OPINIONI

Una Meloni di bosco e di sgoverno

Con la sua relazione parlamentare sulla guerra e sull’Europa Meloni ha reso evidenti le difficoltà in cui si è venuta a trovare per le decisioni non concordate di Trump e il fallimento delle sue mal riposte ambizioni di pontiera. Non ha rinunciato peraltro a esternazioni odiose su migranti e giudici

Incuriosito dal dilemma meloniano fra “non condividere” e “non condannare” mi sono messo con grandi aspettative ad ascoltare l’integrale delle dichiarazioni al Senato dell’amletica Giorgia, che prometteva di sciogliere ogni dubbio sulla guerra e la strategia Ue. Invece per tre quarti dell’intervento una noia letale. Giorgia ha letto senza faccette e con voce monotona e non pochi inciampi il suo compitino, senza mai nominare Trump e Netanyahu e deprecando soprattutto le aggressioni iraniane agli stati del Golfo (non menzionando che erano una risposta ai bombardamenti). Ci ha risparmiato in quella sede, vero, la famiglia nel bosco, ma non che la vera aggressione e il vero pericolo è il fronte sud, cioè l’immigrazione di stupratori e assassini che lei cerca di bloccare e deviare su hub extra-Ue, malgrado l’incredibile sabotaggio dei giudici (ma perché semplicemente non li fa arrestare, se hanno compiuto tali crimini?). E qui si è animata, ha smesso di leggere gli appunti e i deputati del suo schieramento hanno applaudito, si sono alzati in piedi e insomma l’emiciclo si è acceso di sacro fuoco, mentre i deputati dell’opposizione «scuotevano la testa» (resoconto di “Repubblica”).

Il filo del discorso

Nella sostanza, cosa ha argomentato Meloni?

Che la guerra in Medio Oriente è «una crisi complessa, che ci impone di agire con lucidità e serietà» e richiede uno spirito costruttivo e di coesione, sottraendo la discussione a una polarizzazione politica «che non aiuta nessuno a ragionare con profondità». L’Italia non è isolata né «complice di decisioni altrui», ma agisce «in stretto raccordo con i partner europei e in contatto costante con i leader del Medio Oriente e del Golfo, utilizzando tutti gli strumenti disponibili: diplomatici, militari, di sicurezza e di politica economica». Questa rappresentazione fantastica è il corrispettivo del silenzio sulle responsabilità di Usa e Israele e sul caos dell’Ue e in primo luogo della sua amica Ursula. Dalla coesione si passa immediatamente, non senza un riferimento democristiano a Draghi, all’appello all’unità nazionale intesa non come strategia politica ma come «sapersi compattare attorno alla difesa dei propri interessi nazionali» – proprio come non si era fatto accettando supinamente e in ordine sparso i dazi di Trump.

Meloni constata poi, rigorosamente senza indicarne i responsabili attuali né condannare la cosa, che «siamo di fronte a una evidente crisi del diritto internazionale e degli organismi multilaterali, e al venir meno di un ordine mondiale condiviso». Un processo iniziato da tempo ma le cui tappe decisive sono state l’invasione dell’Ucraina del febbraio 2022 e il pogrom del 7 ottobre. La colpa, insomma, è di Putin e Hamas. Per il Libano la colpa è scaricata su Hezbollah.

Comunque l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano e la sua inaccettabile pretesa di procurarsi missili e ordigni nucleari (come appunto Usa e Israele) è un intervento al quale l’Italia non prende parte e non intende prendere parte.

Posizione che sarà ribadita qualche giorno dopo dal Consiglio supremo di difesa, presieduto da Mattarella, che vi aggiunge l’inammissibilità di una partecipazione italiana anche in virtù dell’art. 11 della Costituzione – e non è uno svolazzo retorico come non lo è il richiama al ruolo dell’Onu e la sottintesa svalutazione del Board of Peace, cui Meloni aveva con prematuro entusiasmo aderito, in un ruolo peraltro servile e non deliberante. 

Sulla spinosa questione dell’utilizzo Usa delle basi militari italiane Meloni svicola, tirando un sospiro di sollevo perché finora non ce le hanno chieste e, qualora lo facessero, rimettendosi al parere del Parlamento – cioè trasferendo la responsabilità della decisione dal Governo alla maggioranza ed evitando così un impegno di principio ex ante, come aveva fatto invece Sánchez.

Le misure correttive

A proposito delle conseguenze economiche della guerra Meloni ha fatto finto di accogliere la proposta già poco incisiva dell’opposizione sulle cosiddette “accise mobili” (scorporando cioè il gettito accresciuto dell’Iva), per rimangiarsela due giorni dopo con la scusa della scarsa efficacia. Ha buttato lì alcune grida contro la speculazione, sapendo benissimo che una tassazione specifica azienda per azienda sui superprofitti è improbabile e incostituzionale e che la promessa di «monitorare i prezzi» è un classico pannicello caldo, già fallito con i cartelli alle pompe di benzina (stavolta manco replicato).

Nel medio periodo ha chiesto all’Europa (che ha già smontato la proposta) una riforma delle quote ETS, che va nella direzione del picconamento del green deal, cui allude sfacciatamente portando ad esempio della diversificazione delle fonti energetiche il ricorso al mitico «nucleare di nuova generazione» e persino alla fusione nucleare, auspicabile ma per cui si prevedono tempi secolari. Va da sé che per la competitività europea si predica l’eliminazione dell’«eccesso di burocrazia e di alcune rigidità normative», che si suppongono essere di natura ecologica, come di deduce dai timori per la deindustrializzazione ricondotti essenzialmente alla crisi dell’automotive. Via le maledette regole, come chiedono Musk, Vance e Trump…

Non una parola contro la politica di riarmo «a 360 grad», confermata insieme al tiepido appoggio all’Ucraina nell’intangibilità dei suoi confini, ma soprattutto grande enfasi sulla difesa del fianco meridionale della Ue, cioè sulla lotta senza quartiere ai migranti e la costruzione di hub appositi in Paesi extra-europei (modello Albania). E qui si sono aperte, come già accennato, le cataratte dei misfatti dei migranti e dei giudici che li fiancheggiano, gli alti lai sulla sicurezza, ecc. La via meloniana alla remigrazione.

Il gioco delle parti

Analogo vigore Giorgia ha dimostrato nella replica e nel passaggio alla Camera, quando è risultato evidente che l’offerta di collaborazione rivolto all’opposizione – sull’immortale modello del pescatore che invita il verme ad andare a pescare – era caduta nel vuoto con la beffarda replica di Schlein a deporre prima la clava. Vi sono state vaghe promesse di telefonate di consultazione, ma certo è difficile che possa instaurarsi un clima non dico di collaborazione ma di semplice interlocuzione, quando Meloni è subito tornata ai toni aggressivi e alle menzogne già nel comizione al teatro Parenti di Milano. «Se la riforma non passa stavolta molto probabilmente non avremo un’altra occasione – è la girandola finale dei fuochi d’artificio meloniani– e ci ritroveremo correnti ancora più potenti, magistrati ancora più negligenti che fanno carriera, decisioni ancora più surreali sulla pelle dei cittadini che incideranno sulla vostra vita ogni giorno. Ci saranno «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà» (peggio di Almasri e del circuito Epstein del suo amico Trump) e poi «antagonisti che devastano senza alcuna conseguenza giudiziaria», mentre piangono a diritto i «figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco». Ecco qui finalmente il bosco, assurto ormai a dispositivo dual use dell’ideologia meloniana: come immagine di insicurezza (Rogoredo) e come simbolo di fuga libertaria dalle regole. Ma Giorgia non è Jünger, non ce la fa.

In complesso: imbarazzo ed elusività nei confronti di Trump, nessun intervento concreto per frenare i contraccolpi economici della guerra, conferma dell’unanimità per le decisioni europee (cioè assist a Orbán), nessuna apertura al riutilizzo del gas russo (pur autorizzato da Trump). Del resto anche l’opposizione è tuttora impigliata nel nodo ucraino e si è scandalizzata – molto più della maggioranza, per non parlare di Salvini – per un allentamento delle sanzioni alla Russia.

Se, per un verso, Meloni perde colpi (fino a vacillare sul referendum, che comunque vincerebbe nel migliore dei casi con un margine esiguo), l’opposizione resta divisa, con il cappio zelenskiano al collo, incapace perfino di una mozione unitaria (figuriamoci di un candidato spendibile). Si può essere peggio che servi di Trump? A volte sì.

Per quanto ci riguarda, diamogli sotto con la campagna per il NO referendario: è comunque un tassello utile per acuire la crisi della destra e sanare qualche danno a sinistra.

La copertina è tratta da Flickr

SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS

Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno