EUROPA
Da Southport a Belfast, il Regno unito scosso dalla violenza anti-migranti continua a resistere
I gravi incidenti di Belfast sono l’ennesima replica di una lunga serie di aggressioni razziste e pogrom che da decenni si abbattono in UK e che l’ascesa delle destre in tutto l’Occidente e la crisi del laburismo hanno accentuato. Ma i movimenti si sono organizzati e hanno risposto immediatamente ai pogrom
La fiammata di violenza che ha investito Belfast è divampata a seguito di un tragico fatto di sangue avvenuto la sera dell’8 giugno 2026 nel nord della città. Un uomo del posto di 44 anni, Stephen Ogilvie, è stato brutalmente aggredito in strada con un coltello da cucina, riportando ferite gravissime che gli sono costate la perdita di un occhio. Le forze dell’ordine della Police Service of Northern Ireland (PSNI) hanno tempestivamente arrestato l’aggressore, Hadi Alodid, un rifugiato sudanese di 30 anni, incriminandolo per tentato omicidio. Nonostante la polizia abbia subito chiarito l’assenza di matrici terroristiche e la stessa famiglia della vittima abbia lanciato un accorato appello alla calma, l’ala più radicale della destra identitaria ha immediatamente capitalizzato l’accaduto.
Nel giro di poche ore, i quartieri a maggioranza protestante lealista di Belfast sono sprofondati nel caos. Gruppi di manifestanti mascherati hanno dato vita a veri e propri pogrom urbani: blocchi stradali sono stati creati dando alle fiamme cassonetti, automobili e un autobus del trasporto pubblico; sono state diffuse online “liste di obiettivi” con gli indirizzi di strutture d’accoglienza e abitazioni private di persone straniere. Almeno 27 persone, tra cui interi nuclei familiari, sono rimaste senzatetto dopo che le loro case sono state bruciate; gli agenti sono stati bersagliati con pietre, mattoni e bottiglie molotov, costringendo le autorità a impiegare gli idranti e i proiettili di gomma per disperdere la folla; squadre di vigilantes hanno presidiato i pressi di alcune strutture sanitarie, fermando le auto per controllare l’etnia dei passeggeri e intimidendo il personale medico straniero.
I precedenti recenti: un biennio di tensioni nel Regno Unito
I disordini di Belfast non sono un evento isolato, ma si inseriscono in una precisa scia di intolleranza che sta segnando la storia recente della regione.
Il picco più grave si era registrato nell’estate del 2024, a seguito del tragico accoltellamento di Southport, in Inghilterra, dove tre bambine persero la vita. In quell’occasione, la falsa notizia diffusa online secondo cui l’attentatore fosse un richiedente asilo musulmano scatenò la peggiore ondata di violenza razzista degli ultimi decenni nel Regno Unito. Moschee, hotel riadattati a centri di accoglienza che ospitavano migranti e negozi gestiti da minoranze vennero assaltati da Londra a Liverpool, fino alla stessa Belfast.
Anche il 2025 ha visto l’Irlanda del Nord al centro di tensioni identitarie. Nel giugno di quell’anno, la cittadina di Ballymena fu scossa da violente proteste dopo l’arresto di due giovani di origine straniera accusati di aggressione sessuale. Le manifestazioni degenerarono rapidamente in quella che la polizia definì «teppismo razzista», provocando il ferimento di oltre cento agenti e decine di arresti nel corso di due settimane di disordini.
Davanti alla stazione di polizia, estremisti di destra si sono rivolti alla folla sostenendo che la morte di Nowak fosse da attribuire al «razzismo istituzionale» della polizia nei confronti dei bianchi. Il neofascista Tommy Robinson ha dichiarato alla folla: «Se Henry non fosse stato bianco, non sarebbe stato ammanettato».
Le immagini filmate mostrano manifestanti che lanciano coni stradali, bidoni della spazzatura e pietre contro gli agenti di polizia in tenuta antisommossa. Secondo un resoconto, un agente ha evitato per un soffio di essere colpito da un monopattino elettrico lanciato dall’alto.
La polizia ha dichiarato che 11 agenti sono rimasti feriti durante i disordini, che sono stati effettuati due arresti e che altri ne seguiranno.
Il contagio di giugno 2026
La stessa dinamica si è ripetuta in queste settimane. Nelle giornate del 2-3 giugno a Southampton, a seguito della condanna di un ragazzo Sikh di 23 anni (Vikcrum Digwa) per aver accoltellato a morte uno studente universitario di 18 anni (Henry Nowak) e della proiezione di un video che mostrava le forze dell’ordine che incredibilmente avevano ammanettato la vittima, di fatto provocandone la morte per dissanguamento, sono scoppiati riot a sfondo razzista. Le immagini filmate mostrano manifestanti che lanciano coni stradali, bidoni della spazzatura e pietre contro gli agenti di polizia in tenuta antisommossa. Secondo un resoconto, un agente ha evitato per un soffio di essere colpito da un monopattino elettrico lanciato dall’alto. La polizia ha dichiarato che 11 agenti sono rimasti feriti durante i disordini, che sono stati effettuati due arresti e che altri ne seguiranno. Ora, le proteste scattate a Belfast si sono rapidamente estese, seppur in forma minore, ad altre città della Scozia (come Glasgow ed Edimburgo) e dell’Inghilterra settentrionale (Liverpool).
Il filo rosso della disinformazione e il doppio standard mediatico: l’asimmetria del silenzio e il ruolo dei social media
Dopo l’arresto di Digwa, il padre del ragazzo assassinato, Mark Nowak, aveva dichiarato di non volere che la morte del figlio diciottenne venisse «strumentalizzata per alimentare ulteriori divisioni, odio o tensioni. Vogliamo che la sua storia contribuisca a rendere le nostre strade più sicure per tutti».
Tuttavia, personaggi come il leader di Reform UK Nigel Farage e il portavoce dell’opposizione per gli affari interni, il conservatore Chris Philp, hanno ignorato questo appello e hanno sfruttato la morte di Nowak per sostenere che esisterebbe una «doppia discriminazione nell’applicazione della legge da parte delle forze dell’ordine». La richiesta di Farage che la nazione reagisse con «fredda rabbia» all’omicidio di Nowak ha trovato subito risposta nella rivolta di Southampton e mei pogrom di Belfast.
Le immagini grafiche dell’accoltellamento di Ogilvie hanno saturato piattaforme come X, TikTok e Facebook. Figure di spicco dell’estrema destra britannica, Tommy Robinson in testa, supportate dai post di Elon Musk, hanno amplificato la retorica dell’«invasione», esortando la popolazione a scendere in piazza in tutto il Regno Unito. Questa dinamica evidenzia come la disinformazione online si traduca in pochissime ore in violenza fisica nel mondo reale e lo strumento dell’Astroturfing politico digitale è l’ultima frontiera raggiunta dalla rete neofascista britannica.
L’esplosione di rabbia collettiva e la massiccia copertura mediatica riservate ai fatti di Belfast mettono in luce una profonda e sistematica asimmetria nel modo in cui la stampa e la politica britannica affrontano la violenza. Negli ultimi due anni, l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito sono stati teatro di numerose aggressioni, minacce e campagne di sgombero forzato perpetrate da frange radicali ai danni di residenti di origine africana o di fede musulmana. Solo poche settimane prima dei disordini di giugno 2026, una violenta serie di raid mirati contro richiedenti asilo nella zona di Lawrence Street, a South Belfast, era stata liquidata dai media locali come micro-criminalità o semplice vandalismo isolato, finendo rapidamente nel dimenticatoio giornalistico. Giornali spazzatura come “The Sun” o “Daily Mail”, o testate storiche del conservatorismo come “The Spectator”, nel tirare la volata elettorale a Nigel Farage, alimentano una narrazione tossica che lega il presunto aumento dei reati violenti nel Regno Unito all’immigrazione.
Peccato – per loro – che sia realtà sia ben altra, come ha ben riassunto il giornalista Owen Jones: se è indubbio il forte aumento della popolazione immigrata (da 4.6 milioni nel 2002 agli 11 milioni attuali), i dati sui reati sono diminuiti di circa un terzo dai 12,4 milioni sempre del 2002 a ora. Per ciò che concerne gli omicidi, nel 2003 il tasso era di 17,9 per milione, ma ora risulta quasi dimezzato (9.5 per milione). A Londra, la città col maggior numero di persone migranti, il numero annuale di omicidi è il più basso di sempre, da 216 nel 2003 a 97 nel 2025. Una ricerca condotta da “Inquest” nel 2023 ha rilevato che le persone di colore hanno una probabilità sette volte maggiore rispetto ai bianchi di morire in seguito a un intervento di contenimento da parte della polizia. Infine, il rapporto del 2025 stilato dalla dottoressa Shereen Daniels sul razzismo nella polizia metropolitana di Londra ha rilevato che «l’uso della forza è più facilmente autorizzato» contro le persone di colore, mentre i bambini di colore sono vittime di un processo di “adultizzazione” e hanno meno probabilità di essere trattati come bambini.
L’ombra nera dell’unionismo e il paradosso delle bandiere
Il fatto che le proteste razziste vengano innescate da influencer dell’estrema destra e spesso coordinate tramite canali Telegram o gruppi WhatsApp, non vuole dire che non esistano organizzazioni che su di esse provino e spesso riescano a esercire una direzione. I riots di Belfast, come peraltro quelli di Ballymena dell’anno scorso, sono stati nei fatti diretti dalle fazioni unioniste che, a dispetto di qualsiasi Good Friday Agreement, hanno sicuramente mantenuto livelli elevati di organizzazione dal punto di vista paramilitare. Tuttavia, si notano anche piccoli, ma significativi segnali di un inedito superamento (da destra) delle divisioni identitarie. In alcune recenti manifestazioni anti-immigrazione a Belfast, gli estremisti lealisti (con la bandiera britannica dell’Union Jack) ed estremisti dell’ultradestra della Repubblica d’Irlanda (con il tricolore irlandese) hanno sfilato insieme contro il “nemico comune”: i migranti. Un’alleanza impensabile fino a pochi anni fa. Un campanello d’allarme da non sottovalutare per il Sinn Féin, da qualche anno e per la prima volta al governo delle Sei contee con un programma politico socialista.
Una tradizione dura a morire
A ogni modo, quanto è avvenuto in questi tre giorni nel capoluogo delle Sei Contee e la lunga scia di violenze in cui si inserisce riaffermano una certa tradizione storica del razzismo anglosassone: nel 1919 a Glasgow, Cardiff, Liverpool, South Shields e in altre città portuali contro marinai neri, asiatici e arabi; nel 1948 a Liverpool contro la comunità afrodiscendente, cinese e yemenita; nel 1958 a Nottingham e a Londra (Notting Hill) contro la comunità caraibica (la cosiddetta “Generazione Windrush”); negli anni Settanta, nell’East London contro le comunità pakistana e bengalese (“Paki-bashing“); nel 2001 nel Nord dell’Inghilterra contro le comunità asiatica e musulmana e infine dal 2024 ad oggi un po’ in tutto il Paese contro i richiedenti asilo, le comunità musulmane e le minoranze afrodiscendenti. Una tradizione che ha fatto morti e feriti, da Kelso Cochrane, ucciso a Londra nel 1959, a Kemran Aman, accoltellato da due adolescenti il 30 giugno 2025, passando per il rogo del gennaio 1981 a New Cross, nel sud-est londinese, in cui morirono 13 giovani neri fra i 14 e i 22 anni.
La risposta dei movimenti e della società civile
«Viviamo in tempi pericolosi», ha scritto il “The Morning Star“: alcune zone della Gran Bretagna sono una polveriera, con le comunità operaie, sia bianche che nere, abbandonate anche da quello che doveva essere il loro partito, il Labour. Ciò porta a che le contraddizioni e le problematiche sociali non vengano più comprese in termini di classe. L’ultimo sondaggio del sindacato GMB, per cui il 30% degli iscritti voterebbe Reform UK alle prossime politiche, la dice lunga sull’incubo che sta vivendo il Paese.
«Costruire solidarietà tra le comunità e sostenersi a vicenda quando si è sotto attacco è fondamentale», scrive sempre il “Morning Star”. Intrecciare l’antirazzismo con la difesa degli interessi di lavoratori e lavoratrici è condizione necessaria. Per questo, più e oltre le risposte giudiziarie e quelle della politica – con il prevedibile scontro fra Reform UK e Tories da una parte, Greens, Your Party e nazionalisti nordirlandesi e scozzesi dall’altra e lo scontro interno fra destra e sinistra laburista –, vanno registrate le reazioni della comunità popolare e working-class: sabato 13 giugno, circa 20.000 persone si sono radunate davanti al municipio di Belfast per la più grande manifestazione antirazzista e antifascista di sempre (Together Against Hate), per riaffermare i valori di solidarietà e inclusione e di isolare le frange radicali di destra che cercano di riaprire vecchie e nuove ferite sociali nel Paese. Già le reti di quartiere e le associazioni per i diritti umani si sono attivate per supportare i residenti evacuati d’urgenza durante gli incendi dolosi e per proteggere le famiglie straniere, in particolare quelle di origine africana, che si sono trovate barricate in casa.
Organizzazioni sindacali come UNISON, reti di base come Trade Unions Fighting the Far Right e formazioni politiche come People Before Profit (PBP) hanno promosso attivamente azioni unitarie di lavoratori e residenti contro i gruppi di estrema destra, sottolineando che le persone migranti fanno parte integrante della comunità. Il collettivo di donne Anaka Women’s Collective ha lanciato una raccolta fondi straordinaria che ha superato rapidamente le 84.000 sterline per assistere e ricollocare in sicurezza le famiglie e i rifugiati le cui abitazioni sono state danneggiate dagli attacchi incendiari. Quartieri e comunità locali a West Belfast hanno organizzato presidi spontanei di solidarietà o incontri di coordinamento dei lavoratori tenute nelle sedi sindacali o in aree comunitarie specifiche per organizzare l’autodifesa. Iniziative di massa si sono svolte in diverse città anche a Derry, Glasgow, Brighton, Sheffield, Newcastle e Liverpool, dove migliaia di antifascisti e antifasciste hanno surclassato e messo letteralmente all’angolo le adunate razziste che erano state organizzate in queste città. E, anche qui come da transizione, questa volta antifascista, è risuonato il famoso coro:
«There are very many more of us than you…
There are very many more of us than you…
There are very many more…
Very many more…
Very many more of us than you…»
La copertina è di Alisdare Hickson da Flickr
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