ROMA
«Una città non può tutto». Appunti dall’assemblea di Spin Time
Un’assemblea ampia e plurale discute di diritto alla città, difesa degli spazi sociali e costruzione dell’alternativa. Tra urgenze immediate e tempi lunghi, la sfida è accumulare forza oltre la semplice somma delle realtà già organizzate. Perché, come è stato ricordato durante la discussione: «una città non può tutto»
L’ala sinistra della platea è la più gremita. Le sedie sono disposte davanti a Spin Time, in via di Santa Croce in Gerusalemme. Gli alberi formano un arco incompleto; il sole filtra tra i rami e inonda la carreggiata di destra. A partire dalle undici, quando comincia la discussione, le sedie si spostano rapidamente verso il lato riparato.
Seguono quattro ore di confronto, organizzate intorno alle due domande aperte poste dallə organizzatorə: quale città vogliamo? Come possiamo costruirla? Intorno, una costellazione di molti temi cruciali. A fare da sfondo, il rompicapo dell’alternativa: coincide con la messa in rete di ciò che già esiste? Oppure richiede la rinnovata capacità di conquistare pezzi della «città di fuori»?
La composizione è ampia e variegata. Ci sono spazi sociali — non solo romani —, collettivi e associazioni mobilitati sul diritto all’abitare, esperienze di mutualismo, occupazione e autorecupero, realtà provenienti da contesti geografici molto distanti. Soprattutto, è notevole la presenza di giovani e giovanissimə.
Gli interventi scorrono veloci. Dalla trama della discussione si staglia presto uno degli assi portanti. Spin Time non è «la posta in gioco»: è il punto di partenza e una potenziale leva. Come può questa mobilitazione diventare un’occasione per accumulare forza e contribuire anche alla difesa degli altri spazi sotto minaccia di sgombero? E ancora, questa lotta può offrire l’opportunità di sperimentare un’ipotesi organizzativa complessiva, all’altezza dell’intricata fase politica?

Il diritto alla città, un caleidoscopio di differenze
Com’è facile immaginare, durante l’assemblea il diritto alla città è stata una delle lenti interpretative più utilizzate, seppure con accenti e tonalità differenti. Da molti territori è arrivato un grido d’allarme: la congiuntura attuale imprime una brusca accelerazione alle tendenze espulsive di lungo periodo; la logica del profitto colonizza pezzi di città con velocità crescente. «Nelle nostre città non c’è più spazio»: è l’efficace sintesi offerta da uno dellə moltə giovani militanti che hanno preso parola in assemblea.
Quanto a uno dei temi più richiamati – il rapporto con le istituzioni – molti interventi hanno sottolineato quanto la politica di palazzo «ruba il tempo». Da una parte, la materialità delle condizioni di vita di una galassia sempre più ampia di persone; dall’altra, la lentezza e l’impaccio delle risposte istituzionali. L’assemblea sembra oscillare tra due prospettive. Da una parte, l’auspicio che la politica istituzionale possa accogliere con maggiore efficacia l’idea di città elaborata «dal basso», riconoscendo e sostenendo spazi e idee già esistenti. Dall’altra, l’ipotesi che le reti solidali e gli spazi sociali non siano soltanto la polarità negativa delle istituzioni, ma soggetti capaci di aggregare e organizzare l’alternativa oltre il perimetro istituzionale.
È un tema di lungo periodo. L’ambizione dichiarata dellə organizzatorə non è proporre una sintesi interno ai nodi aperti, ma tessere un ragionamento plurale, dentro un percorso costituito intorno a domande che restano aperte. Un approccio che permette a ciascunə di trovare posto nella discussione, nonostante genealogie, biografie politiche e posture differenti.
La molteplicità come problema e prospettiva
Se il diritto alla città è un caleidoscopio di bisogni e conflitti differenti, anche l’alternativa prefigurata nella discussione è un mosaico di tendenze diverse. Ciò che accomuna le molte organizzazioni intervenute non è l’ambizione di ridefinire insieme un’identità perimetrata, ma la necessità di misurarsi con esigenze politiche comuni e urgenti, accettando reciprocamente le irrimediabili differenze, dentro la tumultuosa fase politica.
Da questo punto di vista, nella discussione è tornata in circolo l’immagine della «confederazione» di esperienze non riconducibili a un’unica matrice. Dentro questa prospettiva, molti interventi hanno sottolineato la necessità di praticare con maggiore decisione un «passo di lato soggettivo» per favorire quel lavoro di tessitura di una trama comune. Non si tratta di rinunciare alla propria storia militante, di attenuare i conflitti o di nascondere le differenze. La sfida consiste piuttosto nel ridimensionare la tentazione egotica di considerare il proprio sguardo come decisivo e riconoscere, al contrario, che – come è stato efficacemente ricordato – «c’è bisogno di tutto».
Dentro questa assemblea e, più in generale, attorno alla vertenza di Spin Time, si respira così un’aria di apprendistato collettivo. «Abbiamo tanto da imparare insieme», è stato ricordato nel corso della mattinata. Una formula che restituisce il clima di reciproca disponibilità e, insieme, la necessità non più rinviabile di costruire solidi vasi comunicanti con portata, scala e direzione variegati.

Accumulare forza dentro una fase tumultuosa
In ultimo – ma il tema è decisivo – la discussione si è confrontata con l’enigma della temporalità dell’azione politica. Da una parte, il tempo lungo della costruzione: rafforzare gli spazi, mettere in rete le esperienze, reinventare le pratiche mutualistiche – un tema tornato più volte. Dall’altra, il tempo dell’urgenza: difendere Spintime, sostenere le altre realtà minacciate, reagire agli sgomberi, mentre incalzano decisivi appuntamenti elettorali comunali, nazionali e in molti paesi europei. È possibile tenere insieme queste due temporalità? Con quale meccanismo? La domanda resta aperta.
Anche intorno al perimetro delle ipotesi organizzative, le prospettive tratteggiate nei vari interventi ruotano intorno a due polarità. La prima consiste nella tentazione di circoscrivere il campo dell’alternativa ai movimenti e alle organizzazioni già presenti, rendendo più solida, fluida ed efficace la rete. La seconda invita a navigare in mare più aperto, scommettendo sulla possibilità di una soggettivazione più larga: non la semplice somma delle realtà già organizzate, né soltanto la messa in rete di quanto è già noto ma non ancora coinvolto, ma la capacità di intercettare soggettività impreviste – in circolo ma ancora prive di una proposta politica in cui riconoscersi. La composizione che, nell’ultimo anno politico, ha mostrato a più riprese di poter irrompere nello spazio pubblico in forma moltitudinaria, ad esempio per la Palestina.
I piatti di pasta, offerti al buon numero di persone rimaste fino alla fine di una discussione ricca, plurale e non retorica, accompagnano la chiusura dei lavori. Molte domande restano inevitabilmente aperte: ci sarà tempo e modo per tornarci, anche attraverso modalità e schemi differenti. Se la città è l’inevitabile punto di partenza, diversi interventi hanno sottolineato come non possa essere anche quello di arrivo. L’incedere delle destre su scala globale, la paurosa oscillazione del pendolo della guerra, l’emergenza climatica e ambientale impongono di pensare e agire anche su altre scale. Come è stato efficacemente ricordato nella parte conclusiva della discussione, «una città non può tutto».
Immagine di copertina di Marta D’Avanzo
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