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La coerenza del governo italiano

La politica estera e quella interna sono due facce della stessa medaglia. E ci stanno trascinando verso la barbarie.

Chi passa la sua vita professionale a occuparsi del mondo – preferendo la lettura del Guardian a Repubblica e quella di Al Jazeera al Corsera – a volte perde il senso di quanto avviene in casa sua. Capita così di giudicare gli eventi nostrani da semplice cittadino o di leggerli attraverso il modo in cui gli altri ci guardano. Ciò, per fortuna, non fa smettere l'indignazione e condanna ma relega tra i semplici osservatori di un fatto grave – la costruzione di una frontiera nel Mediterraneo ad esempio – che pure ha dimensioni non solo italiane ma europee, dunque globali. So poco dunque, se non per sommarie letture, della politica che il governo Gentiloni - attraverso il suo nuovo uomo forte, il ministro Minniti - sta mettendo in pratica nei confronti di chi cerca un rifugio – dalla guerra o dalla povertà poco importa – sulle nostre amate sponde. So abbastanza però per indignarmi nell’assistere alla negazione dei diritti elementari, all'espulsione verso terre dove la tortura è pratica quotidiana e alla negazione del primo dei principi dell’intervento umanitario: la neutralità, che le Ong hanno disperatamente tentato di difendere. So assai di più della questione rohingya, una minoranza musulmana senza diritti nel Paese della compassione buddista, il Myanmar. E mi son chiesto come mai il mio governo non abbia preso posizione sull’espulsione da quel Paese di quasi 300mila rohingya in due settimane (i morti potrebbero essere già 3mila). Una volta, ci sarebbe stata almeno una nota di Palazzo Chigi o della Farnesina che avrebbe espresso quantomeno “preoccupazione”. Ma oggi? Niente, silenzio totale. E senza nessun imbarazzo. Perché?

Le cose in realtà si ricongiungono in maniera evidente. Sono le due facce di una stessa medaglia. Se caccio chi cerca di arrivare nel mio Paese, se affido la gestione di migliaia di vite umane che mi chiedono aiuto ai trafficanti libici, se vieto alle organizzazioni umanitarie di salvare vite, se esigo che sulle loro navi ci siano guardie armate, come posso poi esprimere “preoccupazione” per quanto avviene in quei Paesi lontani dove i diritti umani – abbiamo spesso tuonato con sussiegosa superiorità - vengono quotidianamente calpestati? Se io, nella patria di Beccaria e nel continente che ha partorito Rousseau, spingo chi mi chiede aiuto in un campo di concentramento, come posso condannare chi, in Myanmar, fa la stessa cosa? La politica interna e quella estera vanno a braccetto. L’una è il riflesso dell’altra. E dunque è sciocco aspettarsi che il mio Paese si comporti da ipocrita: condannando chi agisce in Asia – con le dovute differenze – nello stesso modo in cui l’Italia si comporta nei mari dell’Europa.

Stiamo facendo una marcia indietro così rapida su quelle che abbiamo sempre considerato conquiste di civiltà, che presto verremo precipitati nella barbarie senza accorgercene, se già non ci siamo. E non c’è peggior barbarie che girare la faccia dall’altra parte, si tratti dell’Oceano indiano o del Mediterraneo.

 

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