ROMA

Un futuro senza Eni

Oggi si tiene l’assemblea generale di Eni a porte chiuse, Re:common lancia un confronto dal basso con le realtà e persone che credono in risposte diverse dal sistema energetico attuale

Due anni fa, la pandemia e la conseguente chiusura di diversi settori economici facevano sprofondare il prezzo del petrolio ai suoi minimi storici, lasciando presagire a molti che il destino dell’industria fossile fosse segnato.

Oggi ci troviamo in una situazione apparentemente ribaltata. La guerra in Ucraina, a cui si aggiunge la speculazione sui mercati finanziari, stanno spingendo i listini del gas su livelli mai visti prima, gonfiando i profitti delle multinazionali energetiche.

L’ennesima fase emergenziale sta inoltre spianando la strada ad una serie di narrazioni e manovre che rischiano di allontanare l’orizzonte di una giusta transizione. Governo e industria fossile parlano di sbloccare le trivelle, puntare sul carbone e aumentare le forniture di gas da altri paesi del Sud globale.

Noi crediamo che sia invece indispensabile iniziare ad immaginare modelli energetici alternativi, che mettano al centro persone e territori, ed interrogarci su come costruirli, a partire da pratiche ed esperienze già esistenti.

Il prossimo 11 maggio si terrà l’Assemblea generale di Eni, la più importante multinazionale italiana. Per il terzo anno consecutivo, i lavori si svolgeranno a porte chiuse, così da consentire a management e azionisti di discutere indisturbati su come investire gli enormi profitti generati in questi mesi di guerra.

A partire dallo scorso autunno, Eni ha prodotto ricavi per 200 mila euro al minuto: tendenza che sembra destinata a durare nel tempo.

In un momento come questo, l’ultima cosa di cui sentiamo il bisogno è un raduno di banche e fondi di investimento intenti a ragionare su come sfruttare a loro vantaggio le crisi che stiamo attraversando.

Sentiamo invece l’esigenza di interrogarci su come mettere un punto definitivo al sistema energetico attuale, e porre le basi per costruire modelli più giusti, sostenibili, democratici, e autonomi.

Per questo invitiamo tutte le realtà e persone che condividono questa prospettiva, o vogliano portarne delle altre, ad un confronto su questi temi, il 14 maggio a Roma, presso il LOA Acrobax.

Vorremmo che questa sia un’occasione per comprendere quali siano i costi reali e le implicazioni dell’approccio europeo alla “sicurezza energetica”, e come la crisi in Ucraina rischi di acuire e produrre nuove ingiustizie legate al controllo delle risorse.

Crediamo sia importante connettere tra loro pratiche e visioni di chi resiste contro Eni e l’industria fossile, lungo tutta la filiera estrattiva, dalle trivellazioni in Mozambico o in Val d’Agri, ai gasdotti che dall’Azerbaijan e dal nord Africa arrivano in Puglia e in Sicilia, fino ai poli petrolchimici presenti nel nostro paese. Collegare questi nodi ci sembra cruciale per far emergere una narrazione comune e tessere alleanze in grado di sfidare colossi come Eni.

Oggi che sempre più persone sono costrette alla scelta impossibile tra pagare le bollette e fare la spesa, pensiamo sia fondamentale concepire modelli energetici radicalmente diversi, che si fondino su assunti di giustizia sociale, ambientale, e democraticità.

Esperienze come quelle delle comunità e cooperative energetiche, nonché delle realtà che praticano risposte politiche alla povertà energetica, sono esempi preziosi di come sia possibile costruire collettivamente modelli più giusti.

Le domande e i dubbi sono tanti e complessi. Cosa intendiamo per controllo democratico? È possibile sottrarre il controllo delle risorse a multinazionali come Eni? Qual è la nostra idea di sicurezza energetica e i principi di un modello energetico più giusto? È sufficiente sostituire una fonte energetica con un altra? Quali alleanze vogliamo tessere e di quali strumenti abbiamo bisogno?

Solo una cosa è certa: il sistema energetico attuale continuerà a produrre ingiustizie, e  smantellarlo è il primo passo per farne emergere di nuovi.

Immagine di copertina Re:common