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S-Contro. Un collettivo antagonista nella Torino degli anni Ottanta
Questo libro , dedicato alla vicenda del collettivo torinese S-Contro, racconta uno dei tentativi che nel “riflusso” degli anni Ottanta cercarono di uscire dalle macerie del decennio precedente, mixando memorialistica e documenti originari, tematiche e repertori extraparlamentari tradizionali e sensibilità a nuove forme musicali e controculturali che invece di fatto traghettavano esperienze più “eretiche” del movimento del ’77. negli anni ’90
In questi ultimi anni finalmente si è cominciato a scrivere e a parlare degli anni Ottanta nel nostro Paese dal punto di vista della conflittualità sociale e dei movimenti. Lo si sta facendo sia dal punto di vista della memorialistica, sia da quello storiografico, sia ancora da quello della ricostruzione storica militante. Un contributo a questo crescere di attenzione su un decennio troppo spesso liquidato con la categoria, tutta da interpretare, del “riflusso” arriva dal volume S-Contro. Un collettivo antagonista nella Torino degli anni Ottanta, edito da DeriveApprodi nel 2024. Il volume, curato da Luca Perrone e Sergio Gambino, narra la storia del collettivo S-Contro, attivo nel capoluogo piemontese nella seconda metà del decennio 1980, e si compone di una introduzione storiografica a cura dello stesso Perrone, di alcuni contributi sul contesto sociale e culturale della Torino degli anni Ottanta, scritti da Salvatore Cominu e Alberto Campo, di interviste ad alcunə protagonistə del collettivo, ma anche di esponenti del panorama musicale punk torinese dell’epoca, e di una rassegna di documenti autoprodotti.
Cos’era S-Contro?
In quegli anni i collettivi studenteschi spesso si costituivano come redazione di giornalini ciclostilati o fotocopiati (ciclostili elettronici e copisterie si affermarono in quegli anni) e S-Contro, che inizialmente era composto in maggioranza da studenti, non costituiva un’eccezione. Il nome era un omaggio ai Clash, ma già il sottotitolo, – “giornale bellicosamente classista” ne faceva capire chiaramente gli orientamenti. Proprio sul tema delle condizioni materiali culturali della popolazione giovanile di una grande città come Torino (che in quel periodo raggiungeva ancora il milione di abitanti, sebbene di lì a poco ne sarebbe scesa al di sotto) si incentravano le riflessioni e l’iniziativa del collettivo. Se da una parte, quindi si riecheggiavano le argomentazioni della “teoria dei bisogni” che avevano caratterizzato il Settantasette, dall’altra S-Contro intendeva rompere col «catafascio disgregativo» che era seguito a quel movimento, rimettendo al centro un’interpretazione marxista-leninista classica basata sulla centralità del conflitto di fabbrica.
L’intervento politico
Oltre a quelli “tradizionali”, le iniziative di concentrarono su temi o aspetti per certi versi nuovi: accanto alla mobilitazione contro la disoccupazione, favorita dalla presenza di alcuni esponenti del Comitato disoccupati, il collettivo portò avanti elaborazioni e prassi politiche incentrate sul cosiddetto «nuovo proletariato produttivo», sicuramente in questo influenzato sia dall’incipiente precarietà del lavoro giovanile sia dalla crescente proletarizzazione di professioni considerate fino a poco tempo prima “aristocratiche” (come ad esempio nella Scuola); continuò l’originario intervento giovanile fra gli studenti medi, attraverso il Coordinamento che raccoglie giovani di diversi istituti (Avogadro, Gramsci, Gioberti, Volta, Casale, ecc.); i diversi focolai internazionali (il bombardamento della Libia) determinarono l’impegno contro la guerra e per la pace in un’ottica antimperialista e internazionalista. Significativi “crossover” fra i diversi temi erano rappresentati da campagne come quella in solidarietà coi minatori britannici, protagonisti fra il 1984 e il 1985 di un lungo – e poi sconfitto – sciopero contro le chiusure volute dal governo Thatcher. A questi si aggiunse l’iniziativa controculturale su diversi livelli, dalla musica, con particolare attenzione al punk e alla new wave, al teatro, attraverso il Collettivo Rote Fabrik (pp. 20-30). Quello delle arti espressive e della controcultura è un terreno di distinzione nell’intervento di S-Contro sul «proletariato giovanile», che si aggiungeva a quello già citato nelle scuole e nell’università, oppure nei luoghi della precarietà o della disoccupazione, come gli uffici di collocamento. La musica diveniva al tempo stesso volano dell’iniziativa politico-culturale e strumento di inserimento e radicamento sui territori, attraverso una «pluralità di reti e circuiti presso i quali la memoria, o almeno il mito, delle lotte proletarie non era soppresso» che costituiva non solo un elemento di «proto-politicizzazione» – ricorda Cominu (p. 49) – ma anche un ponte fra il ’77 degli happening dei Circoli del proletariato giovanile e le Posse degli anni Novanta. Una rete, quella underground degli anni Ottanta, che ben emerge nel libro dal già citato saggio di Alberto Campo.
I rapporti con le organizzazioni e le altre aree del movimento
S-Contro si muoveva a tutto campo all’interno del panorama politico della sinistra torinese e le polemiche politiche non impedivano collaborazioni e sinergie: ad esempio, la battaglia contro le organizzazioni giovanili della sinistra parlamentare (Fgci e Democrazia Proletaria) e quelle residuali dei gruppi degli anni Settanta (ad esempio la trotskista Lega Comunista Rivoluzionaria attraverso il Circolo Guernica), considerate all’epoca le «più radicate tra gli studenti torinesi» (p. 31), non impedì invece la collaborazione, specificamente con DP, sul terreno dell’intervento operaio alla Fiat a partire dal 1988, riassunto pochi anni dopo nel «voluminoso pinzato» intitolato Processo Fiat e condizione operaia. Ancora più intrecciato e intricato fu il rapporto con l’area dell’Autonomia. Il collettivo ha un’origine politico-culturale molto diversa, di stampo marxista-leninista con forti influenze bordighiste, dettata sia dai percorsi biografici di alcuni suoi militanti, sia dai rapporti con il giornale “Che Fare”, veniva inizialmente condivisa anche la sede fisica. Questo imprinting ideologico fece sì che S-Contro avesse un giudizio molto critico delle realtà politiche ispirate all’operaismo («radicalriformiste», «opportuniste», ecc.), un giudizio che tutto sommato apparteneva un po’ a tutto l’arcipelago genericamente marxista-leninista, che considerava – oggi possiamo dire a torto – “economicista” la strategia politica prima di Potere operaio e poi di Autonomia. Questa forte divergenza politica cozzava, però, con una altrettanto significativa affinità sul piano dei repertori d’azione e dei modelli organizzativi, elemento questo che fa collaborare le due realtà in diverse occasioni. Ciò era dovuto sicuramente al contesto generazionale, ma anche all’influenza che il movimento del ’77 oggettivamente ancora esercitava, quanto meno sull’immaginario.
Apice e chiusura dell’esperienza di S-Contro
Perrone ritiene che alla fine degli anni Ottanta, il tentativo di organizzare una presenza politica a Mirafiori fatto insieme a DP sia stato «l’apice della parabola di S-Contro, almeno in termini di visibilità e di iniziativa politica». Si trattò di un intervento su una classe operaia «sconfitta» e «stanca» che non produsse risultati sostanziali. Gli episodi “epici” di Piazza Statuto, di Corso Traiano, dei «fazzoletti rossi» alla Fiat e del ’77 sembravano inarrivabili e in effetti lo furono. Il periodo aperto dalla sconfitta dell’autunno ’80 proprio a Mirafiori stava riducendo inesorabilmente anche «il ruolo politico, culturale, organizzativo degli operai come “classe”» (p. 47). D’altronde, anche simbolicamente l’Ottantanove segnava la fine non solo della parabola del cosiddetto “socialismo reale” in Europa dell’Est e nell’URSS, ma anche del Partito comunista italiano e della cosiddetta “Prima repubblica” attraverso la campagna giudiziaria di Mani pulite. Gli anni Ottanta si concludevano, però, anche con l’affacciarsi di nuove esperienze di movimento, rappresentati dal sindacalismo di base nella Scuola e nei luoghi di lavoro, dalla Pantera nell’università e dai Centri sociali sul territorio e a livello giovanile. Il collettivo, «conclusa la sua funzione di traghettamento dalla fine degli anni Settanta agli anni Novanta di soggettività politiche radicali», esaurì la sua spinta. La “diaspora” che si produsse portò molti dei suoi ex-militanti prima ad aderire al progetto della rivista “Politica e Classe” e poi, anche attraverso questo canale, a partecipare al processo di costruzione del Movimento per la Rifondazione comunista nel 1991 (pp. 40-41).
I percorsi politico-culturali personali che derivarono dalla chiusura del collettivo, illustrati nelle interviste presenti nella parte finale del libro, sebbene distinti e – a volte – distanti vengono ricordati dai protagonisti senza grossi traumi o recriminazioni, perché comunque alla fine, ciò che rimane loro sono il “senso” e la “dimensione della politica”, che magari successivamente si sarebbero manifestati e si manifestano su terreni e in forme molto diverse, ma che hanno rappresentato il fulcro di qualsiasi processo di trasformazione, collettiva e individuale.
In conclusione
S-Contro è dunque un volume allo stesso tempo di storia sociale, di microstoria, di storia orale e di storia dal basso (o militante). Esso tiene insieme la parte iniziale storiografica, quella centrale delle testimonianze con un’appendice finale rappresentata dalla riproduzione di alcuni documenti autoprodotti dell’epoca. A parte forse alcuni giudizi un po’ troppo tranchant sull’area dell’Autonomia – probabilmente frutto delle contraddizioni dell’epoca – e una certa assenza del movimento femminista dalle ricostruzioni, si tratta di un’opera utile, perché racconta uno dei tanti tentativi che nel già citato “riflusso” degli anni Ottanta cercarono di uscire dalle macerie del decennio precedente senza buttare “il bambino con l’acqua sporca”. In particolare, colpisce come il collettivo cercò di tenere insieme una certa tradizione politica della sinistra extraparlamentare degli anni Settanta, con repertori, linguaggi e temi (ad esempio quello della musica e della controcultura) che invece rompevano con quella tradizione e anzi si riagganciavano alle esperienze più “eretiche” del movimento del ’77. Il riferimento ai Clash nel nome, poi, vale il prezzo del volume…
In copertina operai in sciopero di fronte alla fabbrica FIAT Mirafiori nel 1980 (da MilanoInMovimento)
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