approfondimenti

OPINIONI

Quattro passi con Claude

Con un lancio spettacolare dell’Enciclica Prevost ha risposto duramente all’abbaiare di Trump e Vance e costruendo una linea di difesa rispetto alla Big Tech delirante e transumanista della Silicon Valley. Ci mancherebbe che fossimo d’accordo con le argomentazioni teologiche, ma L14 è un utile alleato nello scontro contro l’imperialismo reale e per il controllo pubblico dell’IA

Questa non breve Magnifica Humanitas (scritta in inglese e tradotta nelle principali lingue moderne, ma non ancora disponibile in latino, eccetto il titolo) va contestualizzata in una cornice di intenzioni e di enunciazione, di cui fa parte anche la citata immediatezza linguistica. Il contesto è la meditata ma sollecita risposta alle sofisticazioni apocalittiche di Peter Thiel, ceo e profeta di Palantir, ai deliri psichedelici di Musk, ai volgari sproloqui dell’evangelico Trump e alle lezioni di ortodossia del suo vice cattolico Vance. Il luogo di enunciazione è segnato, a fianco dell’uomo vestito di bianco, della presenza di Christopher Olahdel, co-fondatore di Anthropic e bestia nera di Trump. L’intenzione di fondo è quella di tenere insieme la ricomposizione di una Chiesa assai lacerata e il mantenimento dell’egemonia culturale confrontandosi con i punti alti dello sviluppo scientifico e tecnico. Leone XIV è uscito da un Conclave, non dalle primarie e di queste cose se ne intende.

Per un destino ciclico ineluttabile che conosciamo da al-Farabi e Max Weber, alla fondazione carismatica succede l’amministrazione, che cerca di mantenere i valori originari mediando e smussando ma in un solco di fedeltà sostanziale. Bergoglio aveva traversato a piedi piazza San Pietro deserta sotto la pioggia battente nella notte del Covid, Prevost è entrato con tutti i piedi negli scontri della Silicon Valley. Operazioni dello Spirito Santo, mica di Franceschini e Bettini.

L’obiettivo della dottrina sociale della Chiesa è «inserire l’amore di Dio nella trama concreta della storia» (§ 47) affidandosi alla capacità dell’istituzione nella pluralità degli interpreti e nel variare mai definitivo delle situazioni, a leggere «i segni dei tempi» (§ 23), senza mai aderire piattamente a un repertorio di soluzioni tecniche o a un modello economico o politico, piuttosto in una logica di sostegno al discernimento comune e comunitario. Il metodo che si propone è quello di avviare processi e lasciarli maturare, perseguire e costruire una verità che non elimina i conflitti ma li trasfigura, accogliendo e ordinando le diversità.

Prevost salvaguarda l’unità plurale dell’istituzione privilegiandone la continuità più che la linearità e soprattutto difendendo strenuamente la legittimità di pronunciarsi nella storia, contro ogni tentativo (alla Vance) di circoscrivere il magistero ecclesiale alle questioni morali e teologiche. Per dirla alla grossa, secondo una gag di Proietti, l’autonomia interpretativa della Chiesa è molto rischioso contestarla. Ricordate i tentativi dolorosamente falliti di aggredire il Cavaliere Nero. Quale morale trarne? Che al Cavaliere Nero «nun ce devi rompe er cazzo…»

E infatti le due potenti immagini iniziali del destino storico, il crollo della Torre di Babele, prodotto della smisurata volontà di potenza umana e della pretesa di un linguaggio unificato, il rifiuto di Neemia di riedificare le mura di Gerusalemme, dopo il ritorno degli Ebrei dalla cattività babilonese, secondo un piano centralizzato, preferendo invece egli affidarsi alla sussidiarietà, cioè appaltando la costruzione pezzo per pezzo ai singoli gruppi di abitanti dei quartieri, bhe, non servono valenti allegoristi per cogliervi una palese critica alle ambizioni monumentali di Trump e al Muro sul confine con il Messico (e ad altri Muri). Vendetta educata ma precisa, con cornice biblica e condanna della hubris creaturale.

Veniamo all’oggi

La lunga parte introduttiva sulla dottrina sociale nelle sue varie declinazioni, che abbiamo finora tratteggiato, si impenna bruscamente nella virata teologica del § 53, dove si afferma il carattere preminente della dignità ontologica dell’uomo (rispetto a quella morale, sociale ed esistenziale), una specie di grado zero incondizionato, «non si acquisisce e non si merita, né ha bisogno di essere dimostrata». Beninteso, questo principio copre la posizione tradizionale della Chiesa sull’aborto procurato e sul fine vita, ma viene sviluppato a favore di una lettura radicale dei diritti umani, delle minoranze, di chi non ha accesso ai beni fondamentali.

Ne deriva la promozione del bene comune che è maggiore della somma dei beni individuali come il popolo eccede la somma delle persone. Fin qui non abbiamo particolari novità (ciò che vale in genere per la giustizia sociale, la solidarietà, l’attenzione agli ultimi, alle persone povere e migranti, ecc.), soprattutto rispetto al messaggio del Papa precedente. Dal § 67 inizia un’estensione dei concetti ai beni immateriali e alle nuove forme di proprietà (brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche), che diventano la soglia decisiva fra inclusione ed esclusione, il luogo autentico della formazione del potere.

Il vetusto principio di sussidiarietà viene allora riformulato (§§ 71 ss.) nel contesto della rivoluzione digitale, quando la controparte dei soggetti-persone non è più lo stato-nazione e neppure l’impero, ma «ogni grande attore economico e tecnologico che esercita un potere di fatto sulle condizioni della vita comune.

Il livello che assorbe competenze, dati e capacità decisionale è costituito da aziende e piattaforme, che definiscono condizioni di accesso, regole di visibilità, forme di relazione e perfino opportunità economiche». Entra così in gioco l’IA. Che scandisce il nuovo potere espropriante e orientante, in mano a Big Tech (e, fattualmente, al servizio di Trump in Occidente).

Il terzo capitolo (§§ 90 ss.) si muove nella contrapposizione fra lo sforzo di “restare umani” (citazione mascherata, che ci suona abituale) e l’incombente dominio tecnocratico, in cui culmina il paradigma produttivistico, già denunciato nella bergogliana Laudato si’. Qui si impone la necessità di un potere pubblico regolatorio che contrasti l’opacità degli algoritmi e l’uso dissennato di strumenti potentissimi applicati alla guerra e, nel più morbido dei casi, all’incremento della disoccupazione e dello sfruttamento.

Il prudente Prevost non va a guardare dentro la scatola nera, i cui veloci cambiamenti rendono ogni istantanea obsoleta e che, d’altronde, sono solo “architetture” entro cui l’IA cresce ed evolve per auto-apprendimento.

Constata, con acutezza maggiore di molti dilettanti e apologeti, che «le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità.

Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. Possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente» (§ 99).

Scartata dunque una psicologia fantascientifica dell’IA e dei robot, l’enciclica si sofferma sui costi energetici elevatissimi di tali sistemi e sui progetti di chi fabbrica e istruisce gli algoritmi, determinandone l’uso e l’orientamento. L’IA non è né neutra né oggettiva, ma rimanda ai suoi padroni e utilizzatori cui competono le responsabilità, individuabili mediante accountability nei vari passaggi.

È inutile discettare (lo fa anche il “potere buono” di Anthropic) sull’etica di IA, ma dobbiamo puntare sull’etica di chi la istituisce e controlla, i privati potentissimi che hanno in mano il suo esercizio in condizione oligopolistica. Claude, l’assistente evoluto di Anthropic, non è né buono né cattivo, possono esserlo solo i suoi padroni.

Per domare questa nuova asimmetria sistemica occorre una regolazione pubblica, da inserire nell’IA non ex post (quando i giochi ormai sono fatti). In primo luogo l’IA, che comporta una logica nefasta di operare just in time deresponsabilizzando l’operatore, va “disarmata”, sottratta alla guerra, certo, ma anche al produttivismo sfrenato che è competizione economica e cognitiva che infrange ogni ecosistema.

Qui si innesta la critica ideologica al trans-umanesimo e al post-umanesimo (le varianti più aggressive dell’ideologia della Big Tech, che altrove abbiamo descritto) che mirano a ibridare uomo, macchina e ambiente e che modificano l’immaginario collettivo, anche quando restano speculazioni improbabili. È il caso delle orrende fantasie eugenetiche sull’ottimizzazione della specie, improbabili da realizzare ma supporto potente a pratiche discriminatorie e suprematiste per acuire diseguaglianze e oppressione di classe.

 Segue, come era prevedibile una lunga digressione sulla finitudine creaturale: da sempre l’imprinting cristiano sulla storia che può essere accostato (oppure no) ai discorsi contemporanei sulla vulnerabilità – ma ora non ne questioniamo.

Il richiamo agostiniano ai due amori e alle due città corona il capitolo e introduce alle successive considerazioni sull’ecologia della comunicazione (scandita in termini, non ce ne meravigliamo, arendtiani, cioè ancora agostiniani laicizzati), l’educazione digitale, il sostegno alla scuola (prevalentemente pubblica, per ragioni di censo, anche qui un filo più a sinistra dell’area riformista), una igiene dell’attenzione fondata sull’orizzonte di senso, la dignità del lavoro minacciata dall’IA e dalla sua mescolanza con i metodi schiavistici del lavoro sottopagato e frammentato.

Su questo terreno, come sull’analisi abbastanza cruda della finanziarizzazione (intesa un po’ riduttivamente come estranea alla logica del mai nominato capitalismo produttivo), le analisi e le soluzioni della millenaria dottrina cristiana divergono considerevolmente con la più giovane tradizione operaistica, cui ci riferiamo, ma non insistiamo su questo aspetto in un articolo politico e non di critica teorica.

Allo stesso modo Claude non è l’incarnazione (anche perché privo di un corpo) di quell’altro filone che va dall’intelletto materiale unico della specie umana di Averroè e Dante al general intellect di Marx. Ma è meglio averlo al nostro fianco nell’Armageddon contro i cavalieri dell’Apocalisse di Silicon Valley, non vi pare? O gli vogliamo far perdere tempo lasciandolo intervistare da Veltroni? Del resto alcune prese di posizioni dell’umanesimo cristiano qui rilanciate (l’autocritica del passato sostegno ecclesiale alla schiavitù o la denuncia della nuova schiavitù digitale dei rider, il rifiuto del regime di guerra e della retorica della “guerra giusta”) sono così dirompenti rispetto alla vulgata MAGA e al suo blando consenso italiota, travestito da realismo nichilista e fascinazione per la forza, da tacitare ogni scrupolo althusseriano o decoloniale.

Dopo una beffarda citazione di Tolkien che sembra ficcata lì per mettere in imbarazzo Meloni e i suoi elfi petulanti, l’Enciclica conclude assumendo lo sguardo e la voce delle vittime e suggerendo di sostituire, con sano realismo, a una “cultura della potenza” una “cultura del negoziato”, fondandoli sul dialogo, sul diritto internazionale, sulla promozione di un multilateralismo non aggressivo.

Diamo per scontato che alla fine tutto è riassunto nei termini del mistero della ricapitolazione del divino e dell’umano (come altre religioni postulano il Tiqqun, la ricomposizione dell’infranto) – e qui si mostra la differenza fra carisma bergogliano e amministrazione prevostiana. Il primo porta nel mondo la debolezza, l’esprime nel proprio corpo sofferente (in carrozzella con il poncho), il secondo gestisce la debolezza degli altri senza troppo ostentare la propria ma comunque condannando la logica della potenza e della prestazione.

Ci si può stare, con un deficit di partecipazione emotiva e un riservato consenso politico. Che assomiglia un po’ al rapporto assunto dai movimenti verso la Cina – dal coinvolgimento passionale acritico alla sobria valutazione geopolitica. Immaginazione e realismo sono d’altronde il retaggio di Machiavelli e Spinoza.

La copertina è di DomyD da Pixabay

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