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OPINIONI
Rigo-Montella: «Per la Procura di Genova la società civile in Palestina non esiste»
L’inchiesta della Procura genovese non dimostra solo una grave torsione rispetto all’interpretazione del diritto, ma rispecchia una forma mentis orientalista che porta a negare soggettività, e quindi la possibilità di creare legami di supporto, alla popolazione palestinese. Un dispositivo che si ripete contro chi pratica solidarietà alla Palestina nel mondo, e che ha forti analogie con la solidarietà alla popolazione migrante.
Trascorse alcune settimane dopo l’inchiesta contro le attività in solidarietà alla Palestina, abbiamo intervistato due giuriste, Enrica Rigo, della Clinica Legale Migrazioni di Roma Tre, e Tatiana Montella, del Legal Team della delegazione italiana Global Sumud Flotilla, per comprendere assieme a loro la portata e il significato dell’azione della magistratura.
L’inchiesta della procura di Genova contro l’Associazione Palestinesi in Italia ha visto l’utilizzo di informative provenienti direttamente dal governo israeliano, incluse informative dei servizi segreti e delle forze armate. È un fatto ricorrente nell’ambito di questo tipo di iniziative giudiziarie? Che conseguenze può avere sul rispetto delle garanzie processuali l’uso di informazioni raccolte o trasmesse da un governo come quello israeliano?
Purtroppo, non si tratta di un caso isolato. Negli ultimi anni, diverse inchieste penali in Italia, soprattutto quelle che coinvolgono movimenti politici, attivismo internazionale o accuse legate al “terrorismo”, hanno fatto affidamento su fonti estere, spesso provenienti da servizi di intelligence di Paesi con cui l’Italia collabora in materia di sicurezza. Il caso genovese rientra in questa prassi: qui, le indagini si basano in parte su documenti forniti direttamente dal governo israeliano, inclusi rapporti dei suoi servizi segreti e delle forze armate. Questa pratica solleva quanto meno due ordini di problemi strettamente intrecciati.
Il primo è di natura politica. Israele non è un osservatore neutrale: è una parte diretta nel conflitto israelo-palestinese, con un interesse strategico ben preciso nel definire come “terroristiche” anche organizzazioni che svolgono attività del tutto legittime.
Il secondo problema è squisitamente processuale. Le informative dei servizi segreti sono spesso anonime, prive di indicazioni sulle fonti primarie e non verificabili. Ciò rende impossibile per la difesa esercitare il diritto al contraddittorio, principio fondamentale del giusto processo, garantito dalla Costituzione e dall’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Se un’accusa si fonda su prove che l’indagato non può conoscere, contestare né verificare, il processo perde ogni carattere di equità
A ciò si aggiunge un ulteriore rischio: l’allineamento completamente acritico a narrazioni politiche esterne. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte ribadito che gli Stati non possono fare uso, in sede penale, di informazioni ottenute da governi coinvolti in conflitti o da sistemi che non rispettano gli standard democratici, soprattutto se tali informazioni sono state raccolte senza garanzie procedurali. L’uso di informative provenienti da un attore direttamente coinvolto in un conflitto armato – per giunta senza trasparenza né possibilità di verifica – non solo svuota di senso il diritto al contraddittorio, ma legittima una deriva autoritaria del diritto penale: quella per cui le idee scomode vengono neutralizzate non nel dibattito pubblico, ma nelle aule di tribunale, con la complicità silenziosa di un sistema che confonde sicurezza con repressione.
Da quello che avete potuto comprendere, cosa differenzia l’inchiesta attuale da quelle che precedentemente avevano coinvolto le associazioni di solidarietà operanti in Palestina?
L’ordinanza del 26 dicembre si basa su una diversa interpretazione di un quadro che era già stato oggetto di precedenti valutazione da parte dell’ufficio del Giudice per le indagini preliminari di Genova che, nel 2006, aveva rigettato la richiesta di misure cautelari. A fare la differenza rispetto a precedenti indagini, più che il quadro indiziario nuovo, è soprattutto la diversa valutazione di contesto delle ipotesi accusatorie. Molte analisi che sono circolate sulla stampa e sui social hanno messo in evidenza questo aspetto, anche in maniera efficace (penso ai post di Lorenzo D’Agostino). Per arrivare alle stesse conclusioni basterebbe però leggere i passaggi chiave dell’ordinanza; possibilmente, senza farsi prendere dal panico morale che generano le accuse di terrorismo.
Sulla questione del finanziamento alle organizzazioni terroristiche, in particolare, non viene contestato che i fondi raccolti siano stati deviati da attività caritatevoli per finanziare, invece, attività direttamente connesse ad attentati o attacchi terroristici, bensì viene letto diversamente il ruolo che svolgono le associazioni caritatevoli. Per giustificare questo slittamento nell’interpretare i fatti, la giudice richiama una sentenza di una corte di appello statunitense del 2011 (Circuito del Texas, Louisiana e Mississippi) secondo la quale, seppure le organizzazioni caritatevoli svolgano legittime funzioni di supporto ai civili, vengono considerate funzionali agli obiettivi di Hamas «facendone crescere la popolarità tra i palestinesi e assicurando loro una risorsa di finanziamento». In un altro passaggio, si legge che l’ala sociale è cruciale poiché aiuta Hamas «a conquistare i cuori e le menti dei palestinesi mentre promuove il suo programma anti-Israele indottrinando la popolazione nella sua ideologia».
Sospendendo il giudizio sui toni stereotipati e orientalisti di simili affermazioni, è evidente che l’ordinanza riconosce la natura complessa di Hamas. Da qui a considerare le organizzazioni caritatevoli, operanti sia a Gaza che in Cisgiordania, come il braccio economico assistenziale di un’organizzazione terroristica unitaria si compie, però, un passaggio che, dal punto di vista del diritto penale, è molto problematico.
La condotta di partecipazione a un gruppo terroristico viene infatti estesa al di là della presenza di un qualsivoglia elemento materiale dell’organizzazione e di qualunque offensività delle condotte.
Si pensi se un analogo schema interpretativo venisse applicato alla criminalità organizzata: qualunque attività che indirettamente ne favorisca l’operatività diventerebbe una condotta di fiancheggiamento. Si tratta di un salto di scala che dal punto di vista del diritto penale risulta estremamente pericoloso.
C’è poi un aspetto più tecnico, sul quale l’ordinanza non si sofferma. Secondo la giurisprudenza consolidata della Corte di Cassazione, l’inserimento di un’organizzazione nell’elenco delle entità terroristiche non costituisce di per sé una prova incontrovertibile, ma soltanto una presunzione semplice. Ciò significa che, in sede processuale, l’accusa non può limitarsi a richiamare semplicemente tale presunzione: deve comunque dimostrare con elementi concreti e specifici il contribuito alle attività dell’organizzazione. Sebbene l’ordinanza richiami diverse intercettazioni ambientali e telefoniche, il significato che viene loro attribuito dalla Procura è ricostruito a posteriori, attraverso un’interpretazione già orientata dall’assunto che ogni forma di solidarietà verso la Palestina sia necessariamente funzionale a Hamas.
Cosa rivela questa inchiesta sul modo in cui il contesto palestinese viene percepito e trattato oggi in Italia?
Un passaggio rilevante e molto critico dell’ordinanza è quello che considera il sostegno alle famiglie dei detenuti e dei “martiri” (termine che, peraltro, viene inopinatamente fatto coincidere con “attentatore”) come attività direttamente connesse al terrorismo, seppure mediate dal sostegno delle organizzazioni caritatevoli.
Chiunque in questi due anni di distruzione e genocidio si sia preso la briga di informarsi sul contesto, sa che lo strumento della carcerazione, inclusa la detenzione amministrativa che prescinde da accuse formali, è una prassi delle politiche di aparthaid di Israele, tanto che l’antropologa e criminologa palestinese Nadera Shalhoub Kevorkian parla di un regime “necropenologico”. Successivamente al 7 ottobre, le condizioni di isolamento dei detenuti sono drammaticamente peggiorate e, con la scusa del fiancheggiamento al terrorismo, nelle carceri e nei centri di detenzione non vengono fatte entrare le organizzazioni per i diritti umani, né quelle che offrono altre forme di sostegno.
L’esperienza della carcerazione è notoriamente parte del vissuto di ogni famiglia palestinese, poichè in carcere ci finisce chiunque: uomini e donne, studenti, lavoratori e lavoratrici, ragazzini e ragazzine giovanissime. Allo stesso modo il termine martire viene ampiamente utilizzato per chiunque cada vittima delle politiche di occupazione, dalle vittime ai check point, ai ferimenti degli studenti nei campus, fino a chi muore a Gaza sotto i bombardamenti. Considerare terrorismo il supporto alle famiglie dei detenuti e dei martiri equivale a criminalizzare l’intera società.
Ma il punto è proprio questo: così come a Gaza per l’esercito Israeliano non esistono vittime civili, perché nessuno viene considerato civile, la chiave narrativa dell’ordinanza disconosce qualunque possibilità che in Palestina ci siano reti di solidarietà, organizzazioni o gruppi informali espressione della società civile.
Il non detto sul quale si regge questa impostazione retorica non è neppure la connivenza con Hamas. Ancor prima del sostegno ad Hamas, la “colpa” che viene implicitamente imputata (ed esplicitamente fatta pagare) ai civili palestinesi è quella di non collaborare con la potenza occupante – nel caso degli atti genocidiari a Gaza – o con chi arroga a sé la missione di “liberarli” da Hamas – nel caso dell’ordinanza cautelare, così come di tutti coloro che ritengono di portare lo scettro del liberatore.
Mi pare che sia una retorica nella quale sono cadute anche alcune delle reazioni scomposte all’inchiesta genovese. Per evitare questi inciampi, sarebbe necessaria una discussione franca, che fino a oggi è mancata. Un conto è l’immaginario (nostro) che auspica il sostegno a movimenti di liberazione laici, internazionalisti o addirittura in grado di superare l’idea di Stato nazionale; un altro è disconoscere la complessità dei contesti e di anni di occupazione. La tentazione di romanticizzare i movimenti di liberazione è da evitare tanto quanto l’atteggiamento orientalista con cui guardiamo Hamas e che trasliamo, inevitabilmente, sulla società palestinese.
Non è un caso che, nell’ordinanza genovese, il contesto dell’occupazione sia pressoché assente, poichè questo è funzionale ad assumere a-problematicamente la narrazione che abbiamo descritto. Ci sembra, tuttavia, che questa assenza di contesto non sia sfuggita neppure alla Procura, visto che si è sentita in dovere di specificare nel comunicato stampa che l’inchiesta non fa venir meno le responsabilità di Israele.
Non è detto che proprio queste inchieste e questi processi non aprano degli spazi di discussione e di contraddizione. Sicuramente quello dell’Aquila, oltre ad aver mobilitato solidarietà, ha stimolato una riflessione su alcune riviste specializzate che ha investito più di un aspetto della fattispecie di terrorismo contro uno stato estero, incluso cosa vada considerato come resistenza armata e cosa come terrorismo nel contesto di un’occupazione.
Le reazioni all’inchiesta fanno emergere una volontà di strumentalizzazione politica e di criminalizzazione del movimento di solidarietà per la Palestina?
Sicuramente c’è un rischio di strumentalizzazione, tuttavia la criminalizzazione dei movimenti di solidarietà con la Palestina è evidente da molto prima di questa inchiesta. Si vede nella gestione dell’ordine pubblico e nell’utilizzo sproporzionato della forza nelle piazze di Roma, Milano o Napoli; nelle perquisizioni domiciliari contro le e gli attivisti; nei procedimenti per “istigazione a delinquere” fondati su post social; ma anche nell’utilizzo del diritto dell’immigrazione in chiave repressiva, dalla revoca della protezione internazionale alle cittadine e ai cittadini di origine palestinese o araba, alle espulsioni per motivi di sicurezza. La vicenda di Mohamed Shahin trasferito nel Cpr di Caltanissetta è eloquente; ma sono moltissimi i provvedimenti analoghi che, quando colpiscono le persone migranti che non sono inseriti in reti di sostegno, non arrivano neppure ai giornali.
In Francia, negli ultimi due anni, decine di attivisti sono stati condannati per “apologia del terrorismo” solo per aver esposto bandiere palestinesi o scritto slogan contro l’occupazione. In Germania, organizzazioni come Samidoun sono state messe fuori legge e partecipare a loro eventi può costare multe o denunce.
Mentre parliamo, nell’indifferenza quasi completa della stampa mainstream, nel Regno Unito Heba Muraisi e Kamran Ahmed, attivist3 di Palestine Action, sono in fin di vita perché in sciopero della fame rispettivamente da 70 e 63 giorni. Si trovano in carcere in attesa di processo, per aver attivamente boicottato le fabbriche di armi complici del genocidio. Se Heba Muraisi e Kamran Ahmed morissero vorrebbe dire che una nuova soglia di disprezzo della vita è stata oltrepassata; ma anche di disprezzo del diritto, azionato ormai dagli Stati solo in chiave repressiva a difesa della proprietà, dell’industria e del commercio di guerra, e dunque per distruggere la vita.
Che connessione vedete tra questa inchiesta e la proibizione alle Ong internazionali di operare a Gaza? Che legame c’è tra questa inchiesta e altre inchieste contro la solidarietà internazionale, ad esempio quelle contro chi aiuta le persone migranti?
La connessione non è evidente solo per la coincidenza temporale tra l’inchiesta genovese e l’estromissione delle Ong da parte di Israele, ma anche per la logica sottintesa a entrambe. Le Ong bannate da Gaza includono nomi che hanno una reputazione solidissima a livello transnazionale, come Oxfam, Action Aid, Save the Children e Msf. Il criterio è stato il rifiuto a fornire i nomi di lavoratrici e lavoratori locali, ovvero il rifiuto di collaborare con l’apparato repressivo di Israele.
Si tratta di una richiesta che sarebbe considerata illiberale e altamente lesiva dei diritti di lavoratrici e lavoratori in ogni ordinamento democratico, ma il rovesciamento per cui si punisce chi invoca il rispetto dei diritti, invece di chi li viola, è ormai una consuetudine. Un rapporto dell’organizzazione Adalah dello scorso novembre fa il punto sulle decine di leggi approvate dalla Knesset negli ultimi due anni per limitare la libertà di espressione, di associazione, i diritti sindacali, i diritti sociali e familiari dei palestinesi. Tra le leggi attualmente in via di approvazione, c’è anche il divieto di ogni attività di documentazione volta a supportare cause sulla violazione dei diritti umani di fronte alle giurisdizioni internazionali. Ogni critica al regime di oppressione è, dunque, non solo impedita attraverso il bando alle Ong, ma anche criminalizzata.
Questo dovrebbe farci riflettere anche sui ddl in discussione in Italia che propongono di adottare la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), la cui matrice non è il contrasto all’antisemitimo ma la repressione di ogni dissenso verso Israele.
Hai perfettamente ragione a indicare un legame tra la repressione delle Ong da parte di Israele e la criminalizzazione della solidarietà internazionalista contro chi aiuta le persone migranti. Anche in questo caso non si tratta solo di una coincidenza (si pensi che Msf e Save the Children erano tra le Ong messe sotto accusa nel processo alla Juventa per favoreggiamento dell’immigrazione irregolare), bensì di una comune matrice per cui la solidarietà va repressa nella misura in cui rappresenta un intralcio alla sopraffazione. Renee Nicole Good è stata uccisa perché, con la sua auto, era di intralcio alle operazioni delle milizie anti immigrati dell’ICE; proprio come le Ong nel Mediterraneo sono di intralcio alle operazione di cattura e respingimento dei migranti da parte delle milizie libiche finanziate e equipaggiate dall’Italia e dall’Europa. E anche nel Mediterraneo sembra che ormai vi sia licenza di sparare apertamente contro le Ong del soccorso in mare, come è accaduto contro Mediterranea, Sos Mediterranée e Sea Watch e contro le imbarcazioni dei migranti in fuga.
La copertina è di Luca Mangiacotti
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