Sguardi sul #14n romano

Sui commenti di Unità, Vendola, Cgil. Il prezzo dell’unità nazionale e dell’agenda Monti.


“Tutti insieme famo paura” –scandivano gli studenti medi che sfilavano in 50.000 per le vie di Roma, prima delle brutali cariche poliziesche sul Lungotevere e successivi rastrellamenti. E dovrebbero veramente preoccuparsi i ministri tecnici, i gruppi dirigenti dei partiti della strana maggioranza (i numerosi e ben foraggiati gruppi dirigenti di partiti che non esistono più), i candidati leader in primarie che sono diventate esibizioni di dilettanti allo sbaraglio, i parlamentari che pasticciano senza fine su leggi-truffa elettorali e intimidazioni giornalistiche, sub-emendamenti e maxi-emendamenti alla legge di stabilità, 18 o 24 ore per i professori, 20.000 e 250.000 esodati, election day, ecc. Tutti costoro hanno perso di vista la realtà, l’ondata di piena della protesta e del furore che percorre gran parte dell’Europa, la povertà e la disperazione, la sfiducia profonda in una rappresentanza politica esautorata dai mercati e intenta solo ad arraffare denaro per sé (neppure per i propri partiti) e a spenderlo in viaggi, ostriche e slot machines. Mai come nelle manifestazioni di questi giorni è apparso evidente lo scarto fra le giovanissime generazioni, i nuclei operai occupati o cassintegrati e la gran massa dei declassati e impoveriti, da un lato, il ceto politico e il management economico dall’altro, fra la realtà e la finanza. Scarto reso ancor più evidente dai commenti sconcertati e ipocriti dei quotidiani e dei partiti, che prima hanno ignorato la scadenza del 14, poi hanno deplorato che sia stata “oscurata” (l’usato sicuro Bersani) od “opacizzata” (l’acchiappanuvole Vendola) dalla violenza. Quanto si sia distinto il partito-Repubblica è superfluo ricordarlo (niente in prima pagina ieri, troppo oggi, con toni diffamatori alla Sallusti). Anche la Cgil ha fatto la sua parte, rivendicando la giornata (non gestita) e condannando chi effettivamente è sceso in piazza. Ma il premio tocca oggi all’Unità, che ha miscelato le linee-guida storiografiche alla Miguel Gotor (priorità delle fonti poliziesche e dei pentiti nella ricostruzione del passato) e la retorica tardo-picista anni ’70. Si apre con le pensose considerazioni del questore di Torino, Faraoni, sulla supplenza in termini di ordine pubblico per i problemi irrisolti, e continua con una serie di perle stilistiche che elenchiamo di seguito a flash per rilassare i manifestanti di ieri, giustamente affaticati e impegnati in nuove mobilitazioni. «Giovani dei centri sociali, a Roma, si sono mescolati agli studenti per innescare gli scontri». «Cattivi maestri» e «professionisti della violenza», che «finiscono per annidarsi sotto l’ombrello della legittima protesta», gestendo ahimé anche fra i bravi operai e disoccupati «pulsioni antisistema» e spingendo una parte dei manifestanti ad abbandonare «il percorso autorizzato» –tenace mito dell’autorizzazione, da Hobbes ai verbali di polizia! Si evoca un inquietante «zaino nero» (un residuato del magazzino Diaz?) “rinvenuto in una fioriera” e si deplora con tocco patriarcale che «tra gli arrestati, a vario titolo per violenza, resistenza a pubblico ufficiale e utilizzo di oggetti atti ad offendere, c’è anche una donna». Non ci sono proprio più le mezze stagioni. Ed ecco il gran finale pirotecnico: «ultras da strada, che mescolati ai cortei di studenti e lavoratori vestono con le parole della contestazione alle politiche del governo Monti una spinta che non conosce altro obiettivo al di fuori della violenza». Si registra, stavolta sì con qualche preoccupazione, che «anche lo studente minorenne può calarsi in testa il casco e ad alzare la sciarpa a coprirsi il volto. E anche l’operaio può reagire andando contro la polizia che usa il manganello con chi non chiede altro che la sicurezza di un posto di lavoro». Continuiamo pure così –prediche di austerità, recessione, rigonfiamento del debito, repressione indiscriminata a livello europeo–, ignorate la protesta che finalmente sta europeizzando l’Italia (era questo che l’Europa ci chiedeva, non i sacrifici), chiudete gli occhi all’irruzione di un autentico nuovo nella morta gora politichese, e dal disagio finalmente espresso uscirà una vera rivolta. Certo, lo slogan “Tutti insieme famo paura” non è niente di originale. Un tal Machiavelli (Discorsi sopra la prima deca di T. Livio, I 57) aveva osservato nel 1517 che «la plebe di per sé è debole, ma insieme è gagliarda» e un tale giovanissimo Marx, trascrivendola nei suoi appunti di Kreuznach dell’estate 1843, l’aveva presa a motto per la sua impresa futura. Ne venne fuori qualcosa.