ITALIA

Per chi suona la secessione

Mentre si attende il testo definitivo sull’autonomia differenziata che sarà licenziato nel Consiglio dei Ministri la prossima settimana, sul tema del federalismo fiscale impazza lo scontro all’interno del Governo dopo la pubblicazione di un documento redatto dal dipartimento degli affari giuridici di Palazzo Chigi che avverte il presidente del Consiglio Giuseppe Conte che la richiesta dei governatori di Veneto e Lombardia di concessione della piena autonomia nelle materie previste dall’articolo 116 collide “con il dettato della stessa Carta Costituzionale”. Lo scorso febbraio, Gaetano De Monte e Osvaldo Costantini spiegavano come l’intesa sull’autonomia differenziata rischia di mettere in moto un processo di profonda regressione dello stato e della società italiana e di come alla radice di quel progetto politico di lunga data, ci fosse la diseguaglianza come strumento di governo.

Fino a qualche giorno fa il tema sembrava dovesse restare confinato tra gli accademici, gli stessi storici radunati da Pietro Bevilacqua che ne avevano discusso la settimana scorsa alla facoltà di lettere dell’Università Sapienza. Ma alla vigilia del 15 febbraio, giorno in cui il governo giallo-verde avrebbe dovuto portare in Consiglio dei Ministri l’intesa sull’«autonomia differenziata» raggiunta con le regioni Emila Romagna, Lombardia e Veneto (e con la scadenza che ha subito un rinvio) lo scontro tra le forze politiche all’interno del Governo si è aperto. E così più di qualcuno tra i parlamentari del Movimento Cinque Stelle sembra aver compreso che in tal modo l’Italia rischia un vero e proprio stravolgimento della propria architettura costituzionale. Il presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera, il deputato pentastellato Giuseppe Brescia, ha sostenuto, ad esempio, che «vi sono perplessità sia nel merito che nel metodo»; perché, secondo Brescia: «non si può togliere a chi a poco per dare a chi possiede già molto». E ancora, ha aggiunto, «il Parlamento non si può limitare a dire sì oppure no a quella che di fatto è una riforma costituzionale mascherata». Ed il nodo della questione è appunto questo. Di «vera e propria secessione», ha parlato l’economista Gian Franco Viesti, «di un progetto che modifica il funzionamento dei grandi servizi pubblici, definendo i diritti dei cittadini in base alla loro regione di residenza». «Siamo di fronte a un fenomeno politico di prima grandezza, da denunciare all’opinione pubblica nazionale per la sua enormità. Per il passato storico e per le prospettive future», ha aggiunto lo storico e meridionalista Pietro Bevilacqua: «Rispetto al passato, i governi meridionali sono responsabili di aver creato meccanismi clientelari che hanno avuto come effetto il depredamento delle risorse pubbliche, italiane ed europee»; e ancora, ha spiegato Bevilacqua, animatore dell’Osservatorio per il Sud, «per il futuro invece il rischio è quello che il federalismo differenziato possa aprire la strada a prospettive fosche, di regressione sociale e civile al nostro Mezzogiorno, di dissoluzione dei vincoli che hanno tenuto unito finora il Paese». Ma andiamo con ordine.

 

La secessione alle porte

Il federalismo differenziato è un progetto che viene da lontano, affondando le sue radici nel terzo comma dell’articolo 116; il quale prevede la possibilità di attribuire forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni a statuto ordinario, consentendo così ad alcune Regioni di dotarsi di poteri diversi dalle altre. Nei fatti sta accadendo che si sta dando seguito alle iniziative intraprese dalle regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna nella parte conclusiva della scorsa legislatura; e cioè agli accordi preliminari sottoscritti il 28 febbraio 2018 dal Governo Gentiloni, all’epoca ancora in carica, con le regioni interessate, i quali hanno previsto nelle materie di potestà concorrente Stato – Regioni la concessione di ulteriori forme di autonomia, così detta differenziata, da regione a regione, nelle seguenti materie: Tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, Tutela della salute, Istruzione, Tutela del lavoro, Rapporti internazionali e con l’Unione europea. Non soltanto. La volontà delle regioni in questione è di estendere ad altre materie la pretesa autonomia, quali il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, e il governo del territorio. I soldi, dunque, le tasse, le entrate e le uscite. Ed è questo l’altro novero della discussione, perché stando alle bozze che sono circolate negli scorsi giorni, dovrebbe funzionare così: ogni regione potrebbe decidere di trattenere di diritto la quota preponderante del proprio gettito fiscale, cioè la differenza esistente fra il gettito delle tasse versate in quella regione e la spesa pubblica che riceve. In tal modo ad esempio, secondo quanto hanno calcolato gli economisti, se lo Stato spende, in Veneto o in Lombardia, per le materie che diventano esclusiva competenza della Regione – per dirne una, la sanità – una cifra pari a cento, può trattenere una cifra identica dal gettito fiscale del suo territorio. È un’idea manifestatamente incostituzionale, ma così è: l’Italia si sta avviando alla “secessione del residuo fiscale”, verso quella che è stata già definita la secessione dei ricchi, appunto.

 

Le disuguaglianze come strumento di governo

Nel frattempo l’ultimo rapporto Svimez (2018) fornisce dati chiari: il tasso di disoccupazione nel meridione è salito dal 12% del 2008 al 19.2% del 2017. Altrettanto chiaro risulta però il divario con il resto del paese, in cui il tasso di disoccupazione, nello stesso periodo, sale dal 4,5% al 7,8%. Numeri impressionanti che diventano incredibili quando il calcolo comprendente la cosiddetta “disoccupazione nascosta” costringe ad una stima: il 29,7% della popolazione attiva meridionale è senza lavoro. E se le cifre della disoccupazione vengono lette in parallelo con quelle dell’emigrazione meridionale, il quadro assume tinte fosche, perché negli ultimi 16 anni 1 milione e 183 mila residenti hanno lasciato il Sud. E circa la metà di questi nuovi emigranti aveva un’età compresa tra i 15 e i 34 anni, un quinto di essi laureati. Mentre per altri 162.000 meridionali il luogo di lavoro è il nord, nonostante la residenza meridionale. Nel combinato disposto tra differenze strutturali antiche e un decennio di recessione economica, dunque, nel sud Italia 2.4 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta. In pratica, una metropoli che non ha nulla. Ed è proprio lungo questo asse temporale in cui, specialmente al Sud, le disuguaglianze sono state concepite come metodo di governo, che si inserisce il regionalismo differenziato. Difficile infatti non collegare questa misura con le proposte sul reddito di cittadinanza legato al meccanismo delle offerte di lavoro: se la prima offerta di lavoro dovrà essere nel raggio di 100km dal luogo di residenza, l’area si espande, invece, in caso di rifiuto, a 250km per i successivi sei mesi. Se anche questa proposta verrà rifiutata, la terza offerta potrà essere su tutto il territorio nazionale senza possibilità di rifiuto, pena l’esclusione dal Reddito di cittadinanza. In un meridione più svantaggiato, dunque, la scelta dell’emigrazione della manodopera qualificata verso le aree più ricche, e destinate a diventare sempre più ricche, sarà quasi forzata.

 

La geografia politica dopo il 4 marzo

E tuttavia che la stessa cartografia politica del paese fosse cambiata intensamente dopo le ultime elezioni politiche, segnando una netta cesura tra Mezzogiorno e Settentrione, con il Sud che ad un certo punto era sembrato essere diventato la roccaforte del Movimento Cinque Stelle avendo eletto qui la maggior parte dei suoi deputati e senatori, ma che allo stesso tempo si affacciava all’orizzonte una questione settentrionale, non era sfuggito all’occhio dell’osservatore attento. Ma, mentre secondo molti analisti sarebbe stata la promessa del reddito di cittadinanza a spingere il Meridione tra le braccia di Grillo, un’analisi più attenta delle diverse realtà meridionali mostra un panorama ben più complicato, in cui il Movimento si è apparentemente radicato, facendo leva non soltanto sulle rivendicazioni di natura economica, ma soprattutto sull’emersione di elementi diffusi, di identitàrismo culturale e storico tra la popolazione meridionale, perlomeno a partire dagli ultimi 20 anni. E del pericolo di un processo di mistificazione storica del Sud Italia avvertiva qualche anno fa Alessandro Leogrande, uno degli ultimi interpreti della tradizione intellettuale meridionalista italiana. Leogrande invitava a considerare la realtà meridionale non come monolitica, e «ad analizzare innanzitutto le colpe delle classi dirigenti locali, della borghesia lazzarona, dei tanti azzeccagarbugli annidati sotto lo status quo, della politica ingessata dal trasformismo dei cacicchi e dei viceré». Lo scrittore temeva l’azione di quelli che definiva i “professionisti del Mezzogiorno”, «i mediatori tra centro e periferie che provano a rinnovare – nel nuovo secolo – ciò che resta dello scambio novecentesco tra fondi pubblici e consenso». Gli eredi di quella tradizione, intanto, le élite politiche meridionali, oggi, per un verso potrebbero far saltare il tappo della riforma dell’autonomia differenziata, oppure, per un altro potrebbero essere i fiancheggiatori ultimi di questo processo. Vanno lette in questo senso le prese di posizione del governatore della Regione Campania, Vincenzo De Luca, che prima aveva annunciato con una lettera indirizzata al ministro Enrica Stefani di voler aderire, come Regione Campania, al processo di autonomia già avviato da Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, e invece è proprio di ieri la notizia, l’annuncio della “rivolta dei governatori del Sud”; «perché se al Nord non lo capiscono glielo faremo capire», aveva detto De Luca.