ROMA

La battaglia dei muri. A Roma torna la scritta “Nè pubblico, nè privato: Comune”

Oggi la politica si fa sui muri: dopo Blu a Bologna, i movimenti a Roma. Potenza di una scritta a Porta Maggiore, a due passi dal quartiere San Lorenzo. Sussulto di vita, urlo di battaglia lo slogan è un simbolo per Roma. È stato cancellato sabato scorso dal movimento delle spugnette “Retake”. Con un blitz i movimenti l’hanno riscritto: nello stesso punto e molto più grande.
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La scritta in bianco “Né pubblico, né privato: Comune” ha campeggiato dal 13 dicembre 2014 in piazza di Porta Maggiore a Roma, a pochi metri da un piccolo ponte ferroviario. Pochi metri per entrare nel quartiere di San Lorenzo. Il quartiere degli studenti, dei movimenti. Una storia politica dagli anni Settanta, più di recente ravvivata dai movimenti per i beni comuni a cui era ispirata la scritta. Comune, non è il municipio. Comune è una pratica: la creazione di una comunanza, di autogoverno. La prospettiva di una rivoluzione. Come slogan, un sussulto a caratteri cubitali. Gli attivisti della “Libera Repubblica di San Lorenzo”, composta dagli spazi occupati e non di San Lorenzo, ne andavano fieri.

Nelle ore in cui esplodeva il caso devastante di “Mafia Capitale”, è diventato il segno di un’altra città. Sognata, ma reale. Mentre il pubblico viene privatizzato e quello che resta non funziona – per i tagli, oltre che per un deliberato progetto e incapacità – i servizi pubblici essenziali vanno in malora, aumenta il malcontento, la vita diventa impossibile. E tuttavia – questo testimoniava la scritta – c’era chi in città resiste e pratica nel piccolo un’altra idea di Roma. Esprime il suo diritto alla città. Un’idea semplice e bellissima

Fieri, gli abitanti di San Lorenzo, sono anche di un’altra scritta “Onore ai partigiani” che campeggia dalla parte opposta del quartiere, sotto la rampa della tangenziale Est, un mostro che attraversa una parte del Prenestino. “Onore ai partigiani” è la scritta che i fascisti, talvolta, prima del 25 aprile, provano a cancellare. Ed è sempre la scritta che viene riscritta all’alba del 25 aprile. Che a Roma, come a Milano, fa vibrare i polsi, mette i brividi. Roma è città antifascista, la sua memoria è viva, costruisce ancora cittadinanza. Ed è una città del produrre il “comune”.

La scritta “Né pubblico, né privato: Comune” è stata cancellata sabato scorso dai volontari di Retake. Quel giorno vestivano con le pettorine, brandivano spugnette e spazzoloni, hanno passato una mano di vernice sul muro. Restituendo, a loro avviso, il “decoro” a questo angolo trafficatissimo tra un ponte oscurato dai gas di scarico delle macchine e un arco di un vecchio acquedotto decapitato dalla marea di cemento che sovrasta i binari che portano alla stazione Termini. Simbolicamente, devastante. Perché le città sono anche fatte di simboli: cancellarne uno, significa fare crollare un tessuto, una memoria, un desiderio di una sua parte. Per il movimento montante del “decoro urbano” non ci sono simboli: solo sporcizia. E invece di rimuovere solo cicche di sigarette, escrementi, sacchetti di immondizia, hanno cancellato un sussulto di vita. Ai più non è sfuggito un dettaglio: la cancellazione ha un significato politico. Coincide con la prospettiva di chi vuole normalizzare la città. Passare una mano di grigio sul grigiore di amministratori professionisti e commissari di città.

Martedì sera “Né pubblico, né privato: Comune” è tornato. Dopo tanto cancellare, un altro segno di vita. “Ciò che è comune non si cancella” sostengono gli attivisti dei movimenti romani che hanno definito la loro azione come un’azione di “recommoning”: ricreazione del Comune, che non è il municipio, ma un principio politico. Oggi, in Italia, i muri delle città parlano. Anzi gridano. Sia quando Blu cancella il suo capolavoro dalla parete del centro sociale bolognese XM24, come atto di protesta contro la mercificazione della street art in una mostra e le politiche di repressione contro i movimenti sociali. Sia quando le scritte tornano sui muri e testimoniano l’esistenza di un’alternativa. In questo caso all’ideologia del decoro, alla corruzione sistemica, al blocco totale della politica e della società.

“Quella scritta abbiamo deciso di rifarla – scrivono in un comunicato gli attivisti – perché di fronte all’azione di retakers intenzionati – come dice il loro nome – a prendersi ciò che è nostro, per confinarlo nei recinti della valorizzazione urbana dei “murales legali” o per ridurlo nuovamente a superficie bianca ed asettica, noi continuiamo e continueremo a produrre comunemente una città che invece di scacciarci ci somigli. È un’azione di re-commoning, perchè questo al contrario loro è quello che facciamo: rendere di tutti, e visibile a tutti, quello che altri vogliono recintare e saccheggiare, per poter vivere in una città più bella e più libera. E dove la decisione su come debba essere, fin nei suoi muri e nelle sue strade, sia per l’appunto né pubblica né privata, ma comune”.

L’azione prepara la manifestazione cittadina di sabato 19 marzo quando, per la prima volta da tempo immemorabile, tutti i movimenti romani saranno in piazza con sindacati di base (Usb) e associazioni per contestare le privatizzazioni, l’ideologia del decoro, la privatizzazione annunciata degli asili nido, le lettere di sgombero a centri sociali e associazioni, gli sfratti che continuano per tutti, a cominciare dai morosi incolpevoli. La proposta è quella di ridiscutere il diritto alla città partendo da una carta dei diritti che in queste settimane ha fatto il giro dei quartieri della capitale. Come si chiamerà questa carta? Né pubblico, Nè Privato: Comune è un buon titolo.

*Fonte: ilmanifesto