approfondimenti
ITALIA
Compagnə per il No: dieci ragioni per non restare alla finestra
Una parte dei movimenti e del pensiero critico guarda al referendum sulla giustizia con scetticismo o distanza. Questo testo prova a prendere sul serie le ragioni della diffidenza. Dieci blocchi politici e dieci ragioni per non restare alla finestra
Una parte rilevante dei movimenti è molto attiva nella campagna referendaria: discute, prende posizione, costruisce argomentazioni e iniziative, si mobilita. Non è un fronte compatto, ma è un pezzo ampio e variegato, che considera il referendum un passaggio decisivo in questa congiuntura.
C’è invece un’altra parte del pensiero critico e dell’attivismo radicale che guarda a questo referendum con maggiore distanza. Non per disinteresse o superficialità, ma per ragioni politiche precise: diffidenza nei confronti della magistratura maturata in esperienze dirette o indirette di repressione, critica strutturale alle istituzioni in quanto tali, cultura dell’astensione come gesto politico, percezione che si tratti di uno scontro interno alle élite.
La scelta di non votare al referendum è, in questa fase, probabilmente minoritaria anche dentro i circuiti più radicali. Molto più ampia è l’area di chi andrà a votare, ma senza investire energie nella campagna, senza farne un terreno di iniziativa, senza considerarlo un passaggio decisivo. Non è un fronte dell’astensione militante, quanto piuttosto una zona grigia di disimpegno relativo: magari partecipazione individuale, ma assenza di mobilitazione collettiva.
È utile prendere sul serio le ragioni di questa doppia distanza – incarnata da chi non andrà a votare e da chi esprimerà la propria preferenza per il No, senza però attivarsi nella campagna referendaria. Non si tratta di richiamare genericamente alla partecipazione, né di un invito moralistico al voto o alla mobilitazione elettorale. Si tratta di interrogarsi, nel complesso, sulla posta in gioco.
Questo testo è costruito a partire dai principali “blocchi” che rendono difficile, per una parte del mondo radicale, investire nel referendum. Per blocchi non si intendono errori o mancanze, ma dispositivi politici e culturali: cornici interpretative, abitudini militanti, priorità strategiche che producono distanza ed esitazione.
Per ciascun blocco abbiamo provato a fare due operazioni: mettere a fuoco il funzionamento e poi aprire una possibile linea di riarticolazione, un diverso criterio di valutazione che consenta di leggere il voto al referendum non come adesione allo status quo, ma come intervento situato dentro un conflitto più ampio.
L’obiettivo non è chiudere il dibattito, ma riaprirlo. Se la mobilitazione per il “No” è un terreno imperfetto, resta comunque uno snodo politico decisivo. E decidere se e come attraversarlo è una scelta che riguarda anche chi non smette di pensare alla trasformazione in termini radicali.
1. Percezione di scarsa incidenza concreta dell’esito referendario
Come opera il blocco
Nel caso del referendum sulla giustizia, moltə attivistə percepiscono i quesiti come aggiustamenti tecnici interni al sistema, non come cambiamenti capaci di incidere sui rapporti di forza reali. Se la diagnosi è strutturale – giustizia come apparato statale classista e repressivo – allora ogni modifica dell’impianto generale è percepita come un dettaglio che non cambia il quadro generale.
Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione
Si può superare questa percezione cambiando il criterio con cui si misura l’incidenza. Nel merito del referendum sulla giustizia, la domanda non è se i quesiti trasformino radicalmente il sistema giudiziario, ma quali effetti produce la riforma promossa dal governo negli equilibri tra magistratura, esecutivo e Parlamento. Rafforzano o riducono l’autonomia e il controllo reciproco tra poteri? In una fase segnata dalla torsione autoritaria del governo Meloni, l’esito del voto assume un significato politico generale. Una vittoria del No rappresenterebbe un limite concreto all’offensiva dell’esecutivo.
2. Cultura dell’astensione
Come opera il blocco
Per una parte dell’attivismo critico, l’astensione – o il disimpegno nella campagna elettorale – sono una chiara posizione politica. Non votare significa rifiutare il perimetro istituzionale dato, non legittimare un campo di gioco definito dall’alto, non ridurre la politica a un sì/no espresso dentro l’ordine esistente. In questa prospettiva, partecipare al referendum appare come un atto di integrazione nel sistema che si contesta.
Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione
L’astensione può avere un valore politico, ma non sempre produce effetti misurabili. Partecipare a un referendum non implica accettare integralmente il quadro istituzionale: può essere una scelta tattica dentro un terreno dato, per incidere su un passaggio specifico, in una congiuntura determinata. In questa chiave, il voto non sostituisce la critica radicale, ma consente di tutelare – qui e ora – lo spazio politico in cui possono svilupparsi i movimenti reali.
3. Sensazione che sia una battaglia interna alle élite
Come opera il blocco
Il referendum sulla giustizia può essere percepito come uno scontro tra pezzi di classe dirigente: politica contro magistratura, correnti contro correnti, partiti contro corporazioni. In questa lettura, la posta in gioco non riguarda direttamente le condizioni materiali delle persone o i diritti sociali, ma equilibri interni ai vertici dello Stato. Per chi ha una sensibilità di movimento o una postura radicalmente critica, schierarsi in una contesa tra poteri può essere molto difficile. Questo produce distanza e disimpegno.
Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione
Si può superare questa percezione spostando lo sguardo dagli attori in campo agli effetti delle scelte. Anche quando un conflitto è compiutamente istituzionale, le sue conseguenze ricadono sull’equilibrio complessivo dei poteri e quindi sulla società nel suo insieme. Il punto non è schierarsi con un’élite contro un’altra, ma interrogarsi su quale configurazione istituzionale produca più controllo, più concentrazione di potere, più repressione. In questa prospettiva, favorire la vittoria del No significa incidere su regole che non restano confinate “in alto”, ma definiscono il contesto in cui si sviluppano anche i conflitti sociali.
4. Complessità tecnica dei quesiti
Come opera il blocco
I referendum sulla giustizia intervengono su materie complesse. Per moltə attivistə, che non sono giuristə e non vivono quotidianamente il diritto, il contenuto può risultare opaco, difficile da decifrare senza tempo di studio. Quando non si ha la percezione di comprendere pienamente le conseguenze di una scelta, la prudenza può tradursi in disimpegno. La complessità tecnica diventa così una barriera all’ingaggio politico.
Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione (chiave autodifesa)
È possibile trasformare il referendum in un territorio di intervento politico generale, dentro e oltre il suo contenuto puntuale. In molte stagioni politiche, i referendum sono stati leve per la trasformazione radicale della società. Anche nell’attuale quadro istituzionale, l’occasione è irripetibile: l’affermazione del No configurerebbe un deciso stop all’azione del governo e determinerebbe condizioni politiche complessive potenzialmente favorevoli ai movimenti.
5. Altre priorità politiche
Come opera il blocco
Moltə attivistə oggi sono immersə in vertenze percepite come urgenti: regime globale di guerra, violenza di genere, lavoro precario, catastrofe ambientale e climatica. In questo quadro, il referendum sulla giustizia può apparire distante dalle emergenze quotidiane e meno mobilitante rispetto a conflitti che toccano direttamente le condizioni materiali e le forme di vita. Poiché il tempo e l’energia militante sono limitati, si tende a investire dove l’impatto sembra più immediato e visibile. Il risultato non è disinteresse, ma la formulazione di una precisa gerarchia delle priorità.
Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione
L’organizzazione della giustizia non è un tema separato dalle altre priorità, ma un’infrastruttura che le attraversa tutte. Le regole che disciplinano poteri, garanzie e discrezionalità incidono anche sulle specifiche tematiche oggetto dell’azione militante. Non si tratta di spostare l’attenzione dalle vertenze concrete a un piano più astratto, ma di riconoscere che il contesto giuridico condiziona il modo in cui i conflitti si sviluppano. In questa chiave, il referendum non compete con le altre priorità politiche: le interseca. Partecipare diventa allora un modo per incidere sul quadro generale dentro cui le lotte prendono forma.
6. Timore di contribuire alla difesa dello status quo
Come opera il blocco
Una parte dell’attivismo radicale teme che partecipare al referendum significhi oggettivamente difendere l’assetto esistente. Se la magistratura e il sistema giudiziario vengono letti come parte di un ordine che produce disuguaglianza e repressione selettiva, allora la mobilitazione per tutelare gli attuali assetti istituzionali può sembrare una presa di posizione difensiva. Questo genera un cortocircuito identitario: per chi si immagina come forza di trasformazione, il rischio è quello di autopercepirsi come conservatorə.
Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione
Talvolta, come in questa congiuntura, la posta in gioco è evitare uno spostamento degli equilibri in una direzione peggiorativa. Il criterio per valutare l’azione è situato: quale assetto rafforza maggiormente le garanzie, quale riduce gli spazi di discrezionalità, quale incide sui rapporti tra poteri in conflitto? In questa prospettiva, partecipare non significa santificare lo status quo, ma intervenire dentro una dinamica reale per ostacolare le traiettorie autoritarie del governo. Anche una posizione difensiva, in certe fasi, può essere parte di una strategia più ampia di trasformazione.
7. Distanza politica e culturale dalla narrazione dominante della campagna referendaria
Come opera il blocco
Una parte dellə attivistə può non riconoscersi nel linguaggio, nei testimonial e nelle categorie con cui viene raccontato il referendum sulla giustizia. La campagna referendaria ha spesso i toni da legalismo astratto o è promossa da figure politiche percepite come molto distanti. Il frame comunicativo può risultare estraneo, poco radicato nelle esperienze di conflitto e nelle sensibilità dei movimenti. Questa non-identificazione riduce l’ingaggio.
Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione
Anche se la narrazione dominante nella campagna referendaria non parla il linguaggio dei movimenti, la posta in gioco resta del tutto materiale. Separare le ragioni del No dai volti e dalle retoriche che lo rappresentano consente di riappropriarsi del tema – anche da un punto di vista critico. Inoltre, costruire una narrazione autonoma – con parole, posture e priorità proprie – permette di non subire il frame altrui, ma di intervenire nel dibattito pubblico con le proprie categorie politiche, anche dal taglio radicale.
8. Sfiducia verso la magistratura
Come opera il blocco
Una parte dell’attivismo guarda alla magistratura non come contropotere neutrale, ma come parte integrante dell’apparato statale. Repressione dei movimenti, uso selettivo dell’azione penale, disparità di trattamento tra conflitto sociale e reati delle élites alimentano una diffidenza strutturale. In questo quadro, mobilitarsi su un referendum che riguarda l’assetto della giustizia può apparire come una difesa corporativa o come un’idealizzazione di un potere che non viene percepito come alleato.
Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione
Si può distinguere tra giudizio sull’operato concreto della magistratura e valutazione degli assetti istituzionali che ne regolano autonomia, equilibrio e responsabilità. Anche senza alcuna idealizzazione, una magistratura meno indipendente è un grosso problema anche i movimenti sociali. Il punto non è difendere una corporazione, ma interrogarsi su quale configurazione istituzionale, tra le opzioni attualmente in campo, produca minori concentrazioni di potere.
9. Tendenza a privilegiare pratiche di conflitto sociale
Come opera il blocco
Per moltə attivistə, la trasformazione della società si può dare unicamente dal conflitto organizzato e dalla pressione dal basso. Il voto al referendum, soprattutto su questioni tecniche come quelle relative alla giustizia, può apparire come un terreno secondario, addomesticato, poco incisivo rispetto alla forza di uno sciopero o di una mobilitazione di massa. In questa cultura politica, l’istituzione è spesso vista come strumento di gestione dell’esistente, mentre il cambiamento reale viene associato alla rottura e al conflitto. Ne deriva una svalutazione preventiva dello strumento referendario.
Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione
Il conflitto, anche il più radicale, non si svolge nel vuoto, ma dentro un quadro di regole che può essere più o meno favorevole. Intervenire su quel quadro generale non significa sostituire la mobilitazione, ma incidere sulle condizioni dentro cui essa si sviluppa. Inoltre, partecipare a un referendum può essere una modalità per ampliare il discorso pubblico, portando nel dibattito istituzionale temi e sensibilità maturate nei movimenti. Non un’alternativa alla piazza, ma un’estensione del terreno dell’iniziativa politica.
10. Fatica militante e saturazione politica
Come opera il blocco
Negli ultimi anni moltə attivistə hanno attraversato una sequenza continua di emergenze, campagne, mobilitazioni e conflitti. Questa esposizione prolungata produce stanchezza, sovraccarico, talvolta disillusione. Un referendum percepito come tecnico o distante rischia di non superare la soglia di attenzione. Quando la saturazione è elevata, l’asticella per attivarsi si alza ulteriormente e si tende a concentrare le forze su ciò che appare più prossimo o identitario.
Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione
Si può riaprire lo spazio dell’attivazione se il referendum viene letto come un’azione a basso costo e potenzialmente ad alta resa: un passaggio circoscritto che, senza sostituire le lotte ma intersecandosi ad esse, può incidere sul contesto politico generale e mettere chiaramente in difficoltà il governo. In questa chiave, partecipare non significa “fare una campagna totale”, ma scegliere un obiettivo realistico e misurabile dentro un calendario breve, integrandolo nelle pratiche già esistenti.
La copertina è di Marta D’Avanzo (DinamoPress)
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