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MONDO

A 50 anni dal golpe in Argentina: dati e argomenti contro il negazionismo

Appunti, note e dati per combattere il negazionismo dei crimini della dittatura, che rifiorisce sotto il governo di Milei e che persegue in modi diversi gli stessi obiettivi alla base del golpe militare del 1976, ovvero neutralizzare, disgregare e, di fatto, eliminare la crescente organizzazione operaia, la partecipazione di lavoratrici e lavoratori alla ricchezza prodotta e la trasversalità degli attori sociali con un elevato potenziale di ribellione

In questa breve nota (la brevità è sempre necessaria quando ci si riferisce a quella dittatura), ripercorriamo alcuni aspetti fondamentali della più grande tragedia politica e sociale della nostra storia recente, sia per le generazioni più giovani che per coloro i quali, perplessi di fronte a questo reflusso di negazionismo, amano andare a rivedere dati ed argomentazioni. Vale la pena ricordare che quella iniziata 50 anni fa fu soltanto l’ultima di una serie di dittature: 1930-1943, 1943-1946, 1955-1958, 1962-1963, 1966-1971, 1973, 1976-1983. Nessuna di queste ha assunto caratteristiche popolari, nè tanto meno espresso alcun tipo di vicinanza con un ragionamento anche soltanto lontanamente di sinistra. Al contrario, si è trattato sempre, senza eccezioni, di figure militari e civili, tra cui conservatori liberali, nazionalisti e neoliberisti, e in ogni caso le élite economiche (esportatori di prodotti agroalimentari, industriali e banchieri) sono stati complici. In particolare, l’ultima dittatura ha goduto del sostegno, a diversi livelli, degli Stati Uniti (nell’ambito dell’Operazione Condor portata avanti in tutta la regione) con il coinvolgimento delle sue agenzie di sicurezza e di intelligence.

Il colpo di stato del 24 marzo 1976 venne preceduto da un governo (Juan Perón e Isabel Perón) che ospitava al suo interno un gruppo paramilitare armato, l’Alleanza Anticomunista Argentina (AIA), responsabile di oltre 1.500 omicidi a sfondo politico, mentre le forze di sicurezza, già impegnate in torture, uccisioni e sparizioni, imprigionarono circa 5.000 persone per motivi ideologici. Tra il 1973 e il 1976, sono scomparse circa 900 persone, pratica che a partire dal colpo di stato divenne sistematica e diffusa. Sul piano economico e sociale, i liberali al governo (Celestino Rodrigo, Ricardo Zinn del partito UCEDE [Unione del Centro Democratico – ndt] e un giovane Pedro Pou, che sarebbe poi diventato presidente della Banca Centrale Argentina durante il secondo mandato di Carlos Menem [1995-1999 – ndt]) crearono le condizioni affinché l’ultraliberale José Alfredo Martínez de Hoz [Ministro dell’Economia durante l’ultima dittatura 1976-1981 – ndt] potesse  presentare il proprio piano a seguito del colpo di stato.

Qual era l’obiettivo principale dei militari e delle corporazioni economiche che gestivano il governo di fatto?

Dal nostro punto di vista, il loro scopo era neutralizzare, disgregare e, di fatto, eliminare la crescente organizzazione operaia, la partecipazione dei lavoratori alla ricchezza prodotta e la trasversalità degli attori sociali con un elevato potenziale di ribellione: il movimento studentesco, il movimento villero nelle baraccopoli, i sindacati, i sacerdoti della teologia della liberazione, gli scrittori, i giornalisti, il movimento femminista, il Fronte di Liberazione Omosessuale, i circoli di controcultura, e molti altri. Quello che in definitiva cercavano di sradicare dalla società erano gli effetti progressivi della serie di rivolte avvenute tra il 1968 e il 1969, la più emblematica delle quali fu il Cordobazo [rivolta di Córdoba contro la dittatura di Juan Carlos Ongania, 1966-1970 – ndt], insieme al Rosariazo, al Villazo, al Tucumanazo, al Rocazo, ecc.

In cosa consisteva il terrorismo di Stato?

Si è trattato di un piano sistematico (dimostrato a livello accademico, legale e politico) di sequestri, torture, stupri, espropriazioni, furto di neonati, omicidi e sparizioni forzate. Per metterlo in atto, furono istituiti circa 500 Centri Clandestini di Detenzione, Tortura e Sterminio (CCDTyE), dove le persone sequestrate venivano torturate per estorcere informazioni o per il perverso piacere dei torturatori. Venivano poi uccise, rilasciate o detenute “legalmente” e messe a disposizione del Potere Esecutivo Nazionale. Nella maggior parte dei casi, i corpi delle vittime venivano sepolti nei cimiteri come corpi non identificati, cremati o gettati, ancora vivi, nei fiumi o nel mare argentino. I figli delle vittime, rapiti insieme a loro o nati in cattività durante il rapimento della madre, venivano sottratti e affidati a famiglie legate all’esercito o alla polizia.

Si è trattato davvero di 30.000 persone?

Qualsiasi discussione su omicidi e sparizioni dal punto di vista meramente numerico è odiosa ed è per questo che la cifra di 30.000 funge da diga di contenimento, da punto di svolta per passare alla discussione più importante su cause, procedure, conclusioni, effetti… e, soprattutto, sull’ottenere giustizia. Tuttavia, come accade con i negazionisti antisemiti quando si riferiscono all’Olocausto, il negazionismo in Argentina insiste nel dibattere sulla cifra senza offrire alcuna soluzione in contropartita. Perché, per definizione, non esiste una cifra ufficiale, nella misura in cui sono i responsabili che dovrebbero fornire i dati (esercito, Chiesa cattolica, imprenditori, forze di polizia). Il luogo comune dei negazionisti è quello di citare la cifra rilasciata dalla CONADEP [Commissione Nazionale sulla Scomparsa delle Persone – ndt]. Questa commissione ha pubblicato un rapporto noto come “Nunca Más” [“Mai più”, pubblicato e consegnato al Presidente della Repubblica Argentina Alfons

ín nel 1984 – ndt], che è servito da base per il processo alla dittatura della Giunta Militare (1985). Il rapporto includeva resoconti su 8.960 sparizioni e identificava 340 centri di detenzione clandestini. È  chiaro che si è trattato di un’impresa tanto preziosa quanto parziale, visto che la decisione politica di perseguire i responsabili era stata già presa. Col tempo, vennero scoperti altri centri di detenzione e molti altri casi di sparizioni.

Ben oltre la pubblicazione sull’ANCLA [Agenzia di Notizie Clandestine] della famosa Lettera aperta di uno scrittore alla giunta militare di Rodolfo Walsh (che sarebbe stato ucciso il 25 marzo 1977), in cui affermava che c’erano «15.000 detenuti politici e innumerevoli morti e desaparecidos» (e siamo appena nell’agosto del 1976), o del rapporto della CADHU [Commissione Argentina per i diritti Umani – ndt] del 1977 nel quale si parlava di 20.000 sparizioni fino a quel momento, persino nel momento costituente dell’Assemblea Permanente per i Diritti Umani (APDH), la Lega per i Diritti dell’Uomo, dei Familiari dei Detenuti e degli Scomparsi per Motivi Politici e del Movimento Ecumenico per i diritti umani,  indicava 30.000 scomparsi già nel 1979.

Sarebbe  interessante fare riferimento ad altri tipi di fonti, magari più vicine ai responsabili. Il 24 marzo 2006, il giornalista Hugo Alconada Mon ha scritto sul quotidiano “La Nación” che l’esercito argentino aveva ammesso di aver ucciso e fatto sparire 22.000 persone tra il 1975 e il 1978 (ovvero, con altri cinque anni di dittatura mancanti all’appello), dopo aver avuto accesso a copie dell’Archivio di Sicurezza Nazionale dell’Università di Georgetown, dove tali informazioni erano giunte tramite Enrique Arancibia Clavel, agente della Direzione di Intelligence Cilena (DINA) a Buenos Aires. Inoltre, come racconta Juan Chazarreta nel prologo alla seconda edizione del suo libro Operación Chacabuco [il campo di concentramento di Chacabuco, costruito su una miniera di salnitro – ndt] , nel 1977 l’agente Allen “Tex” Harris, inviato dalla Casa Bianca per monitorare il piano della dittatura, arrivò all’ambasciata statunitense in Argentina.

Dopo aver esaminato a fondo i documenti forniti dagli stessi militari, dichiarò in un’intervista (“Perfil”, 20 giugno 2025) che la cifra di 30.000 è una stima abbastanza accurata dell’entità del genocidio in Argentina. Si è spinto addirittura a dire che il numero reale potrebbe raggiungere i 50.000 e ha affermato che «non si trattava di persone uccise per aver piazzato bombe, ma per le loro idee».

Inoltre, esistono altri modi per contare le vittime, raccogliendo le informazioni sparse negli oltre 500 centri di detenzione clandestini. Ad esempio, se nel cosiddetto “circuito dei campi” (a cui partecipò Roque Carlos Presti, ufficiale militare in servizio all’epoca e padre dell’attuale Ministro della Difesa) risultavano circa 5.000 persone scomparse, non è difficile immaginare che, pur considerando l’ordine di scala, il totale potrebbe facilmente superare i 30.000 detenuti scomparsi in tutto il paese. Quindi, sì, come dicono i negazionisti, la cifra è politica e simbolica, ma non perché sia “gonfiata”, al contrario: serve a stabilire una linea di demarcazione e forma parte di un consenso popolare – un numero simbolico per smettere di parlare di numeri. Per smettere di parlare di “guerra” e chiamare le cose con il nome che gli spetta: è stato un genocidio.

Genocidio o guerra?

Riguardo alla definizione di quel genocidio come “guerra”, narrazione abbracciata dai militari e adottata dagli attuali negazionisti, qual è stato il ruolo dei gruppi guerriglieri? In realtà, i Montoneros, il PRT, le FAR, le FAP [Partito Rivoluzionario dei Lavoratori, Forze Armate Rivoluzionarie, Forze Armate Peroniste – ndt], tra le tante, erano organizzazioni politiche con militanza attiva e impegno territoriale e culturale e che hanno avuto un braccio armato emerso durante le precedenti dittature.

I negazionisti di vario genere spesso giustificano quella dittatura sostenendo che alcuni dei gruppi sopra menzionati avessero mantenuto la loro strategia di guerriglia durante il breve periodo democratico successivo al ritorno di Perón nel paese. Ma l’argomentazione che tenta di legittimare i crimini della dittatura attraverso le azioni di gruppi politici armati che i militari consideravano “sovversivi” è fallace.

Questo è stato espresso dallo stesso Alto Comando dell’Esercito argentino un mese dopo il fallimento dell’operazione dell’ERP a Monte Chingolo [Esercito Rivoluzionario del Popolo, assalto avvenuto il 23-24 dicembre 1975 – ndt]: «L’attacco all’Arsenale 601 e il fallimento del tentativo dimostrano l’assoluta impotenza delle organizzazioni terroristiche rispetto alla loro presunta potenza militare (…) la sconfitta ha rivelato gravi carenze organizzative e operative che mostrano mancanza di capacità militare» (Juan Chazarreta, www.coyunturas.com.ar). La suddetta dichiarazione dell’Esercito è stata pubblicata dal quotidiano “Clarín” il 31 gennaio 197 e quello che l’Esercito stesso ammette ex-ante è che la dittatura non ha combattuto alcuna “guerriglia sovversiva”, ma piuttosto il suo obiettivo era la società civile, le persone che gli si opponevano con idee e atteggiamenti. Senza questa fallacia, l’argomentazione della guerra crolla. Ma anche se fosse stato vero che la guerriglia rappresentasse un pericolo per le guerre “cristiane” e “occidentali”, non è possibile affermare in alcun modo che ci sia stata una guerra tra uno Stato con tutte le sue forze militari e gruppi di guerriglieri composti da poche centinaia di giovani inesperti o da persone che avevano poca familiarità con le armi. Inoltre, non è solo una questione di proporzioni, ma concettualmente lo Stato ha, per definizione, la responsabilità di far rispettare la legge e proteggere i suoi cittadini, il che rende impossibile equiparare un attacco “terroristico” da parte di un gruppo militante a un piano sistematico di rapimenti, torture, stupri, omicidi, espropriazioni, sottrazione di bambini e sparizioni forzate. Nora Cortiñas lo ha affermato chiaramente: «Un crimine di Stato è il crimine dei crimini».

Quali erano i dati economici?

Dopo la visita di Friedrich von Hayek e Milton Friedman in Cile per stringere la mano al sanguinario dittatore Pinochet, divenne chiaro che i neoliberisti consideravano problematico lo stato sociale ma non lo stato di polizia. I neoliberisti e i conservatori argentini non sono da meno; pertanto, con uno stato di polizia e, diciamolo, uno stato terroristico, come sostegno, hanno attuato un sanguinoso piano di smantellamento del settore pubblico e smembramento dell’apparato produttivo. Questo programma, con alcune varianti, si è ripresentato più volte in democrazia con Menem, Macri e Milei… alla Tripla A [da Alleanza Anticomunista Argentina – ndt] é seguita la Tripla M. Un lavoro in corso dello storico e ricercatore economico Bruno Napoli è illuminante per comprendere la portata dell’inettitudine, dell’ostinazione ideologica e dell’opportunismo del progetto economico della dittatura:

Sei ministri dell’economia si sono succeduti durante gli otto mandati tra il 1976 e il 1983. Diversi studi concludono (sulla base di misurazioni dei bisogni primari insoddisfatti e di altre variabili) che tra il 1974 e il 1975 la povertà si aggirava intorno al 4%, fino alla forte svalutazione nota come “Rodrigazo”, avvenuta pochi mesi prima del colpo di stato [dal nome di Celestino Rodrigo, Ministro dell’Economia nel 1975 durante il governo di Maria Estela Peròn – ndt]. Bruno Napoli afferma che la ricostruzione dei dati da tutte le “bibliografie” disponibili indica tassi di povertà del 22% nel 1982 e di quasi il 27% nel 1983. Un altro dato interessante è che durante la dittatura nacquero circa 400 baraccopoli e che, nel contesto dell’organizzazione dei Mondiali di calcio del 1978, la politica di sgombero delle baraccopoli portò allo sfollamento di 195.577 persone (su questo tema Oscar Oszlak ha svolto un lavoro approfondito).

Per quanto riguarda l’inflazione (indicatore sensibile per misurare la povertà), il piano di Jose Gelbart [Ministro dell’Economia 1973-1974 sotto Perón – ndt] era riuscito a ridurla al 20% annuo, ma dopo la crisi petrolifera e il Rodrigazo, risalì al 180% e continuò ad aumentare. La dittatura ereditò quindi una forte inflazione ma non fece altro che subire fluttuazioni nel pieno di un brutale processo di aggiustamento, raggiungendo addirittura il 443% annuo nel 1983. L’espropriazione delle imprese e la corruzione economica, così come la finanziarizzazione dell’economia (compreso un lucroso carry trade [pratica speculativa di compravendita di valute nazionali – ndt], simile a quello di Luis Caputo oggi [Ministro dell’Economia del governo Milei ed ex Presidente della Banca Centrale Argentina – ndt]) furono caratteristiche decisive di quel periodo.

La crescita del debito estero fu il prodotto della politica economica, illegittima perché attuata da un governo dittatoriale, della corruzione dilagante e della nazionalizzazione dei debiti del settore privato (gruppi collaborazionisti come Socma di proprietà della famiglia Macri, Bridas di proprietà della famiglia Bulgheroni, Techint, Pérez Companc, Ford, Impsa, Fiat e altri): il debito lordo aumentò da 7,899 miliardi di dollari a 45,946 miliardi di dollari. Il Fondo Monetario Internazionale, che ha iniziato ad includere l’Argentina tra i suoi membri dopo il colpo di stato del 1955, sottoscrisse sette accordi con la dittatura. Inoltre, tra le leggi ancora in vigore emanate dal regime genocida, la Legge sugli Enti Finanziari (21.526, del 1977) è, forse, la più attuale e sintomatica di una trasformazione della struttura economica del nostro Paese che nessun governo ha osato affrontare.

Oggi e domani

Il governo di Milei e Villarruel (parente di complici del genocidio), con la Fondazione Faro guidata da Agustín Laje, che ha celebrato pubblicamente i crimini della dittatura, e con il sostegno di Patricia Bullrich, accusata durante la campagna dallo stesso Milei di «piazzare bombe negli asili» (e accusata all’epoca dagli attivisti di operare come agente dei servizi segreti), e l’inestimabile complicità, ancora una volta, delle élite economiche, danno voce istituzionale e possibilità di esercitare pressioni politiche al negazionismo. Un’altra forma di negazionismo che tende a essere confusa con un certo fastidio o pigrizia nei confronti della nostra storia è quella che insiste sul fatto che dobbiamo lasciarci alle spalle ciò che è accaduto, che appartiene al passato e non ha nulla a che vedere con il presente.

Di fronte a questo è necessario chiedersi: quegli anni sono davvero rimasti nel passato? In un certo senso, si può dire che quello che è successo appartiene a una situazione con le sue regole e particolarità, una situazione che non è più la nostra. Ma al tempo stesso, nessuno ha l’autorità nè la certezza di affermare che quanto accaduto non stia succedendo di nuovo.

Da un lato, gli effetti di quella catastrofe umanitaria, istituzionale, economica e sociale si fanno ancora sentire a vari livelli, ma soprattutto, la scomparsa è una situazione unica che impedisce la ritualizzazione della fine di quelle vite, del loro lutto e del loro addio, della loro iscrizione nella storia come qualsiasi altra vita. Per questo Hebe de Bonafini, insieme alle altre Madri di Plaza de Mayo, ha chiesto con tanta lucidità «il loro ritorno in vita», perché era un modo per ribaltare il concetto di desaparecido, per ripagare lo Stato con la stessa moneta: se sono scomparsi, è responsabilità dello Stato indicare dove si trovano e in che condizioni; se sono stati assassinati, è responsabilità dello Stato segnalare il luogo in cui si trovano i loro corpi. Finché ci saranno “desaparecidos”, quella dittatura non avrà cessato di esistere. É nostro compito riconoscerlo, prendere in mano il nodo gordiano della nostra storia recente, raccogliere la fiaccola delle Madri di Plaza de Mayo seguendo il loro esempio: ricerca della giustizia,  costruzione di reti di solidarietà, capacità di trasformare il dolore in un grande dialogo pubblico e monito contro il pericolo dell’istituzionalizzazione della violenza. Le Madri di Plaza de Mayo sono una nuova istituzione, la cui legittimità non deriva dallo Stato che, di fatto, hanno combattuto nella sua forma peggiore (Stato terrorista), ma dalla pratica etica, dalla saggia pazienza e dalla ricerca della giustizia condivisa con tutta la società.

*L’autore è saggista, docente e ricercatore (UNPAZ, UNA), membro del Gruppo di Studi Sociali e Filosofici (IIGG-UBA) e dell’Istituto di Studi e Formazione della CTA Autonoma. e co-direttore di Red Editorial.

Articolo pubblicato originariamente su Tiempo Argentino. Traduzione in italiano di Michele Fazioli per DINAMOpress.

Immagine di copertina di Laura Gimenez

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