ITALIA

Passo della morte, oltre il muro c’è il silenzio

Un reportage di testo e immagini dal confine di Ventimiglia, dove troppo stesso le persone migranti muoiono nel tentativo di oltrepassare la frontiere. Ma intorno le ricche villette sembrano indifferenti…

Sulla Francia e l’Italia, scende il sole.
Un mucchio di rocce e cespi, unico un mucchio di terra, con picchi, insenature, crespe.
Laggiù c’è la villa di Cory, una piccola villa gialla, con intorno un folto giardino.
Del vapore rosa, che fuma a colonne dall’alto, fonde ancora di più questo blocco di costa.
(Pier Paolo Pasolini,
La lunga strada di sabbia)

Ventimiglia, l’ultima città italiana, e Mentone, la prima città francese, erano un’unica comunità con solo una frontiera fisica a dividerle, ma gli abitanti si sentivano parte della stessa cosa. Oggi la frontiera mentale è altissima, c’è un confine ideologico ormai interiorizzato e alimentato dai crescenti nazionalismi dei diversi paesi. A Ventimiglia, di quell’essere parte della stessa comunità restano solo alcune scritte in francese sulle insegne dei negozi e su alcune indicazioni stradali ma si tratta solo di marketing e comodità.

Eppure da Ventimiglia ci passa il mondo intero, ci passano i nostri tempi e la storia che stiamo vivendo. Ci passa tutta quella parte di mondo che cerca una vita degna di essere vissuta e si trova costretta e farlo in modo illegale e rischiando la morte.

“Morte” è una parola ricorrente da queste parti. Sarà per il fatto che da Grimaldi, piccola frazione di Ventimiglia, comincia quello che viene chiamato “passo della morte”: il sentiero che tra i boschi attraversa la frontiera.

Un percorso che non si trova sulle mappe ufficiali ma che è stato storicamente solcato da ogni tipo di clandestino. In passato lo hanno attraversato gli ebrei, gli antifascisti, gli jugoslavi e oggi è la via dei migranti che vogliono raggiungere la Francia raggirando la frontiera militarmente presidiata.

Il macabro nome è dovuto alla sua pericolosità. Sono tanti i migranti che in passato si sono fatti attrarre dalle luci di Mentone in lontananza e hanno preso la via sbagliata, trovando il dirupo e verosimilmente la morte.

Oggi non succede quasi più ed è grazie a quella solidarietà silenziosa che contraddistingue gli esseri umani più generosi. Alcuni boyscout locali hanno segnato la via giusta con vernice rossa, simboli e indicazioni sulle rocce, guidando i camminatori al percorso più sicuro.

Ma soprattutto c’è lo zampino di Enzo Barnabà, abitante di Grimaldi e guardiano del sentiero. Scrittore, africanista, docente e addetto culturale di molte ambasciate all’estero, per anni ha vissuto e insegnato in Costa d’Avorio e qualche tempo fa si è occupato di sistemare e ripulire il sentiero, un po’ per riconsegnargli il suo valore storico e un po’ per renderlo più accessibile. Ormai è un punto di riferimento e solidarizza con i migranti che gli sfilano in processione sotto casa, entra nelle loro storie.

Iniziare il Passo della morte è intraprendere una camminata emotiva fin da subito, quando il sentiero è ancora un agevole percorso in piano con la vista del blu del mare e del verde delle montagne, quasi piacevole se non fosse per tutti i segni di passaggio che si trovano disseminati. Tutti quegli oggetti sono un colpo allo stomaco: spazzolini, felpe, giacche, pacchi di pannolini, scarpe.

Viene tutto abbandonato lungo la strada perché i migranti sperano, una volta arrivati a Mentone, di potersi mimetizzare tra la folla abbandonando ogni segno del loro passaggio in Italia, compresi i documenti. A terra sono tanti i fogli firmati dalla polizia italiana di frontiera con scritto “respinto”. A volte è un gioco dell’oca e quel passo della morte lo devono percorrere più e più volte.

In fondo alla vallata c’è un gruppo di case abbandonate, veri e proprio ruderi pronti a cadere da un momento all’altro ma che sembrano resistere per fare da giaciglio momentaneo ai camminatori. I muri di pietra sono anche uno sfogo e una bacheca, ci sono scritte e messaggi che sono le urla silenziose di chi già c’è passato.

C’è di tutto, da passi del Corano a frasi come «il cielo è di tutti», scritte per farsi coraggio a vicenda o semplicemente per lasciare una dichiarazione della propria esistenza come un tale Adil che dice «Sono Adil, vengo dal Sudan e voglio andare in Canada».

Da lì inizia la risalita verso le reti che segnano il confine, passando sopra l’autostrada. Una corda legata da qualche benefattore mi aiuta nelle salite più ripide e la vernice rossa degli scout mi guida senza difficoltà al confine. C’è una rete arrugginita e tagliata, come vorrei che fosse ogni confine. Oltre, il silenzio.

Io non ho l’ansia di essere visto e portato indietro. Qui realizzo che il trattato di Schengen ha reso l’Europa uno spazio senza confini, solo per noi. Altri rischiano ancora di finire in un dirupo per poterlo fare.

Da quel punto è solo discesa, a un certo punto addirittura la strada diventa asfaltata. Si arriva rapidamente sul lungomare di Mentone. Tra le ville, tra le auto di lusso, tra baretti chic e cemento. C’è sempre silenzio, sono tutte seconde case.

Per tornare a Grimaldi, chiudendo il cerchio, si passa la frontiera quella istituzionale con decine di camionette e militari italiani e francesi attenti a non far passare neanche una persona di troppo. Guardando in alto, sopra l’autostrada, vedo le reti del Passo della morte e non posso fare altro che sperare che qualcuno ce la stia facendo, liberandosi dei vecchi vestiti e pronto a vivere la sua vita degna.

Tutte le immagini di Andrea Tedone