editoriale

Perché la lotta delle/dei Sex Workers è femminista

Considerazioni sparse a partire dal dibattito ‘Sex Work is Work’ tenutosi alla Casa Internazionale delle Donne sabato 20 gennaio

Lo scorso sabato pomeriggio nella sala Lonzi della Casa Internazionale delle Donne si è svolto un incontro dal titolo “Sex work is work: tra stigma e autodeterminazione”. L’incontro si è tenuto nonostante i diversi tentativi di sabotaggio e delegittimazione – sulla pagina facebook dell’evento, sui profili personali o dalle pagine dei giornali – con ogni mezzo necessario, invocando addirittura una rocambolesca alleanza tra un Salvini che propone la riapertura delle case chiuse e alcune femministe.

Il Sex Work, che ben si differenzia dalla tratta forzata, come chiarito subito dalle organizzatrici dell’incontro e da chi ha appassionatamente animato il dibattito, è un tema tra quelli più caldi nel dibattito tra i femminismi, forse perché ognun* di noi ogni volta che viene tirato fuori si sente interrogat* nel profondo, coinvolt* intimamente come se si trattasse del proprio corpo e della propria libera scelta.

Il Sex Work più o meno a pari merito con altre complesse questioni, come la Gestazione per Altri, il Velo e la Pornografia, per citarne solo alcuni tra i più spinosi, è capace di spaccare i femminismi e rischia, soprattutto in una fase di movimento, di uscire dall’ombra per poi ritornare tabù.

Finalmente però, e sabato scorso ne è una dimostrazione, l’espansione di Non Una di Meno e il confronto continuo tra le differenti soggettività femministe e transfemministe ha permesso un dialogo aperto, conflittuale e sincero tra le tante ondate che compongono la marea. Si è, così, deciso di stare nel dibattito e nelle contraddizioni, oltre i pregiudizi e le prese di posizione strumentali e superficiali. Questo è necessario affinché il femminismo non diventi un’arma moraleggiante da rivoltare una volta da una parte e una volta dall’altra, quasi sempre per indebolire e delegittimare l’altra diversa da sé, il corpo troppo ambiguo e che non sta nei limiti del rigido binarismo di genere imposto, la scelta troppo eccessiva e troppo contraddittoria.

Uno dei primi temi dibattuti è stata la storica dicotomia ‘femministe-prostitute’”, un dibattito che in Italia, e non solo, esiste da sempre e in cui la libertà di scelta senza se e senza ma si fa campo di battaglia. Quasi come se decidere liberamente di vendere il proprio corpo facesse venire alla luce due paroline magiche come sesso e mercato che messe insieme provocano brividi e crampi allo stomaco, forse perché riescono davvero a nominare la questione. Lo slogan Il corpo è mio e decido io va bene per l’IVG e per la libertà sessuale, ma non va bene se – in un’epoca in cui tutto viene valutato e mercificato – si decide di vendersi sessualmente. Non è possibile decidere autonomamente che valore darsi, sfruttando a proprio favore il proprio sesso, sporcandolo dalla sua presunta purezza (e bianchezza) come forma di autodeterminazione.

Per questo ci si è interrogat* se prostituirsi a pagamento possa essere considerata una scelta volontaria e rientri a pieno titolo nella libertà di scelta, quasi come a fornire un altro steccato in cui rinchiudere quelle pratiche che non godono di pieno consenso nei e tra i femminismi, dato che volontaria si contrappone a coatta e dunque sta sempre in quell’ordine di senso che parla di sfruttamento, di passività e di uso unilaterale del corpo.

Il Sex Work, e la lotta di collettivi come Ombre Rosse, fieramente presenti e attive nel dibattito di sabato, mira invece a decostruire lo stereotipo della puttana felice o della povera maltrattata, mettendo al centro del discorso la decriminalizzazione della prostituzione come battaglia culturale e politica. Innanzitutto bisogna combattere contro lo stigma che la puttana si porta dietro in ogni ambito che attraversa, che sia lavorativo, familiare, pubblico o anche femminista. Tanto più se si pensa che la prostituzione è stupro a pagamento e giù di slut-shaming tra compagn*.

La battaglia delle lavoratrici e dei lavoratori del sesso è pienamente una lotta femminista interna a Non Una di Meno perché è una battaglia che tocca, con piacere, il desiderio di libertà; perché parla di diritti e tutele sul lavoro; perché parla di messa a lavoro della vita stessa, per una volta però a proprio favore; perché parla di lotta comune e condivisa contro chi da una posizione di forza vorrebbe tutelare e difendere quei corpi considerati fragili perché differenti, come da sempre provano a fare le istituzioni statali e le forze dell’ordine.

Si dice che vendere il proprio corpo sia alienante e banalizzi un atto intimo come il sesso, vendendolo al migliore offerente. Seguendo questo ragionamento allora anche il lavoro di cura e di riproduzione e qualunque lavoro che interessi la sfera intima e affettiva, come quello della badante, dovrebbe essere un lavoro da stigmatizzare. Mi chiedo se non sia più alienante fare due lavori, guadagnare una miseria, soffrire di ansia, aver studiato una vita intera, facendo sacrifici per pagare tasse stellari all’università, e ritrovarsi con niente in mano, se non una rovente rabbia verso chi continua imperterrito a pensare che se non trovi un buon lavoro, se ancora non hai messo su famiglia, se ancora non hai acceso un mutuo, è colpa tua.

E allora, la lotta delle/dei sex workers è una lotta femminista perché parla di riappropriazione di tempo e di reddito, perché fa del corpo uno strumento di autodeterminazione, perché se scelgo di entrare nel così detto mercato del sesso voglio avere tutte le tutele del caso. Allo stesso modo se decido di farmi assumere in un bar o in una cooperativa voglio essere tutelata da un diritto del lavoro degno di questo nome, che mi dia gli strumenti per difendermi da sola contro ogni tipo di sopruso e/o molestia. Chi fa questo lavoro non si ritiene passivo e anzi pone continuamente in questione il potere, chiedendosi continuamente: «chi usa chi, per chi, da chi?»

L’altra grande questione, spesso non detta, sono i clienti dei lavoratori/delle lavoratrici del sesso. Del resto, perché in un’epoca in cui la libertà sessuale permetterebbe, in teoria, di avere rapporti sessuali non mediati dal denaro, si assiste a una continua domanda di prostituzione? Le ragioni sono le più svariate tra cui: la ricerca di un altro tipo di donna, la ricerca giocosa di un dominio e di un altro genere di sesso.

Certo poi ci sono quelle leggi che vorrebbero emarginare le prostitute negli angoli più nascosti delle città, punendo penalmente anche i clienti, espressione della vecchia volontà governamentale e statale di contenimento delle passioni maschili, che se non limitate dalla forza di una legge scorrerebbero ed esploderebbero ovunque sporcando le povere passive puttane, o la povera passiva ragazza che cammina di notte per una strada buia. Menomale che esistono i pacchetti sicurezza, i piani governativi contro la violenza sulle donne, e i tanti Salvini e CasaPound a difenderci dagli uomini per natura violenti e in preda a continui raptus di follia! E poi il decoro: per cui bisogna tenere lontani dagli occhi, dal centro delle città, e in un certo senso anche da alcuni altarini del femminismo italiano, tutto ciò che non rientra all’interno di un certo ordine comportamentale, per cui una volta la donna non si tocca nemmeno con un fiore e la volta dopo sotto sotto se l’è andata a cercare.

È forse meglio sputare sangue in una pizzeria in cui il tuo capo o i clienti ogni tanto ti palpano di sfuggita e se ti lamenti rischi il licenziamento? Eppure se decidi da sola di farti palpare rendendo palese lo scambio economico tra uso del proprio corpo e denaro, scambio che c’è sempre in ogni rapporto lavorativo, non sei una vera femminista o peggio sei un subumano, una traditrice del proprio genere e una poco di buono. La lotta delle/dei Sex Worker è femminista perché pretende migliori condizioni di lavoro ma soprattutto di vita per tutt*, è transfemminista perché è una lotta che include e non costruisce nuove divisioni tra puttane e madonne, appunto.

Lottare per la decriminalizzazione della prostituzione vuol dire lottare per la liberazione di tutte quelle soggettività e di tutti quei corpi fuori norma, da sempre invisibili e ghettizzati, e che la lotta femminista di Non Una di Meno dovrebbe contribuire a includere, coinvolgere e far contaminare.

 

Verso lo sciopero globale dell’8 marzo, nostri i corpi, nostre le scelte!