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OPINIONI

Trump e il dominio sull’emisfero occidentale

Uno straordinario inizio d’anno: gli Stati Uniti nella notte tra il 2 e 3 gennaio hanno rapito il Presidente del Venezuela e sua moglie, distruggendo ciò che rimaneva del diritto internazionale e rivendicando con sfrontatezza tutta l’operazione militare. E anche molto di più

«Le forze armate degli Stati Uniti hanno eseguito un’operazione militare straordinaria nella capitale del Venezuela»: ha iniziato così la conferenza stampa il Presidente Trump. Continuando poi con la sua prosopopea di aggettivi superlativi, ha definito l’azione militare straordinaria, potente, spettacolare, forte, perfetta e la prima di questo tipo dalla Seconda guerra mondiale.

Dall’invasione dell’Ucraina in poi, i potenti del mondo ci hanno abituato ai ripetuti richiami alla Seconda guerra mondiale: lo ha utilizzato più volte Putin alludendo alla necessità di “denazificare l’Ucraina», sono stati ripresi a rovescio da tutti i leader europei («non c’è mai stata una guerra sul suolo europeo dalla Seconda guerra mondiale», dimenticando volutamente la guerra nell’ex-Jugoslavia). Così come sul genocidio in Palestina le similitudini con il nazismo sono state abbondanti. E ora, ancora una volta, nella terza frase della sua conferenza stampa, Trump ritorna sulla Seconda guerra mondiale.

E non è un caso: è chiaro che l’ordine internazionale uscito dalla Seconda guerra mondiale, già traballante, è ormai crollato, preso a picconate prima da Putin, e distrutto definitivamente da Israele e dall’inazione di fronte al genocidio a Gaza, dalla derisione della Corte internazionale di giustizia e dell’Assemblea generale delle Nazione Unite e dalle condizioni in cui ancora oggi sopravvivono i e le Palestinesi dopo “il cessate il fuoco”. E forse nel corso di questo anno, ci accingiamo a vedere la cessazione formale di alcune di queste istituzioni internazionali nate dopo quel conflitto.

Il dominio statunitense nell’emisfero occidentale

Le parole di Trump vanno ascoltate e prese molto sul serio: «il dominio americano sull’emisfero occidentale non sarà più messo in questione», «siamo tornati a essere un paese rispettato», con l’esercito più potente del mondo e gli armamenti più forti. Sono finiti gli anni di Jimmy Carter e dell’imbarazzante esperienza afghana – ha spiegato ancora Trump – nominando il presidente che ha riconsegnato il canale di Panama al Paese di appartenenza. «La dottrina Monroe è stata una cosa importante» e, anche se è stata dimenticata per un certo periodo, «non la dimenticheremo più». E come se nulla fosse, Trump richiama esplicitamente la strategia statunitense che ha finanziato, supportato e diretto colpi di stato, regimi dittatoriali e militari, uccisioni e torture delle opposizioni di sinistra e socialiste in tutta l’America Latina.

L’attacco diretto al Venezuela, il rapimento del suo Presidente e di sua moglie, l’uccisione di almeno quaranta persone, sono rivendicate con forza dal Presidente come strategia di sicurezza degli Stati Uniti. E ha anche chiarito che questo potrebbe accadere di nuovo. Trump ha spiegato che Cuba potrebbe cadere ora che non ha più il supporto del petrolio venezuelano, strangolata dalla povertà causata da decenni di sanzioni sempre più dure. Allo stesso tempo ha minacciato la Colombia accusando il Presidente Petro di essere anche lui connivente con il narcotraffico, similmente trattando la Presidente del Messico Sheinbaum. Trump non nega niente, non trova scuse alla sua politica estera, la nomina per quello che è: «il dominio degli Stati Uniti» per proteggere il suo commercio, territorio e risorse.

Anche qui una chiarezza spietata. L’era delle istituzioni neo/liberali è finita, distrutte sotto il peso di chi le aveva costruite e organizzate per la propria egemonia mondiale.

Nel suo discorso il Presidente Usa non nomina mai la democrazia o i diritti umani, al contrario di quanto avvenne nel 2001, quando per giustificare la guerra in Afghanistan si costruì un’impalcatura retorica di diritti umani ed esportazione della democrazia, legata strettamente alla “liberazione” delle donne afghane, ripetuta in maniera peggiore per la guerra in Iraq, insieme alle falsità sulle armi di distruzione di massa.

Gli Stati Uniti all’epoca riunirono intorno a sé una larghissima alleanza, che superava i confini del blocco occidentale, apice e inizio della fine della loro egemonia sul mondo.

È interessante notare come Trump, in effetti, utilizzi il termine dominio e non egemonia quando parla della nuova posizione nel mondo degli Usa. Gramsci differenzia la supremazia di un gruppo sociale in due modi: come “dominio” o come “direzione intellettuale e morale”. Gli Stati Uniti caduto il blocco comunista hanno esteso la propria egemonia sul mondo, nel senso gramsciano di direzione intellettuale e morale, e costruito consenso, anche tramite l’espansione delle istituzioni internazionali e delle Convenzioni sui diritti. Un’egemonia nei confronti degli stati alleati, sempre supportata dalla forza nei confronti di chi alleato non era, sia all’interno del paese che nello scacchiere internazionale.

Oggi Trump parla di dominio nel solo emisfero occidentale, perché al di fuori di esso la Cina e altre potenze regionali sono pronte a competere per la propria supremazia. Non cerca più di costruire un consenso ampio e quindi dichiara apertamente che l’obiettivo è il controllo sull’industria del petrolio venezuelano e che per questo saranno gli Usa a occuparsi direttamente della transizione di governo.

Il dominio e l’uso sconsiderato della forza lo abbiamo visto dispiegato prima di tutto nei confronti del nemico interno: la popolazione migrante, perseguitata dall’ICE, con raid fin dentro le scuole, deportata in catene, messa in prigione, in spregio del diritto nazionale e internazionale, delle istituzioni cittadine e della stessa polizia locale. La stessa logica ha guidato “la tregua” tra Israele e Gaza, dove i e le Palestinesi vengono lasciati morire di freddo dentro le tende sotto l’acqua. E ora il Venezuela.

What’s next?

L’Unione Europea è silente di fronte l’arroganza statunitense. Le istituzioni europee e i leader dei singoli paesi hanno detto poco o, come il governo Meloni, apertamente supportato l’azione statunitense. E allo stesso tempo è partita la macchina di propaganda che fa vedere comunità venezuelane in giro per il mondo che festeggiano la caduta di Maduro, con articoli che lo descrivono come un dittatore sanguinario.

Certo sono lontani, lontanissimi, i tempi dell’ALBA, l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America, con cui Chávez, Kirchner e Castro fermavano gli accordi di libero scambio con gli Usa e siglavano un patto di cooperazione tra i Paesi. Oggi gli Stati Uniti minacciano apertamente tutti gli stati latino-americani non allineati di fronte al silenzio del mondo. Del resto, Israele ha bombardato per mesi Gaza, senza che i governi occidentali prendessero parola. Alzare la voce contro l’atto di guerra e il rapimento di Maduro non significa sposare tutto il suo programma politico. E soprattutto la questione che abbiamo di fronte non è cosa abbia fatto o meno il governo del Venezuela, ma l’atto di guerra portato avanti impunemente dal governo degli Stati Uniti. Non possiamo permettere che crimini, violenze e atti di sopraffazione – o addirittura un genocidio – avvengano nel silenzio delle società e dei popoli del mondo. È oggi più necessario che mai opporsi ai governi reazionari, illiberali e fascisti e al loro programma guerrafondaio per il mondo.

La copertina è tratta da Wikicommons

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