente tutt’altro che secondario. Tornare a vincere sul terreno delle politiche migratorie, dopo anni passati sulla difensiva, potrebbe restituire energia, fiducia e capacità di immaginare nuovi obiettivi con coraggio e creatività.
La copertina è di wikicommon
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