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La grande ammuina

Sotto il torpore festivo al volgere d’anno la palude italica non cessa di gorgogliare. Le piccole manovre di renziani e non-renziani dentro il Pd, il galleggiamento delle istituzioni e la distrazione di massa sui migranti

Privato della delega ai Servizi, l’infido ex-Lothar dalemiano Minniti (quello che “risolse” il caso Ocalan gettandola in bocca ai turchi) si rifà alla grande scatenando una campagna contro i migranti “clandestini”, ovvero resi tali dal combinato disposto di una legislazione nazionale ed europea assurda sui flussi e sul diritto d’asilo e dalle esigenze del mercato nero del lavoro.

Diciamo subito che si tratta di un’ammuina, inefficace rispetto agli obbiettivi proclamati, ma di un’odiosa ammuina perché legittima istituti nefasti e illegali come i Cie e scatena un’ondata di xenofobia e razzismo che copre altri e ben più gravi problemi del momento, a cominciare dalla crisi bancaria e occupazionale. La collaudata tecnica del capro espiatorio, in “felice” congiunzione con l’allarme terrorismo e la caccia all’islamico.

La presa di possesso del nuovo per quanto dimidiato incarico ha spinto il ministro a iniziative demagogiche che però hanno una base ben precisa, la vigente legge Bossi-Fini (per quanto il riferimento più diretto sia la beneamata Turco-Napolitano che ne aveva gettato le basi) e la riluttanza governativa ad abolire il reato di clandestinità, in pratica la discriminazione fra migranti “buoni”, titolari di diritto d’asilo o “sanati” sul mercato del lavoro, e migranti “cattivi”, spinti alla fuga da banali ragioni economiche come la volontà di non morire di fame a casa loro. Fin quando le frontiere aperte avevano consentito di aggirare le clausole-capestro del Trattato di Dublino (accettato da tutte le maggioranze susseguitesi negli ultimi anni), la situazione era stata risolta facilitando il transito dei rifugiati verso paesi più attraenti, ora che l’Europa va in pezzi e si rinserra dietro il filo spinato, l’italica generosità viene meno e si tenta la complicata strada delle espulsioni, con la riserva mentale di smobilitare la macchina dei soccorsi in mare. Così Babbo Natale ci ha portato la narrazione dei respingimenti, metà bufala e metà canagliata simbolica. La tragedia nel disastrato Cpa di Cona ne è stato il primo effetto, con immancabile corredo di cooperative impreparate e già indagate. Un paio di giorni dopo la riconferma a sottosegretario, da parte del conte Paolo, dell’eroe del Cara di Mineo, Castiglione.

Non a caso è scoppiato in contemporanea il casino anche intorno all’altro pilastro dell’economia italiota: i voucher. Qui sono venuti al pettine due grovigli: il fallimento del JobsAct, che ha spostato verso il basso (i voucher) tutte le figure a termine che avrebbero dovuto essere riassorbite dai contratti a tutela crescente – in rapidissima decrescita dopo l’esaurimento degli incentivi – e la minaccia di un referendum di abolizione, che farebbe saltare buona parte delle famose riforme polettiane del mercato del lavoro. La maggioranza di governo è subito corsa ai ripari, dopo che la Cassazione ha convalidato le firme raccolte dalla Cgil, su un triplice piano: pressioni sfacciate sulla Corte costituzionale perché non autorizzi almeno il quesito sull’art. 18 (ormai di scarso rilievo effettivo, ma di alto significato simbolico), modifiche marginali sull’uso dei voucher per sottrarli al referendum, infine il bazooka delle elezioni anticipate in estate per fare slittare il tutto di un anno. In questo modo l’iniziativa Cgil (per molti aspetti inadeguata e meramente difensiva) viene a inserirsi rumorosamente nella disputa sui tempi delle elezioni e della durata del governo Gentiloni. Governo che, pur essendo una scandalosa fotocopia della precedente compagine renziana (compresi Lotti, Boschi, Poletti, Lorenzin e l’indagato Castiglione di cui sopra), è un elemento di contraddizione con la corsa alle urne, vincolato com’è a urgenti scadenze economiche e internazionali e sotto sotto desideroso di durare fino alla naturale scadenza nel 2018, secondo i palesi desideri del presidente Mattarella.

Chi vuole precipitarsi a votare? La destra-destra di Salvini e Meloni, che vogliono riscuotere la loro parte di vittoria referendaria e l’irresponsabile allarme migranti scatenato da Minniti, e Renzi, che teme di scomparire nell’oblio nel suo esilio di Pontassieve, dove rosica e spinge il carrello al supermercato invece di studiare i classici e ingaglioffarsi nelle osterie come Machiavelli a San Casciano.

Chi sta facendo melina per ritardare il voto e spostarlo verso il 2018? Berlusconi, che vuole evitare una leadership populista concorrente e salvaguardare i compromessi interessi aziendali, buona parte del Pd che teme un disastro elettorale dopo il fiasco del 4 dicembre ed è terrorizzato dall’avventurismo di Renzi, disposto a sfasciare tutto pur di risalire in sella, deputati e senatori incollati a poltrone e vitalizi, l’apparato amministrativo che paventa le vendette e le nuove nomine del Rottamatore Rottamato.

Anche qualche fautore del voto anticipato lo è per finta o pone condizioni impossibili per apparire sicuro di sé e rinviare il confronto, fiduciosi che tanto Mattarella vuole una discussione seria e “lunga” sulla legge elettorale prima di assumersi la responsabilità di sciogliere le Camere. I renziani-non-renziani del Pd, in primo luogo e compreso il conte Paolo, ma anche il M56s, affaccendato nei propri codici interni di comportamento e nelle crociate dell’Alto Passero contro i media disinformanti.

Essendo il voto alternativo alla tenuta di un referendum, il cui esito probabile sarebbe di demolire ancor più l’edificio leopoldino, si capisce che molti interessi vanno coagulandosi intorno alla linea “calma e gesso”. Inoltre un’altra interminabile campagna elettorale appare ai più avveduti devastante per la gestione dello stato e dell’economia nel pieno di una crisi e con le incognite del cambio di marcia Usa e delle consultazioni in Francia e Germania.

Sotto i soporiferi auspici di Mattarella i media nazionali intonano all’unisono il salmo della coesione e dell’unità costruttiva, dopo lo sfibrante delirio divisivo del referendum. A Renzi si consiglia di “saltare un turno” (contando sul crollo del suo presenzialismo senza contenuto) e i petali del giglio magico sono sfrondati senza pietà e senza memoria di passate adulazioni. Al di là della vomitevole ipocrisia giornalistica e delle decisioni che prenderà Renzi e il divergente gruppo dirigente del Pd, traspare il timor panico di una riapertura delle lotte, di un loro eccesso sulla semplice protesta delle schede.

Quando cominciano i licenziamenti e serrano gli sportelli bancari c’è un salto di qualità rispetto alla percezione individuale della difficoltà di trovare un lavoro o della perdita del potere d’acquisto della propria retribuzione o dell’inaccessibilità delle prestazioni sanitarie. Lo scioperante e l’incazzato per strada potrebbero sostituire Napalm 51 e il cittadino uno vale uno. Le forme di lotta sono plastiche, si adattano a situazioni e composizioni di classe molto diverse.

Chi parla di coesione vede arrivare la bufera, chi parla di ricostruzione sente crollare la casa mal tenuta.

Il 2017 annuncia forse tempi interessanti.

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